Peggy Guggenheim

Il museo Guggenheim di Venezia celebra quest’anno il quarantesimo anniversario della scomparsa della sua fondatrice, Peggy Guggenheim, con una mostra omaggio che racconta i trent’anni, dal ’49 al ’79, della sua avventura veneziana. Parte della sua collezione fu esposta a Bordighera alla II Mostra Internazionale di Pittura Americana, come ricorda nella sua autobiografia :

Nel 1953 Walter Shaw e Jean Guerin, due miei vecchi amici che vivevano a Bordighera, mi chiesero in prestito dei quadri perchè volevano organizzare un’esposizione di pittori americani che sarebbe stata patrocinata dal Comune, e perciò piuttosto ufficiale. Cocteau scrisse l’introduzione al catalogo ed io accettai di prestare i quadri e andai a Bordighera con Laurence Vail… Il pranzo che Walter e Jean offrirono in onore nostre e di Cocteau fu molto divertente… Con mia grande sorpresa scoprii che eravamo tutti e tre ospiti della città di Bordighera e ci furono offerte tre splendide stanze in un albergo”.

Nella sala dedicata alla collezione della mecenate americana furono esposte opere di importanti artisti americani, tra cui Jackson Pollock, Robert Motherwell, Mark Rothko. Sono rappresentati anche altri esponenti, meno noti, dell’espressionismo astratto che con Pollock hanno formato il gruppo degli”Irascibili” della Scuola di New York. La mostra , dal 1 al 31 marzo, ha richiamato più di 22.000 visitatori e tra questi note personalità della politica, dell’arte e della cultura in genere.

Jackson Pollock – Croacking movement olio su tela 112×137 cm
Mark Rothko – Sacrifice acquarello guazzo e china su carta 66×100 cm
Robert Motherwell – Personage (autoportrait) tecnica mista 66×104 cm

Alcune opere di pittori americani vennero acquistate dalla città di Bordighera, come nucleo di una costituenda galleria di arte contemporanea, purtroppo non ancora realizzata.

Oltre al grande successo di pubblico le mostre di pittura americana furono fonte di grande ispirazione per gli (allora) giovani artisti della zona, come Enzo Maiolino, Sergio Biancheri, Joffre Truzzi, Sergio Gagliolo, Mario Raimondo, per ricordarne alcuni, che poi a loro volta formarono le nuove generazioni, che poi a loro volta . . . .

Approfondimenti sul sito www.giuseppebalbo.it

la galleria del cinema Zeni


Le domeniche pomeriggio della mia infanzia spesso mi portavano, come tutti i bambini di Bordighera, su per la scala della galleria del vecchio cinema Zeni, dove i personaggi del grande dipinto murale ci accoglievano nel mondo  della fantasia e del mito. La parete era lunga quanto la rampa della scala ed era impossibile vedere insieme tutti i personaggi, che ci accompagnavano come nella trama di un film. Giuseppe Balbo ha realizzato l’opera nel ’49,  rappresentando  il conflitto tra la fantasia e la realtà , i personaggi dei film che si ribellano all’elettricista. Come tutte le opere di Balbo anche questa nasce da un lavoro preparatorio minuzioso, in fondo il momento creativo più gratificante, dove il segno comanda. Il murale non c’è più, ma  i disegni preparatori hanno un valore artistico autonomo



la prima idea, matita circa 30×20 

matite colorate, circa 30×20, le figure cominciano a delinearsi,


… e a prendere corpo, carboncino, poco più grande, firmato in alto a destra

alcuni bozzetti dei personaggi:

Eddy e Lyda Brown

Ho conosciuto Eddy Brown e sua moglie Lyda che ero ancora un bambino, ma già grande da ricordarli, alla fine degli anni ’60, quando, in vacanza in Italia, venivano a trovare Giuseppe Balbo, zio prediletto di mio padre. La cucina di mia nonna si movimentava, gli amici americani dello zio Beppe erano un’occasione di festa. Poco americani, per l’idea che avevo dell’America. Lui era un signore anziano, col basco e gli occhiali, lei una bella signora, con un sorriso regale. Non sapevo proprio chi fossero, in tanti venivano a trovare Balbo, ma avvertivo attorno a loro l’ammirazione riservata ai grandi talenti. E poco americani erano veramente, naturalmente cosmopoliti. Eddy Brown, violinista, nato ad Indianapolis nel 1895 da padre austriaco e madre russa, è stato un bambino prodigio, a nove anni accolto al Reale Conservatorio di Budapest, e a quattordici, dopo il diploma, al Conservatorio di San Pietroburgo, la culla dei giganti della musica russa. Nel 1916 inizia un’intensa attività concertistica in giro per il mondo, finchè nel ’26 incontra e sposa Beth Lydy, cantante lirica ed attrice col nome d’arte di Lyda Betti. Figlia di un insegnante, incaricato dell’istruzione in una riserva Sioux, cresce “dolcemente selvaggia” insieme ai bambini dalla tribù degli Oglaga, dove viveva ancora il leggendario capo Nuvola Rossa, per poi studiare Bel Canto in Italia. La coppia inizia una fortunata collaborazione artistica e di produzione di spettacoli musicali, finchè nel 1930 vengono ingaggiati dal gruppo radiofonico WOR, per avvicinare gli americani alla musica classica. I loro programmi suscitano tanto interesse nel pubblico da spingerli a creare una stazione radio dedicata, la WQXR di New York, che esiste ancora oggi. Dopo la guerra il rinato interesse del pubblico per la Lirica fa nascere in loro l’idea di fondare una scuola in Italia. Conoscono Bordighera negli anni della sua fioritura artistica, in occasione della prima Mostra di pittori Americani, nel 1952, si mescolano alla folla nella premiazione delle Cinque Bettole, e ha inizio l’amicizia con Giuseppe Balbo, che coinvolgono nella loro avventura come direttore del teatro sperimentale.

L’Accademia di Bel Canto trova la partecipazione di Mario Colombo, direttore dell’associazione lirica concertistica italiana e del Maestro Franco Alfano, compositore a cui si deve, alla morte di Puccini, il completamento della Turandot, nominato direttore generale dei corsi. Lo scopo dell’Accademia è offrire agli allievi una preparazione che permetta di affermarsi nel competitivo mondo dello spettacolo, con una “serietà da Conservatorio”, ma con un approccio più moderno, con corsi trimestrali intensivi volti a rafforzare anche le doti drammatiche. La severa Villa Agnese, una bella casa in pietra, in passato dimora della Regina Madre d’Inghilterra, diventa un Campus, ospitando uno stuolo di giovani allieve americane che portano un’estera ventata di giovinezza sognante ma determinata. I grandi, eleganti saloni della villa sono gli spazi ideali per concerti, scene d’opera e lezioni d’assieme, affidate ad insegnanti prestigiosi, di grande fama, un cast scelto accuratamente che ottiene una vasta risonanza sulla stampa internazionale.

All’inizio dei corsi, il 15 giugno ’53, Franco Alfano rivolge questo messaggio di benvenuto ai suoi allievi:

“alle giovani forze canore che stanno per iniziare la sì bella ma dura carriera del Teatro, il primo, forse l’unico consiglio è l’aver fede sempre in quell’ideale d’Arte che qualunque materiale interesse non dovrebbe MAI offuscare.

Fede e coraggio insieme, perchè invidie, disinganni, colpi mancini, sono continuamente in agguato , per avversare il loro cammino ascensionale verso quella meta agognata e quasi mai raggiunta che è la perfezione, faro che non bisognerebbe mai perdere di vista, anche se lontano. E poi: studiare sempre, insino alla più tarda età, ed essere disciplinati e rispettosi, ed infine mantenere la parola data – anche e sopratutto se non consacrata in un contratto!

E se d’ordinario i consigli altrui sono raramente messi in pratica – valgano almeno queste mie parole a ricordare loro questo bel momento della loro vita, che più tardi sarà certo rievocato con commozione, e … non senza un intimo rimpianto.”

