la galleria del cinema Zeni


Le domeniche pomeriggio della mia infanzia spesso mi portavano, come tutti i bambini di Bordighera, su per la scala della galleria del vecchio cinema Zeni, dove i personaggi del grande dipinto murale ci accoglievano nel mondo  della fantasia e del mito. La parete era lunga quanto la rampa della scala ed era impossibile vedere insieme tutti i personaggi, che ci accompagnavano come nella trama di un film. Giuseppe Balbo ha realizzato l’opera nel ’49,  rappresentando  il conflitto tra la fantasia e la realtà , i personaggi dei film che si ribellano all’elettricista. Come tutte le opere di Balbo anche questa nasce da un lavoro preparatorio minuzioso, in fondo il momento creativo più gratificante, dove il segno comanda. Il murale non c’è più, ma  i disegni preparatori hanno un valore artistico autonomo



la prima idea, matita circa 30×20 

matite colorate, circa 30×20, le figure cominciano a delinearsi,


… e a prendere corpo, carboncino, poco più grande, firmato in alto a destra

alcuni bozzetti dei personaggi:

BALBO E S.AMPELIO

Giuseppe Balbo collabora al rientro delle spoglie di S. Ampelio, patrono della città di Bordighera. Per l’occasione realizza una statua in cera che racchiude i sacri resti del santo. La statua è oggetto di fede nell’Abbazia di S. Maria Maddalena a Bordighera Alta.

 

 

Realizza un’opera dedicata al Santo

Balbo – Naufragio di s. Ampelio, 1947

e prepara un progetto per la ristrutturazione della piccola chiesa.

© Archivio Balbo 2018


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ENZO MAIOLINO E BALBO

Scrive Enzo Maiolino nel suo libro “Non sono un pittore che urla“:

Balbo fu l’incontro più importante dei miei venta’anni. Devo a Balbo, alla sua generosità, la realizzazione del sogno della mia adolescenza: diventare pittore.”

Balbo – Ritratto di Enzo Maiolino

Balbo e Maiolino si sono conosciuti nel ’46, quando Enzo si unì ad un primo gruppo di pittori che cominciò a radunarsi  nello studio allestito da Balbo al ritorno dall’Africa. “Noi, allievi della sua Scuola serale, fummo subito  etichettati “pittori dilettanti” o “pittori della domenica”.

Balbo insegnava a “vedere” da pittore. Cosa complessa, una vera e propria tecnica. La scelta del soggetto, la comprensione dell'”insieme”, l’osservazione e il confronto tra i vari elementi, la percezione dei “valori” chiaroscurali e tonali, ecc. Tutto ciò, insomma, che precede la trasposizione di un soggetto sul supporto (carta, tela, tavola)… Secondo me Balbo conosceva molto degli antichi procedimenti. Come provava la sua consuetudine, specie nelle tempere murali, di abbozzare con toni freddi e procedere, poi, con velature di colori caldi”.

 Lo studio di Balbo in via Vittorio Emanuele 61 a Bordighera – 1948

Enzo Maiolino (in basso a sinistra) nello studio di Balbo – 1948

“Poiché ognuno di noi si guadagnava da vivere con un secondo mestiere, a volte, la domenica, la Scuola al completo si trasferiva in campagna per esercitazioni en plein air.(Maiolino: op.cit.)

Le esercitazioni en plein air

L’incontro fu fondamentale per la formazione del giovane pittore, ma fu importante anche per Balbo, che trovò in Enzo e nel fratello Beppe Maiolino due validi collaboratori. In particolare Beppe Maiolino, come fotografo, ha documentato momenti importanti della Mostre organizzate da Balbo.

Beppe Maiolino e Balbo nel 1953

I percorsi artistici di Balbo e Maiolino andranno avanti in autonomia, ma resterà sempre tra di loro un legame speciale,  una vicinanza artistica nonostante gli opposti mondi pittorici. In particolare Maiolino  scrive due attente recensioni nel ’66 e nel  ’72, in occasione delle personali di Balbo , rispettivamente nella galleria del “Piemonte Artistico Culturale” di Torino e nella galleria della “sua” Accademia di  Bordighera.

cfr: http://www.giuseppebalbo.it/accademia3.html

http://www.giuseppebalbo.it/accademia5.html

In particolare, nel 72,  Maiolino analizza con grande efficacia il mondo di Balbo:

…” l’eclettismo di Balbo, più appariscente nelle due precedenti mostre, appare in questa più contenuto e un attento esame delle opere esposte ci permette una più serena riflessione sulla sua opera. La quale , a nostro avviso, presenta due aspetti fondamentali: il primo riguardante il diretto contatto del pittore con alcuni aspetti della realtà circostante; il secondo, l’estrinsecazione del suo mondo fantastico nel quale confluiscono spesso suggestioni letterarie e una sincera componente “surrealista”

Alla fine di questo articolo Maiolino si sbilancia:

Augurandogli altri lunghi anni di sereno lavoro, sentiamo che ci riserverà ancora delle sorprese. ( il suo recente entusiasmo per alcune tecniche calcografiche mai prima sperimentate, ci fa ben sperare in tal senso).”

http://www.giuseppebalbo.it/accademia7.html

Le sperimentazioni calcografiche di Balbo si erano fermate alla puntasecca e alla xilografia, le tecniche incisorie più immediate, dove il segno morde e comanda, senza ripensamenti ma anche con minori possibilità espressive.