Alla fine dei corsi gli allievi affronteranno una commissione d’esame che deciderà del loro debutto.

Dopo un trimestre di preparazione e di organizzazione il debutto si concretizza in una serata di gala il 15 agosto, nel nuovo Teatro all’aperto, dove viene rappresentata la Cavalleria Rusticana, con l’orchestra dell’Opera di Monte Carlo diretta dal Maestro Aldo Bonifanti, la regia del M° Marchiori della Scala e le scenografie realizzate dagli artisti di Bordighera. Notizie sull’Accademia appaiono sui principali periodici specializzati, destando l’interesse degli ambienti musicali americani ed europei, che riconoscono l’importanza di una scuola che rinnovi l’insegnamento della musica allineandolo alle esigenze attuali dello spettacolo, nel rispetto dei canoni classici ma con un’attenzione maggiore alle esigenze del pubblico, ponendo la musica classica alla portata di tutti. É intenzione di Brown allargare l’insegnamento ai corsi di Violino, Piano, Composizione, Balletto, Pittura e Scultura, far erigere l’Accademia a Ente Morale senza fine di lucro, lasciandola in dotazione alla Riviera dei Fiori come collegamento preferenziale tra lo show business statunitense e le tradizioni italiane, ma trova difficoltà burocratiche e poco interesse nelle autorità locali.

La morte improvvisa di Alfano, nel ’54, rende impossibile continuare i corsi con la dovuta attenzione del mondo accademico italiano, e pone termine all’esperimento.

Eddy e Lyda Brown, pur cercando negli anni di riallacciare i rapporti con Bordighera, nel ’56 vengono invitati ad occupare la cattedra di Direttori Artistici del College Conservatory of Cincinnati, e portano avanti quanto hanno iniziato con l’Accademia realizzando, a Cincinnati, un concorso per cantanti lirici, l’American Opera Auditions. Alcuni degli allievi formatisi a Bordighera iniziano una fortunata carriera lirica, ricordiamo le soprano Marcelle Bolman, Norma Conklin ed il baritono Richard Gordon, ritratto da Sergio Gagliolo in una posa leggendaria (all’altra Accademia, nel vecchio Palazzo del Parco) durante la quale con un acuto rompe un vaso di cristallo. Anche se breve, l’esperimento di Brown lascia un ricordo intenso in molti dei giovani di allora, artisti in formazione che si sono confrontati con mondi così lontani e così simili, ma anche persone amanti della cultura e dell’arte, e perchè no, anche solo turisti curiosi che si ritrovavano in un ambiente cosmopolita, frizzante, mondano, ricco di stimoli. Per pochi anni la piccola cittadina di Bordighera è stata un polo culturale internazionale, ha visto crescere intellettuali ed artisti di rilievo, è stata al centro dell’attenzione. Qualcosa di quegli anni è rimasto, nel piccolo vediamo nascere iniziative quasi spontanee, erbe selvatiche in un orticello stento, unite dall’amore della bellezza, della cultura. Forse la vera lezione dell’accademia dovrebbe essere rimbocchiamoci le maniche e seguiamo i nostri sogni.

Marco Balbo

Alfano e Balbo
prova d’assieme
Eddy e Lyda con Balbo, 1972
“la cantante”, acquerello 18 x 24

STILL LIFE

nei suoi ultimi anni Balbo non usciva più di casa, e gli portavamo da dipingere tutto ciò che ci capitava in cucina, cipolle, ortaggi, pesci. Da questi insoliti soggetti è nata una serie particolare di pastelli, minimali, con dettagli quasi fotografici, da cui il nome che ho dato a questa raccolta. Non rientrano infatti nei canoni delle nature morte, sono privi di sfondi ed oggetti di composizione, tutta l’attenzione è rivolta verso il soggetto, integro, fresco come appena raccolto. Ho il piacere di proporveli in occasione della manifestazione “un paese di sapori”, a Bordighera Alta, il 27 e 28 giugno.

††

I fiori di Balbo

I fiori sono stati uno dei soggetti preferiti di Balbo, dalla giovinezza alla vecchiaia, come se gli dessero conforto con i loro colori e le loro forme; sempre ritratti dal vero, non importa che fossero tre fiori di campo in un bicchiere o un opulento mazzo di rose, e sempre messi in posa con una cura quasi rituale, qualunque fosse poi l’approccio creativo, stilizzati con pochi tratti ad acquerello, o in pastelli minuziosi, più raramente ad olio, ma sempre pervasi dalla sua identità artistica.

In occasione della manifestazione “Ciaraffi in fiore” a Bordighera Alta ci tengo ad esporre una piccola scelta di opere alla galleria Via Dritta 22, da sabato 1 giugno a domenica 9, aperta durante la manifestazione e dalle 17 alle 20 nei giorni seguenti.

Ringrazio Claudia Roggero per la sua gentilezza ed il suo impegno.

Marco Balbo

BALBO E S.AMPELIO

Giuseppe Balbo collabora al rientro delle spoglie di S. Ampelio, patrono della città di Bordighera. Per l’occasione realizza una statua in cera che racchiude i sacri resti del santo. La statua è oggetto di fede nell’Abbazia di S. Maria Maddalena a Bordighera Alta.

 

 

Realizza un’opera dedicata al Santo

Balbo – Naufragio di s. Ampelio, 1947

e prepara un progetto per la ristrutturazione della piccola chiesa.

© Archivio Balbo 2018


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ENZO MAIOLINO E BALBO

Scrive Enzo Maiolino nel suo libro “Non sono un pittore che urla“:

Balbo fu l’incontro più importante dei miei venta’anni. Devo a Balbo, alla sua generosità, la realizzazione del sogno della mia adolescenza: diventare pittore.”

Balbo – Ritratto di Enzo Maiolino

Balbo e Maiolino si sono conosciuti nel ’46, quando Enzo si unì ad un primo gruppo di pittori che cominciò a radunarsi  nello studio allestito da Balbo al ritorno dall’Africa. “Noi, allievi della sua Scuola serale, fummo subito  etichettati “pittori dilettanti” o “pittori della domenica”.

Balbo insegnava a “vedere” da pittore. Cosa complessa, una vera e propria tecnica. La scelta del soggetto, la comprensione dell'”insieme”, l’osservazione e il confronto tra i vari elementi, la percezione dei “valori” chiaroscurali e tonali, ecc. Tutto ciò, insomma, che precede la trasposizione di un soggetto sul supporto (carta, tela, tavola)… Secondo me Balbo conosceva molto degli antichi procedimenti. Come provava la sua consuetudine, specie nelle tempere murali, di abbozzare con toni freddi e procedere, poi, con velature di colori caldi”.

 Lo studio di Balbo in via Vittorio Emanuele 61 a Bordighera – 1948

Enzo Maiolino (in basso a sinistra) nello studio di Balbo – 1948

“Poiché ognuno di noi si guadagnava da vivere con un secondo mestiere, a volte, la domenica, la Scuola al completo si trasferiva in campagna per esercitazioni en plein air.(Maiolino: op.cit.)

Le esercitazioni en plein air

L’incontro fu fondamentale per la formazione del giovane pittore, ma fu importante anche per Balbo, che trovò in Enzo e nel fratello Beppe Maiolino due validi collaboratori. In particolare Beppe Maiolino, come fotografo, ha documentato momenti importanti della Mostre organizzate da Balbo.