Balbo – Carnevale; puntasecca 1957

Balbo – Palme del Beodo, puntasecca 1957

Invece Maiolino già negli anni 50 affrontava il mondo delle acqueforti, e proprio nel 72 realizza una significativa cartella di sei acqueforti dal titola “La casa nera”, a cura di Vanni Scheiwiller.

Torino, Galleria La Tableau, 1972. Vanni Scheiwiller (a sinistra) con Enzo Maiolino davanti alle incisioni de “La casa nera” (foto di Beppe Maiolino)

Marco Balbo scrive: “Ho un ricordo vivido di una estate dei miei sedici anni; nel magazzino dei fiori di mio padre Elio, spesso usato dallo zio Beppe per i lavori ingombranti, appare un torchio da stampa, bottiglie di acido, carte preziose, e con la guida tecnica di Enzo, Balbo realizzerà una bellissima serie di acqueforti con acquatinta, allo zucchero e a pasta molle.

Balbo – Cavalcata, xilografia 1968

Balbo e Maiolino 1955


Fonti :  E. Maiolino “Non sono un pittore che urlaphilobiblon edizioni 2014

Foto: Beppe Maiolino e Archivio Balbo

© Archivio Balbo 2018


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Nel prossimo post: Balbo e S. Ampelio

LE STRADE SI DIVIDONO (1933 – 35)

Balbo a Setif (Algeria)  1933

28 dicembre 1933  “Otto, nove, dieci! Esattamente dieci mesi che vivo solo, chiuso con me e con il mio orgoglio. Gli avvenimenti accaduti in questi dieci mesi hanno deciso molto, non solo sul mio avvenire, ma anche sul mio carattere. Mi pare aver vissuto mille anni, tanto che a pena riesco a ricapitolare i fatti un poco rilevanti che hanno lasciato traccia nella mia memoria.

Vediamo: febbraio, marzo, aprile – qualche scappata al mare in compagnia di amici e poi buio. Maggio – si, il 28 maggio ho visto il mio lavoro di parecchi mesi coronato con l’inaugurazione della Casa degli Italiani di Setif. “Gente Nostra” ha cominciato a funzionare. Da quando sono all’estero, mi pare che dalla parola Italia nasca un qualcosa di complicato che non posso spiegare. Pronunciando il nome della mia Patria, sento risuonare un’armonia tutta nuova. Ma son sincero? O mi cullo in un’illusione che si aggiunge a tutte le mie illusioni di cui il mio spirito, come una spugna, assorbe e conserva l’umore essenziale?

Poi, dal 28 o prima, non so mi pare un bisticcio col mio compagno, o meglio una disputa assai seria mi cominciò a preparare la parola fine al prologo del mio viaggio. A poco a poco stavo avvinghiandomi alla Caba, come un naufrago.

Nei giorni che seguirono la disputa, respirai meglio. Forse la decisione di lasciare libero un buon amico o quella di liberarmi di un cattivo compagno, mi fecero decidere ad abbandonare Setif.

Poi, con Mario si parlò chiaro, infine, due mesi più tardi verso la metà di luglio, discesi a Bougie.

E fui solo.

Intendo per solo la completa rinuncia che mi fu giocoforza fare a tutte le mie abitudini che ero riuscito a portare con me nella Caba.”

Giuseppe Balbo al lavoro   1934

I primi dieci giorni che passai a Bougie furono necessariamente spesi a cercarmi un alloggio ed una pensione conveniente alle mie risorse modeste. Trovai amici che mi accolsero con una marcata simpatia e con i quali potei, a mio agio, parlare delle cose che mi sono sommamente care. Di arte, di filosofia, di religione. Aliprandi, Niccolai, Ribera, Toquazzoni, sarà breve o lunga la mia vita, non lo posso sapere, né voi: ma se è vero che il morale influisce sul fisico, la vostra eccellente compagnia mi ha raddoppiato il tempo che mi resta da vivere!”

Bougie  1934

Di tanto in tanto Cavalla scendeva a trovarmi. Sempre affettuoso, sempre buon amico ma nihil mutatus ab illo!

Il mio soggiorno di Bougie ha iniziato un’altra fase del mio vagabondaggio. Ormai sono come tutti i pittori professionisti che o per studio o per commercio mutano di tanto in tanto residenza. I miei giorni trascorrono nello studio dell’acquarello, tecnica che mi tenta per la sua semplicità e difficoltà nello stesso tempo.

Studio a Bougie  1934

Balbo  1934

Evitando il villaggio di Biskra mi incammino verso il deserto. Passando a fianco del cimitero Mozabita la guida mi spiega che gli M’zabi non vogliono restar sepolti in quel cimitero e che, da quando la legge francese ha loro impedito di andar morti nello M’zab, si fa per i defunti un simulacro di sepoltura nel cimitero comune, ma poi i parenti o gli amici si incaricano di fare a pezzi il defunto e di trasportarlo a dorso di cammello ponendone i resti in cassette che non possano per le dimensioni esagerate, destar sospetto.”

Biskra : il cimitero Mozabita  1934

Ho premura di giungere alle dune. Carovane di cammelli che giungono dal sud sono nel loro elemento e non esiste più quell’anacronismo che si nota scorgendo cammelli sull’asfalto pulito dal passaggio delle auto.”

La piccola carovana  1934

Giungiamo finalmente alle prime dune. Anche là il turismo ha creato un piccolo alberghetto. Ma volgendo la schiena al progresso la piana sabbiosa e calda è maestosa. Le colline sono scese ad alture, e le alture, che hanno già il colore di sabbia, si stendono basse ed umili a lambire i piccoli grani impalpabili più piccoli che piccole gocciole di rugiada e terribili più che l’uomo grande e padrone del mondo.

Subito l’immensità che non riesco ad afferrare mi delude. Sotto il sole cocente inizio qualche nota. Una brezza leggera ed infocata mi suona i timpani sulla carta tesa e sulla tavolozza umida. Accidenti! Ho dimenticato i cerini all’albergo ed una repentina voglia di fumare mi assale. Finite le note avrei il desiderio di addentrarmi nel deserto, anche a mezzo del trenino bianco che passa con un fischio debole come pauroso della maestà che sta affrontando.”

Balbo e il deserto  1934

Gli avvenimenti più che io stesso mutano le mie disposizioni. Mi trovo ancora a Setif. Passo così l’estate lavorando poco, facendo frequentissime gite al mare ed aspettando che un altro avvenimento mi faccia abbandonare questa città che non amo eccessivamente.

Ricevo nel frattempo una comunicazione da Bordighera, di Curti che mi prega occuparmi di un’organizzazione di commercio di fiori nell’Africa del Nord. Me ne incarico volentieri, non per disprezzo all’arte, ma per distrazione.

Alla fine del 1934 mi trovai ad Algeri.

Cominciai ad organizzare il mio commercio. Trovai clienti, trovai  il magazzino, le spedizioni iniziarono e quando tutto fu a posto fui informato che per necessità imposte non c’era più nulla da fare.

La mia amica tavolozza mi venne a soccorso con le sue suggestioni e decisi di restare per arte ad Algeri dove ero venuto per commercio. Avendo molte difficoltà ad avere tutto il mio materiale che era sempre a Setif in custodia di Mario mi trovai, se non in imbarazzi in una situazione non del tutto brillante.”

13 febbraio 1935 “Oggi che scrivo mi trovo ad Algeri con molte cose in testa, con pochi soldi in tasca, ma con una matta voglia di lavorare, molte buone speranze ed un’ottima amica a Setif. Jane.”

Così finisce il diario della CABA.


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Tutte le foto sono di Giuseppe Balbo © Archivio Balbo


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BALBO IN ALGERIA: LA FINE DELLA CABA (1933)

Balbo e il dromedario  1933

1933 Ci presentiamo a fianco dei cammelli. Non sono nostri e non vogliamo sostituirli alla Caba, ma per quanto si dica si ha un bel viaggiare in Africa e non farsi fotografare vicino ad un cammello o sulla sua gobba. Bene inteso, parlo di cammelli ma credo che gli animali in questione siano dromedari. Non voglio fare l’elogio ed enumerare i pregi della “nave del deserto”. A priori non amo né il deserto né le navi, ma voglio portare riprodotte le sembianze di questo dromedario che non solo si prestò a lasciarsi fotografare in nostra compagnia, senza per questo esigere il minimo ringraziamento, ma non si mosse mai né prima né dopo, tanto che sarebbe il caso di domandarsi se non fosse un’ingegnosa trovata della gente del mercato, trovata destinata ad uso di quei turisti abituati o no a rompere le scatole ai cammelli che sono dromedari sul serio.”

Musicisti a Setif  1933

La gente comincia a precipitarsi alla fontana. Il caldo cocente aumenta la sete e le gole riarse si rinfrescano al glu glu dell’acqua destinata agli uomini ed agli animali. Per il momento sono gli uomini che bevono, ma ho visto anche gli animali e li avrei giudicati di un’educazione superiore e di una cortesia verso il loro prossimo che sembrano non conoscere invece questi assetati che con ogni mezzo si contendono la precedenza. Non si accorgono di Mario che li fotografa, fatta eccezione di un monello il quale o non riconosce i pregi della fotografia o si protegge con la mano aperta il viso, contro la malasorte che può uscire dalla macchina maligna che lo guarda con un occhio solo.”

Il monello  1993

Giungiamo così a Costantina. Si presenta raggruppata su alcuni dirupi. Gli abissi alti dai settanta ai cento metri sono varcati da meravigliosi ponti, quali in ferro, quali in cemento. Grandiose costruzioni moderne contrastano con la cittadella araba che sta raggruppata e non si sa come possa tenere l’equilibrio sulla roccia. Le casupole sono a filo della parete del burrone. Certo è che se i “menages” litigiosi hanno imparato il vizio europeo di far volare le stoviglie dalla finestra, sarebbe un po’ difficile pretendere di trovare un porcellana che resistesse a tal salto. È poi sicuro che il proverbio italiano “mangia la minestra o salta la finestra” non è nato qui. Sarebbe un po’ esagerato.”

Costantina  1933

23 ottobreAndiamo a visitare  le rovine di Djemila.

Ci avviciniamo alla città. L’impressionismo di Mario si sfoga in una frase: “Mi par d’essere in un campo d’asparagi”. Infatti se gli asparagi nascessero con la punta volta al cielo, la somiglianza con quelle colonne intere o mozze, con o senza capitello, non sarebbe lontana dal parer buona. Ma, rievocando gli asparagi, pensiamo che è quasi mezzogiorno. Due o tre alberi, non di più, ci offrono un po’di frescura. Ne approfittiamo per consumare la colazione con un appetito invidiabile. Iniziamo la visita, accompagnati da una guida araba. È un kabili pulito nel vestito bianco e quasi sapiente con quegli occhiali a stanghetta che ammorzano sotto un’aria di civiltà l’aspetto selvaggio che gli dà il turbante.”