Beppe Maiolino e Balbo nel 1953

I percorsi artistici di Balbo e Maiolino andranno avanti in autonomia, ma resterà sempre tra di loro un legame speciale,  una vicinanza artistica nonostante gli opposti mondi pittorici. In particolare Maiolino  scrive due attente recensioni nel ’66 e nel  ’72, in occasione delle personali di Balbo , rispettivamente nella galleria del “Piemonte Artistico Culturale” di Torino e nella galleria della “sua” Accademia di  Bordighera.

cfr: http://www.giuseppebalbo.it/accademia3.html

http://www.giuseppebalbo.it/accademia5.html

In particolare, nel 72,  Maiolino analizza con grande efficacia il mondo di Balbo:

…” l’eclettismo di Balbo, più appariscente nelle due precedenti mostre, appare in questa più contenuto e un attento esame delle opere esposte ci permette una più serena riflessione sulla sua opera. La quale , a nostro avviso, presenta due aspetti fondamentali: il primo riguardante il diretto contatto del pittore con alcuni aspetti della realtà circostante; il secondo, l’estrinsecazione del suo mondo fantastico nel quale confluiscono spesso suggestioni letterarie e una sincera componente “surrealista”

Alla fine di questo articolo Maiolino si sbilancia:

Augurandogli altri lunghi anni di sereno lavoro, sentiamo che ci riserverà ancora delle sorprese. ( il suo recente entusiasmo per alcune tecniche calcografiche mai prima sperimentate, ci fa ben sperare in tal senso).”

http://www.giuseppebalbo.it/accademia7.html

Le sperimentazioni calcografiche di Balbo si erano fermate alla puntasecca e alla xilografia, le tecniche incisorie più immediate, dove il segno morde e comanda, senza ripensamenti ma anche con minori possibilità espressive.

Balbo – Carnevale; puntasecca 1957

Balbo – Palme del Beodo, puntasecca 1957

Invece Maiolino già negli anni 50 affrontava il mondo delle acqueforti, e proprio nel 72 realizza una significativa cartella di sei acqueforti dal titola “La casa nera”, a cura di Vanni Scheiwiller.

Torino, Galleria La Tableau, 1972. Vanni Scheiwiller (a sinistra) con Enzo Maiolino davanti alle incisioni de “La casa nera” (foto di Beppe Maiolino)

Marco Balbo scrive: “Ho un ricordo vivido di una estate dei miei sedici anni; nel magazzino dei fiori di mio padre Elio, spesso usato dallo zio Beppe per i lavori ingombranti, appare un torchio da stampa, bottiglie di acido, carte preziose, e con la guida tecnica di Enzo, Balbo realizzerà una bellissima serie di acqueforti con acquatinta, allo zucchero e a pasta molle.

Balbo – Cavalcata, xilografia 1968

Balbo e Maiolino 1955


Fonti :  E. Maiolino “Non sono un pittore che urlaphilobiblon edizioni 2014

Foto: Beppe Maiolino e Archivio Balbo

© Archivio Balbo 2018


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Nel prossimo post: Balbo e S. Ampelio

LE STRADE SI DIVIDONO (1933 – 35)

Balbo a Setif (Algeria)  1933

28 dicembre 1933  “Otto, nove, dieci! Esattamente dieci mesi che vivo solo, chiuso con me e con il mio orgoglio. Gli avvenimenti accaduti in questi dieci mesi hanno deciso molto, non solo sul mio avvenire, ma anche sul mio carattere. Mi pare aver vissuto mille anni, tanto che a pena riesco a ricapitolare i fatti un poco rilevanti che hanno lasciato traccia nella mia memoria.

Vediamo: febbraio, marzo, aprile – qualche scappata al mare in compagnia di amici e poi buio. Maggio – si, il 28 maggio ho visto il mio lavoro di parecchi mesi coronato con l’inaugurazione della Casa degli Italiani di Setif. “Gente Nostra” ha cominciato a funzionare. Da quando sono all’estero, mi pare che dalla parola Italia nasca un qualcosa di complicato che non posso spiegare. Pronunciando il nome della mia Patria, sento risuonare un’armonia tutta nuova. Ma son sincero? O mi cullo in un’illusione che si aggiunge a tutte le mie illusioni di cui il mio spirito, come una spugna, assorbe e conserva l’umore essenziale?