La guida kabili 1933

Si profila contro le montagne scure l’arco di Caracalla ancora in ottimo stato. Sotto l’arco di trionfo passa una strada che doveva portare ad un quartiere oggi ancora sepolto. Andiamo in seguito ad ammirare la seria eleganza dell’arco di trionfo che meglio delle parole illustrano le ben riuscite fotografie.”

Djemila: l’arco di Caracalla  1933

Giungiamo al foro che è la parte più imponente se non meglio conservata della città. Colonne più grandi, rovine di un tempio e tracce d’incendi. Nel tempio è stato scoperto il busto di una statua in mezzo tondo, che misurava, completa, circa quattro metri d’altezza. Non in fine marmo e di una fattura mediocre, ma che da esatta l’idea di quella grandiosità che non abbandonò i romani in alcun luogo di conquista. Il busto, addossato ad una parete, doveva essere quello di Giove. E se ne trova la testa al Museo dove pure sono frammenti delle braccia.”

Djemila: Balbo e il busto di Giove  1933

Djemila: la testa di Giove  1933

Con la visita al Museo chiudiamo la nostra giornata archeologica. È notte quando partiamo. E sentiamo freddo durante il viaggio. Africa, deserto, arabi, niente di tutto questo. Ottobre, altopiano e temperatura bassa. E rientriamo a casa più romani di ieri.”


Durante il 1933 Balbo e Cavalla si scontrano con la burocrazia francese di Algeri. Il problema è la CABA che non risulta in regola.

Da molti molti giorni avevo abbandonato di confidare in queste pagine timori speranze ed avvenimenti. Di questi ultimi non vi è certamente abbondanza. I primi vanno e vengono si orientano secondo il vento, ne seguono le correnti e non servono a sciogliere la situazione. Ci preoccupa molto il problema della CABA.”

Balbo e la CABA  1933

Decidemmo di recarci ad Algeri. Ritornare nella città che avevamo abbandonato il 7 luglio con le più rosee speranze di proseguire il nostro viaggio, ci fece un effetto che non so spiegare.  L’ing. Tarting ci rivide meravigliato nel suo ufficio, ma all’esposizione di quanto era accaduto, non solo ci promise il suo appoggio ma ci volle presentare al Direttore Generale delle Dogane d’Algeria onde facilitarci i passi che avevamo intenzione di fare presso quell’ufficio. La sorpresa che ci attendeva non ci fu affatto gradita. Due funzionari ci accolsero nel loro ufficio. Agghindati e gialli ci sorrisero come chi dicesse per pigliarci in giro. E non sapevano ancora che si voleva. Esponemmo il nostro caso. Si ricordarono d’un tratto e guardandosi l’un l’altro ci dissero senza preamboli e senza esporre ragioni che il proprietario della macchina era da loro ignorato, ma che per la macchina stessa era stata reclamata all’Automobile Club di Parigi la somma di Frs. 33.000 quale imposta doganale sull’importazione della macchina in Algeria. Nulla da fare per quanto a loro.

Uscimmo naturalmente dalle dogane e ci abbandonammo a commenti, discussioni, progetti intorno alla questione.

Affogammo il tutto in un capace bicchiere di birra e ci recammo a trovare i nostri amici. Saluti, abbracci, sorprese.”


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Tutte le foto sono di Mario Cavalla e Giuseppe Balbo © Archivio Balbo


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Nel prossimo post: Balbo e Cavalla si dividono. La fine del diario della CABA

BALBO E CAVALLA FOTOGRAFI IN ALGERIA 1932-33

Mi passan sott’occhio alcune fotografie fatte in una visita con Mario al mercato di Setif. Ricordo…
Recandoci verso il vasto piazzale che quel mattino attirava la mia curiosità “bruciammo” un indigeno. Montato sul suo asino si recava in città per affari.”

Setif 1932

Il mercato 1932

Assai sovente gli affari che attraggono gli arabi al mercato variano dall’acquisto di uno o due chilogrammi di sale, a quello di una pignatta. Spesso ancora non riescono a combinare il contratto e ritornano a mani vuote al loro “donar”. Ma gli affari prima di tutto. E non passa settimana che non consacrino un giorno al mercato.

Ci trovammo nei dintorni della moschea precisamente all’ora della  preghiera. Mi sono ormai famigliari gli arabi ed i burnus più o meno bianchi, quindi ci installammo senz’altro per lavorare. Il mio amico scelse come studio un gruppo di case, dominate dalla cupola dorata della sinagoga, mentre io mi accinsi ad uno scorcio della moschea.”

10 gennaio 1933  “Oggi è la “grande preghiera” dei buoni musulmani. Maestoso spettacolo, dove attori e spettatori si confondono e si intendono nel misterioso misticismo collettivo di una moltitudine. La “grande preghiera” che precede di una settimana la fine del Ramadan, è a Bougie, come del resto in tutta l’Africa del nord un indice infallibile del lento e progressivo disorientalizzarsi dell’islamismo. Quando giunsi sulla piazza, dove erano già radunati a centinaia i fedeli, provai un senso istintivo di timore di fronte alla massa, ma anche di padronanza  nel vederli tutti accoccolati come nell’attesa di un giudizio. E cominciò l’ondeggiamento silenzioso dei fedeli.”