Poi, dal 28 o prima, non so mi pare un bisticcio col mio compagno, o meglio una disputa assai seria mi cominciò a preparare la parola fine al prologo del mio viaggio. A poco a poco stavo avvinghiandomi alla Caba, come un naufrago.

Nei giorni che seguirono la disputa, respirai meglio. Forse la decisione di lasciare libero un buon amico o quella di liberarmi di un cattivo compagno, mi fecero decidere ad abbandonare Setif.

Poi, con Mario si parlò chiaro, infine, due mesi più tardi verso la metà di luglio, discesi a Bougie.

E fui solo.

Intendo per solo la completa rinuncia che mi fu giocoforza fare a tutte le mie abitudini che ero riuscito a portare con me nella Caba.”

Giuseppe Balbo al lavoro   1934

I primi dieci giorni che passai a Bougie furono necessariamente spesi a cercarmi un alloggio ed una pensione conveniente alle mie risorse modeste. Trovai amici che mi accolsero con una marcata simpatia e con i quali potei, a mio agio, parlare delle cose che mi sono sommamente care. Di arte, di filosofia, di religione. Aliprandi, Niccolai, Ribera, Toquazzoni, sarà breve o lunga la mia vita, non lo posso sapere, né voi: ma se è vero che il morale influisce sul fisico, la vostra eccellente compagnia mi ha raddoppiato il tempo che mi resta da vivere!”

Bougie  1934

Di tanto in tanto Cavalla scendeva a trovarmi. Sempre affettuoso, sempre buon amico ma nihil mutatus ab illo!

Il mio soggiorno di Bougie ha iniziato un’altra fase del mio vagabondaggio. Ormai sono come tutti i pittori professionisti che o per studio o per commercio mutano di tanto in tanto residenza. I miei giorni trascorrono nello studio dell’acquarello, tecnica che mi tenta per la sua semplicità e difficoltà nello stesso tempo.

Studio a Bougie  1934

Balbo  1934

Evitando il villaggio di Biskra mi incammino verso il deserto. Passando a fianco del cimitero Mozabita la guida mi spiega che gli M’zabi non vogliono restar sepolti in quel cimitero e che, da quando la legge francese ha loro impedito di andar morti nello M’zab, si fa per i defunti un simulacro di sepoltura nel cimitero comune, ma poi i parenti o gli amici si incaricano di fare a pezzi il defunto e di trasportarlo a dorso di cammello ponendone i resti in cassette che non possano per le dimensioni esagerate, destar sospetto.”

Biskra : il cimitero Mozabita  1934

Ho premura di giungere alle dune. Carovane di cammelli che giungono dal sud sono nel loro elemento e non esiste più quell’anacronismo che si nota scorgendo cammelli sull’asfalto pulito dal passaggio delle auto.”

La piccola carovana  1934

Giungiamo finalmente alle prime dune. Anche là il turismo ha creato un piccolo alberghetto. Ma volgendo la schiena al progresso la piana sabbiosa e calda è maestosa. Le colline sono scese ad alture, e le alture, che hanno già il colore di sabbia, si stendono basse ed umili a lambire i piccoli grani impalpabili più piccoli che piccole gocciole di rugiada e terribili più che l’uomo grande e padrone del mondo.

Subito l’immensità che non riesco ad afferrare mi delude. Sotto il sole cocente inizio qualche nota. Una brezza leggera ed infocata mi suona i timpani sulla carta tesa e sulla tavolozza umida. Accidenti! Ho dimenticato i cerini all’albergo ed una repentina voglia di fumare mi assale. Finite le note avrei il desiderio di addentrarmi nel deserto, anche a mezzo del trenino bianco che passa con un fischio debole come pauroso della maestà che sta affrontando.”

Balbo e il deserto  1934

Gli avvenimenti più che io stesso mutano le mie disposizioni. Mi trovo ancora a Setif. Passo così l’estate lavorando poco, facendo frequentissime gite al mare ed aspettando che un altro avvenimento mi faccia abbandonare questa città che non amo eccessivamente.