Biskrà 1932

Che dire infatti di questo arabo, alto, massiccio, imponente che si presenta in mezzo alla via drappeggiato, non solo nel burnus come i suoi simili, ma in un numero indefinito di tappeti orientali, smaglianti per disegni e colori, nuovi fiammanti e disposti sulle sue spalle e portati dalle sue nodose braccia con una sapienza non comune? Da quel bell’ordine di pelli e tappeti e cuscini orientali, si staccano, scure come una notte senza luna, una faccia degna di essere presa a modello per un personaggio del Vangelo, due mani lunghe e nodose, quasi eleganti e, sotto, due piedi lunghi, smisurati, piedi di camminatore, dalle caviglie arcuate e dalla pianta callosa e solcata di rughe come la pelle di un rinoceronte.”

I ragazzi, a volte, si concedono passatempi poco atti alla loro età. Oggi ne abbiamo visti due, sdraiati sul selciato, intenti a qualche gioco. Avevano attorno una piccola galleria di loro compagni e di europei. Ci siamo avvicinati a curiosare. Armati ognuno di un coltello dalla lama affilatissima, si esercitavano a farlo restare infisso di punta in un breve spazio dove la terra era libera di pietre. Lo scagliavano con una violenza poco rassicurante per i loro piedi nudi. Che del resto non si muovevano mai. Erano troppo sicuri della mira, e poi che cosa avrebbe detto il pubblico. E lanciavano il coltello. Di diritto, di rovescio, tenendolo disteso nel palmo della mano, in equilibrio su un dito, scagliandolo per di dietro, sottobraccio ed in differenti altri modi. Giocavano senza porre attenzione alla galleria che li osservava, immersi nella partita dove era in gioco l’onore e la considerazione dei loro compagni. Occorre dire poi che il perdente avrebbe dovuto mangiare una carota cruda. E la carota era là perché un perdente ci doveva essere.

Il gioco del coltello 1932

È pronto il cavallo, è pronto il Caid. Il grande amico della Francia, che certa- mente aspetta una decorazione per i grandi servizi resi ai suoi padroni guarda dall’alto della sella araba intrecciata d’oro. Uno sguardo orgoglioso e severo che brilla nel rosso paludamento di parata, brilla più che i finimenti del suo cavallo, più che le guarniture della sella. Ha trovato per un attimo il vigore della sua stirpe, vigore ormai spento nel sangue della sua gente che vegeta nella servitù dei più civili. È imponente il Caid in parata.”

Il Caid

Cavalla, il Caid e Balbo 1933

Febbraio 1933La giornata è bella infatti ma fa un freddo da cani, tanto più in automobile. La neve ammanta i monti e le campagne, ma di un velo tenero che si fa sempre più tenue al soffio del vento. Traspaiono ciuffi d’erba e ciottoli neri. Campi che a distanza sembrano ottimi per lo sci, veduti da vicino ci fanno sacramentare di impazienza.

E giungiamo così ad Amoucha.”

Amoucha  1933

Il vento è gelido, più che al mattino. In macchina sento la pelle del viso che vorrebbe essere riparata. L’aria gioca nei capelli, nelle orecchie, nelle narici, sforza sulle palpebre. È buona questa resistenza all’elemento che sfibra. E non fanno male le punte di ghiaccio che come spilli feriscono le carni.”

E la fine di questo mese ci ha portato una notizia piena di tristezza per noi. Sil- vio [il fratello di Balbo] ci ha scritto che Flores è morto a Napoli. Eppure di questo tormento non piango. Soffro e vorrei soffrire di più perché immagino il dolore come una cosa che Dio mi ha dato con la vita. Una quantità che il destino mi ha stabilita, che devo consumare fino alla fine. Non cerco la sofferenza per compiacermene sadicamente, accetto quella che mi aspetta e le vado incontro senza rammarico . Dove mi condurrà questa via che per il momento seguo?                                                                                                                        Vedo in fondo un qualche cosa di tanto confuso che non riesco a discernere, eppure quella meta mi attrae.”

 


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Tutte le foto sono di Mario Cavalla e Giuseppe Balbo © Archivio Balbo


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Nel prossimo post: la fine della CABA

LA CABA A BARCELLONA E IN ALGERIA (1932)

Giuseppe Balbo davanti alla CABA con il cagnolino Billy

Mario Cavalla e Giuseppe Balbo – 1932

24 aprile 1932  “Dopo qualche chilometro Barcellona si annuncia col suo movimento imbarazzante. Troviamo un garage. Domandiamo ospitalità e siamo informati che comincia oggi la settimana catalonista per l’autonomia della Catalogna. Capitiamo a proposito per vedere un po’ di rivoluzione od almeno almeno qualche grande dimostrazione. Ci rechiamo subito verso il porto per cercare informazioni per il nostro passaggio verso Algeri.

Gironzoliamo sulle banchine. Su di un piroscafo sventola una bandiera ita- liana. È roba nostra. Patria. È una parola per chi non se ne è mai staccato. Per noi che l’abbiamo abbandonata “sine die” è qualcosa. Ci fermiamo a guardare. Il piroscafo si prepara a lasciare il porto. Non è una partenza in grande stile. Pochi viaggiatori. Pochi spettatori. Non salutiamo nessuno, ma salutiamo l’Italia tutta.

Ancora qualche passo sulle banchine. Marinai di tutti i lidi si appoggiano pigri alle murate. Fanno mostra dei tatuaggi raccolti chi sa dove. Sanno di avventura e li guardiamo con un po’ di invidia!”