Ricevo nel frattempo una comunicazione da Bordighera, di Curti che mi prega occuparmi di un’organizzazione di commercio di fiori nell’Africa del Nord. Me ne incarico volentieri, non per disprezzo all’arte, ma per distrazione.

Alla fine del 1934 mi trovai ad Algeri.

Cominciai ad organizzare il mio commercio. Trovai clienti, trovai  il magazzino, le spedizioni iniziarono e quando tutto fu a posto fui informato che per necessità imposte non c’era più nulla da fare.

La mia amica tavolozza mi venne a soccorso con le sue suggestioni e decisi di restare per arte ad Algeri dove ero venuto per commercio. Avendo molte difficoltà ad avere tutto il mio materiale che era sempre a Setif in custodia di Mario mi trovai, se non in imbarazzi in una situazione non del tutto brillante.”

13 febbraio 1935 “Oggi che scrivo mi trovo ad Algeri con molte cose in testa, con pochi soldi in tasca, ma con una matta voglia di lavorare, molte buone speranze ed un’ottima amica a Setif. Jane.”

Così finisce il diario della CABA.


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Tutte le foto sono di Giuseppe Balbo © Archivio Balbo


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BALBO IN ALGERIA: LA FINE DELLA CABA (1933)

Balbo e il dromedario  1933

1933 Ci presentiamo a fianco dei cammelli. Non sono nostri e non vogliamo sostituirli alla Caba, ma per quanto si dica si ha un bel viaggiare in Africa e non farsi fotografare vicino ad un cammello o sulla sua gobba. Bene inteso, parlo di cammelli ma credo che gli animali in questione siano dromedari. Non voglio fare l’elogio ed enumerare i pregi della “nave del deserto”. A priori non amo né il deserto né le navi, ma voglio portare riprodotte le sembianze di questo dromedario che non solo si prestò a lasciarsi fotografare in nostra compagnia, senza per questo esigere il minimo ringraziamento, ma non si mosse mai né prima né dopo, tanto che sarebbe il caso di domandarsi se non fosse un’ingegnosa trovata della gente del mercato, trovata destinata ad uso di quei turisti abituati o no a rompere le scatole ai cammelli che sono dromedari sul serio.”

Musicisti a Setif  1933

La gente comincia a precipitarsi alla fontana. Il caldo cocente aumenta la sete e le gole riarse si rinfrescano al glu glu dell’acqua destinata agli uomini ed agli animali. Per il momento sono gli uomini che bevono, ma ho visto anche gli animali e li avrei giudicati di un’educazione superiore e di una cortesia verso il loro prossimo che sembrano non conoscere invece questi assetati che con ogni mezzo si contendono la precedenza. Non si accorgono di Mario che li fotografa, fatta eccezione di un monello il quale o non riconosce i pregi della fotografia o si protegge con la mano aperta il viso, contro la malasorte che può uscire dalla macchina maligna che lo guarda con un occhio solo.”

Il monello  1993

Giungiamo così a Costantina. Si presenta raggruppata su alcuni dirupi. Gli abissi alti dai settanta ai cento metri sono varcati da meravigliosi ponti, quali in ferro, quali in cemento. Grandiose costruzioni moderne contrastano con la cittadella araba che sta raggruppata e non si sa come possa tenere l’equilibrio sulla roccia. Le casupole sono a filo della parete del burrone. Certo è che se i “menages” litigiosi hanno imparato il vizio europeo di far volare le stoviglie dalla finestra, sarebbe un po’ difficile pretendere di trovare un porcellana che resistesse a tal salto. È poi sicuro che il proverbio italiano “mangia la minestra o salta la finestra” non è nato qui. Sarebbe un po’ esagerato.”

Costantina  1933

23 ottobreAndiamo a visitare  le rovine di Djemila.