Ritorniamo all’ombra del monumento a Colombo. Ci sediamo ad un caffè. Mentre gustiamo un “Martini e Rossi”comincia l’animazione. Appare una bandiera. Strisce gialle e rosse. La dimostrazione per l’indipendenza della Catalogna ha inizio qui. Tanto meglio. Siam capitati bene e non ci muoviamo. Soli, a gruppi, a moltitudini, giungono bandiere e uomini, uomini e cartelloni.    Ma tutti con un’aria di paese che, forse, ci disillude. Il raduno è appena cominciato e non perdiamo la speranza di assistere ad un po’ di rivoluzione.”

Ad un tratto battimani, urla e fischi ci fanno mirare ad un punto. Un uomo a cavallo, in borghese, berretto frigio in testa, vecchiotto anziché no”.

“Mario si fa sotto a fotografarlo. Il vecchio gli fa un saluto militare. Il cameriere ci spiega essere l’uomo a cavallo l’unico superstite delle guerre d’Africa del’70. Questo a dimostrare che tutti i partiti della Catalogna festeggiano l’indipendenza. Senza parzialità se la merita ! Perché l’attività di questa popolazione è al pari di quelle delle altre nazioni e la ribellione nascosta verrebbe in chiaro solo dal fatto che i più parlano in catalano. Si domanda in spagnuolo–bordigotto–franco– piemontese. Si risponde in catalano. Hanno completa coscienza e non tollerano che il resto della Spagna abusi del loro lavoro e della loro produzione. La dimostrazione che ha avuto inizio alle undici si svolge piuttosto lentamente. Ad una ad una giungono le bandiere di tutti i partiti. Verso l’una le bandiere sono nugoli, gli uomini diventano moltitudine. Adagio si forma il corteo. Noi ne abbiamo abbastanza dell’integrità dello statuto catalano. Pensiamo sia meglio recarci a provvedere all’integrità del nostro stomaco.”


6 maggio 1932  “Domani dobbiamo partire. Naturalmente cominciamo i preparativi. Prima però ci alleniamo all’Africa. Così dice Mario. Incantiamo il serpente.”

Balbo e Cavalla incantano il serpente

La Caba è a bordo. Tutte le complicate manovre descritteci dall’agente consistevano poi in un breve lavoro di una gru elettrica e di quattro uomini. La macchina viene assicurata sopra coperta e noi ci troviamo finalmente in cammino per un continente da cui ci attendiamo non poche sorprese.                Un carico di banane fa tardare la partenza fino alle undici. Siamo chiamati a tavola.”

Mentre il piroscafo esce e manovra lentamente, consumiamo una colazione non eccellente. Improvvisamente scosse che da leggere vanno sempre aumentando ci annunciano che abbiamo preso il largo. Per prudenza saliamo sopra coperta. La costa va sempre più allontanandosi. Le onde si trastullano con l’España. Io comincio a sentire la testa farsi pesante. Mi ritiro in cuccetta. Inauguro il sacchettino. Prevedo che il viaggio non sarà per me di piacere. Anche gli altri passeggeri faranno come me. Il mare è brutto. Io ormai non abbandono più la cuccetta. Mario va a cena. L’orario di arrivo è alle sette. Ma a quell’ora siamo ancora ben lontani da Algeri.”

All’una del pomeriggio Mario mi viene ad avvertire che l’Africa si profila all’orizzonte. Salgo sopra coperta.”

Balbo vede per la prima volta l’Africa

Balbo e Billy

Appena l’España si è attraccata, un nugolo di arabi o meglio di indigeni è sul ponte. Le facce bronzee di quella gente si distinguono fra gli stracci che a loro servono come vestito. Ve ne sono di tutte le età. Non si sa come abbiano fatto ad arrivare sul ponte. In pochi minuti ogni passeggero si vede attorniato da tre o quattro di questi individui che gli strappano valigie, pacchi, offrendogli, in un amicale francese, i più disinteressati servigi.  Anche noi subiamo la sorte degli altri passeggeri. Veniamo assaliti da due o tre tipi. Ce ne sbarazziamo di qualcuno. Uno resta. Non sappiamo come ha fatto. È informato che la macchina grigia è nostra. Non ci lascia respiro. Rifiutiamo i suoi servigi ma egli non ci rifiuta la sua compagnia.

“Come ti chiami?”

“Mohamed”

“Maumetu”

“Oui, c’est la même chose. Alors, misiù, ti veut debarqué la machine ? Vien avec moi ! »

Invece di andare noi con lui, è Mohamed che ci segue passo passo. Rispettoso, avanza ogni tanto un’informazione. Nel mentre si procede allo sbarco della macchina. La Caba, imbragata, viene scesa sul pontone, e di là passata sul molo. Una folla attornia la macchina. Ci si domanda se è una spedizione di caccia, scientifica. Rispondiamo a casaccio.”

La CABA arriva ad Algeri

Ultimate le operazioni di polizia e di dogana Mario si mette al volante. Io al suo fianco. Mohamed ci accompagna sul predellino. Dall’algerino ci facciamo accompagnare ad un serbatoio di benzina. Attraversiamo così parte della città.”

Algeri 1932

Belle strade, palazzi moderni, molto traffico. Facciamo qualche provvista, e prima di lasciare Algeri regoliamo il nostro debito verso la guida. È tutta un’operazione di alta finanza. Discussioni. Sulla base di dieci franchi Mohamed protesta indignato. Saliamo a quindici. Lo salutiamo. Lui resta. Vuole i soldi per il tramway. Ce ne liberiamo a diciassette.

Attraversiamo i sobborghi di Algeri. Appena in aperta campagna guidiamo la macchina nel mezzo di una piazzola a lato della strada. Il digiuno forzato che abbiamo fatto durante la traversata ci ha lasciato un appetito formidabile.

Il primo tramonto africano ci mette entusiasmo. Caldo e vaporoso è molto diverso da quelli che conosciamo ma non ancora come ci aspettavamo. Da ogni parte estensioni di campagna coltivata. La vegetazione rigogliosa e densa contrasta con gli arabi macilenti e sporchi che di quando in quando passano lentamente, appena degnando di un obliquo sguardo curioso la nostra vettura.”

Si riparte


© Archivio Balbo 2018


Tutte le foto sono di Mario Cavalla e Giuseppe Balbo © Archivio Balbo


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Nel prossimo post: il reportage fotografico di Giuseppe Balbo in Algeria

BALBO, CAVALLA E SEVERO POZZATI ( SEPO)

Dopo una breve permanenza nella Savoia,  Balbo e Cavalla con la loro CABA visitano Parigi.

Balbo scrive nel suo diario di bordo: “La nostra meta è Parigi. Meta da turisti per ora, perché i nostri intendimenti sono questi. Avere una rapida impressione della città e continuare per il giro. Giunti a Villeneuve ci accorgiamo dal movimento che ormai la provincia è lontana. Ed anche dal “pavé  che rende assassina la marcia; facciamo alt ad Alfortville perché non vogliamo avventurarci in Parigi con la Caba. Troviamo rifugio nel cortile di un piccolo albergo e dopo una rapida pulizia ci avviamo verso la città.”

Balbo – I nostri padroni di casa ad Alfortville 1931

Le impressioni che suscita l’entrata in città si potrebbero si descrivere, ma occorrerebbe al proposito trovare un sistema di narrazione confuso come quelle. Per noi poi, senza guida, senza cognizioni, trovarci su di un tram che non sapevamo dove ci portasse!  Vedere aumentare man mano il movimento, sentire un brusio prima, accentuato in rumore, assordante frastuono poi di macchine, stridore di freni, sibili di fischietti, sirene di vaporini, trombe, clakson e tutto quel po’ po’ di roba inventata per rompere i timpani alla gente…”

Abbiamo visitato Parigi di notte o meglio Parigi illuminata. Per quanto esistano e descrizioni e riproduzione l’idea è molto lontana dalla realtà. Non parlando dello sfoggio e del risalto che dà ai magazzini la festa multicolore delle più vivide illuminazioni, il velario che di giorno pesa quasi sulla città, è di notte il migliore sfondo che si colora a seconda della luminosità delle reclame più o meno intensamente secondo il numero di esse. Il movimento anche sembra aumentare, e la fiumana di automobili che scorre lungo le vie, sempre incessante, impressiona maggiormente per la miriade di fari e fanalini che corrono in tutti i sensi. “

Man-Ray, La ville Paris – 1931

Oggi giornata molto calma. Una scorsa lungo i quai della Senna. A mezzogiorno abbiamo fatto la conoscenza di Severo Pozzati che a Parigi si è fatto un nome come pittore di affiches. E’ più conosciuto sotto il nome di Sepo, lo pseudonimo con cui firma i suoi lavori.”

Severo Pozzati, noto anche con lo pseudonimo di Sepo (1895 – 1983), è stato un pubblicitario, pittore e scultore italiano. Attivo sia in Francia sia in Italia, è stato uno dei più importanti cartellonisti pubblicitari della prima metà del Novecento. In particolare è stato uno degli artisti che ha determinato il passaggio dalla funzione tendenzialmente decorativa del manifesto a quella più attenta alla comunicazione.

Severo Pozzati  (Sepo)

Siamo stati da lui invitati a colazione “chez Pippo” un ristorante molto in voga fra l’elemento italiano di qui. Parlare convenientemente di Sepo come artista si può, ma occorre prima ben convincersi che anche la decorazione murale fatta a scopo di propaganda è un’arte. Il passante, in generale non si sofferma a giudicare quel rettangolo vistoso che gli offre la strada, o tutt’al più una sbirciatina fugace. Ma appunto per colpire immediatamente l’uomo della strada il pittore di affiche deve studiare e molto a creare il suo lavoro. Senza contare che questo deve essere reso con una certa estetica, chè altrimenti il passeggero si solleverebbe contro certe decorazioni reclamistiche rese con brutture improvvisate. Questa la nostra opinione.”

Sepo è anche in questo ordine di idee, di più aggiunge la sua pratica di reclamista. L’arte della rèclame la fa entrare in tutto il complesso di circostanze che conduce dal prodotto lanciato al passante colpito. L’artista è alle dipendenze della Casa Dorlandi, ma con ogni cliente vuol trattare direttamente. Come un ammalato deve trattare direttamente col medico. Analogamente Sepo considera ammalata la ditta che ha bisogno di lanciare un prodotto e paragona al dottore l’artista che deve compilare una affiche. Tanto più quando si sente con quale passione studia un lavoro. E per lui quello studio consiste nel cercare anzitutto a quale genere di persone vada rivolto il richiamo, osservare per questo genere che cosa più possa impressionarle graditamente. In seguito dà molta importanza al luogo dove più o meno deve essere apposto il manifesto per giungere infine a rendere con uno scopo artistico l’impressione che desidera. Giudicata da questo punto di vista la réclame è artistica certamente e maggiormente è possibile ritrarne la convinzione osservando poi la varietà e la differenza di spirito fra i vari lavori.”