Ci avviciniamo alla città. L’impressionismo di Mario si sfoga in una frase: “Mi par d’essere in un campo d’asparagi”. Infatti se gli asparagi nascessero con la punta volta al cielo, la somiglianza con quelle colonne intere o mozze, con o senza capitello, non sarebbe lontana dal parer buona. Ma, rievocando gli asparagi, pensiamo che è quasi mezzogiorno. Due o tre alberi, non di più, ci offrono un po’di frescura. Ne approfittiamo per consumare la colazione con un appetito invidiabile. Iniziamo la visita, accompagnati da una guida araba. È un kabili pulito nel vestito bianco e quasi sapiente con quegli occhiali a stanghetta che ammorzano sotto un’aria di civiltà l’aspetto selvaggio che gli dà il turbante.”

La guida kabili 1933

Si profila contro le montagne scure l’arco di Caracalla ancora in ottimo stato. Sotto l’arco di trionfo passa una strada che doveva portare ad un quartiere oggi ancora sepolto. Andiamo in seguito ad ammirare la seria eleganza dell’arco di trionfo che meglio delle parole illustrano le ben riuscite fotografie.”

Djemila: l’arco di Caracalla  1933

Giungiamo al foro che è la parte più imponente se non meglio conservata della città. Colonne più grandi, rovine di un tempio e tracce d’incendi. Nel tempio è stato scoperto il busto di una statua in mezzo tondo, che misurava, completa, circa quattro metri d’altezza. Non in fine marmo e di una fattura mediocre, ma che da esatta l’idea di quella grandiosità che non abbandonò i romani in alcun luogo di conquista. Il busto, addossato ad una parete, doveva essere quello di Giove. E se ne trova la testa al Museo dove pure sono frammenti delle braccia.”

Djemila: Balbo e il busto di Giove  1933

Djemila: la testa di Giove  1933

Con la visita al Museo chiudiamo la nostra giornata archeologica. È notte quando partiamo. E sentiamo freddo durante il viaggio. Africa, deserto, arabi, niente di tutto questo. Ottobre, altopiano e temperatura bassa. E rientriamo a casa più romani di ieri.”


Durante il 1933 Balbo e Cavalla si scontrano con la burocrazia francese di Algeri. Il problema è la CABA che non risulta in regola.

Da molti molti giorni avevo abbandonato di confidare in queste pagine timori speranze ed avvenimenti. Di questi ultimi non vi è certamente abbondanza. I primi vanno e vengono si orientano secondo il vento, ne seguono le correnti e non servono a sciogliere la situazione. Ci preoccupa molto il problema della CABA.”

Balbo e la CABA  1933

Decidemmo di recarci ad Algeri. Ritornare nella città che avevamo abbandonato il 7 luglio con le più rosee speranze di proseguire il nostro viaggio, ci fece un effetto che non so spiegare.  L’ing. Tarting ci rivide meravigliato nel suo ufficio, ma all’esposizione di quanto era accaduto, non solo ci promise il suo appoggio ma ci volle presentare al Direttore Generale delle Dogane d’Algeria onde facilitarci i passi che avevamo intenzione di fare presso quell’ufficio. La sorpresa che ci attendeva non ci fu affatto gradita. Due funzionari ci accolsero nel loro ufficio. Agghindati e gialli ci sorrisero come chi dicesse per pigliarci in giro. E non sapevano ancora che si voleva. Esponemmo il nostro caso. Si ricordarono d’un tratto e guardandosi l’un l’altro ci dissero senza preamboli e senza esporre ragioni che il proprietario della macchina era da loro ignorato, ma che per la macchina stessa era stata reclamata all’Automobile Club di Parigi la somma di Frs. 33.000 quale imposta doganale sull’importazione della macchina in Algeria. Nulla da fare per quanto a loro.

Uscimmo naturalmente dalle dogane e ci abbandonammo a commenti, discussioni, progetti intorno alla questione.

Affogammo il tutto in un capace bicchiere di birra e ci recammo a trovare i nostri amici. Saluti, abbracci, sorprese.”


© Archivio Balbo 2018


Tutte le foto sono di Mario Cavalla e Giuseppe Balbo © Archivio Balbo


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Nel prossimo post: Balbo e Cavalla si dividono. La fine del diario della CABA