Questo dalle quattro parole che abbiamo fatto con Sepo durante la colazione. Nel pomeriggio siamo stati nel suo studio mentre stava lavorando proprio ad un’affiche. Data l’urgenza del lavoro lo lasciammo con la promessa di ritornare all’indomani per visitare con maggiore comodità la sua produzione.”

“Da Sepo siamo infatti ritornati oggi. Con i nostri lavori per farli vedere a lui e per salutarlo prima di partire. Abbiamo avuto ancora il piacere di parlare con lui della sua arte e della nostra. Oltremodo cortese ed ospitale volle acquistare due nostri lavori a ricordo del nostro passaggio. La buona impressione fattaci gliela dimostrammo facendogli scrivere due righe su questo diario:

Lasciamo Parigi. Verso la Spagna, contrariamente alla prima intenzione di andare in Belgio, dove forse, o meglio certamente avremmo trovato una rigidezza di clima difficile a sopportare.”


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Nel prossimo post: La CABA viene imbarcata a Barcellona e raggiunge l’Algeria.

BALBO E MARIO CAVALLA – 1931

Mario CAVALLA (1902-1962) si forma artisticamente presso l’Accademia Albertina di Torino sotto la guida del padre Giuseppe Cavalla, di Andrea Marchisio e di Cesare Ferro. Nel 1924 giunge a Bordighera ove prende alloggio presso l’albergo Piccolo Lord. Stringe amicizia con Giuseppe Balbo.

Balbo scrisse:”Conobbi pochi pittori veloci come lui; preciso nell’esecuzione del vero sia nel ritratto che nel paesaggio. Olimpionico di sci affrontava la tela vergine sbuffando come per un salto al trampolino. Imperava allora in Italia il noioso e retorico” Novecento” e forse per quello non volle staccarsi dalla tradizione, limitandosi a ringiovanirla con la forza della sua personalità.”

Balbo ritratto da Cavalla – 1924

Con lui andai in giro per il mondo mentre si accentuava lo sgretolamento iniziato in sordina e il grande specchio dell’Arte si frantumava dando a ciascuno la possibiltà di rimirare se stesso nel suo concetto“.


Nella seconda metà degli anni Venti Balbo lavora come impiegato di banca ma nel 1931 con Mario Cavalla adatta a studio-abitazione un “camper” che viene battezzato CABA dalle prime lettere dei due cognomi. I due pittori intraprendono un viaggio di studio attraverso l’Europa (Francia, Spagna) e l’Africa mediterranea (Algeria).

Balbo nel 1931 – foto Ferroli

Nel suo diario di bordo Balbo scrive:

Eravamo in tre da Ferroli quella notte.  Flores, Mario ed io .

Il primo in piedi era un uomo che aveva voglia di sposarsi. Gli altri due non l’avevano più e sono partiti in giro per il mondo con… la CABA.

Balbo, Cavalla e Flores 1931 – foto Ferroli

La  CABA 1931

Lo sappiamo noi come abbiamo fatto a partire. E anche perché siamo partiti.

Forse alla decisione non è estraneo quello spirito di avventura che sussiste an- che se raro nel millenovecento, così come era più comune nei secoli precedenti. Dico spirito d’avventura, e non credo di errare, perché lanciarsi nel mondo con l’idea di percorrerne una buona parte, traendo i mezzi dal proprio lavoro, correre incontro all’ignoto, fuggire l’abitudine, allontanarsi dagli amici è cosa che molti ma non tutti son tentati di farlo. E certamente bisognerà fuggire l’abitudine perché non avremo, credo, il tempo di abituarci ad un luogo, ad una regione, ad un cli ma.

Occorrerà allontanarsi dagli amici, sia da quelli che abbiamo avuto fino al pre- sente come da quelli che potremo conoscere in avvenire.

A tante cose bisognerà rassegnarsi ma a queste credo ci siamo accordati quella domenica mattina. Perché proprio una domenica mattina espressi a Mario l’idea, a cui da tempo andavo pensando. Non ebbi il tempo di formularla che già Mario l’aveva messa in esecuzione. Ci eravamo subito compresi. L’ambiente ci pesava, a tutti e due. Una scrollata per liberarcene.

Io abbandonai la Banca l’8 giugno e cominciammo a  preparare la partenza. Mario in quei giorni produsse un lavoro enorme di quadri diversi, di ritratti ecc. intermezzando il lavoro con le scappate a Taggia per sorvegliare i lavori della macchina. Sormontammo ogni difficoltà, e furono parecchie e le più svariate e riuscimmo a portare la Caba a Bordighera il 2 Agosto. Specialmente negli ultimi giorni l’aria della mia città era diventata irrespirabile. Era una cappa pesante che ci premeva sulle spalle.

Venerdì 14 agosto raduniamo nello studio mio padre, mio fratello Augusto, Mario Allavena, Ampeglio Barberis, Flores per un brindisi ed un ultimo saluto. Sono i soli che sanno della nostra partenza. Per gli altri tutti è una sorpresa. Ci figuriamo i commenti. Ma saranno tanto lontani che non ci toccheranno.”

 

Mario Cavalla, Ritratto di Balbo – 1933


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