la tenda

Giornale del Sud – Catania – 23 novembre 1980 –

Dalle spine del reticolato ai fiori di Bordighera Giuseppe Balbo pittore e scultore

di Santi Bonaccorsi

Era monotona la vita nel campo di prigionia. Quello a cui mi riferisco, fa gli innumerevoli sparsi in quel tempo in ogni parte del globo terracqueo, non era certamente tra i più confortevoli. Pressoché tutta l’umanità era allora in guerra ma da lì dov’ eravamo noi la guerra si era allontanata, rumoreggiava lontano, e quelle erano divenute zone ideali per depositarvi – in un quadro di abbastanza leale rispetto di certe regole cavalleresche di belligeranza che risalivano al trattato di Westfalia – i prigionieri di guerra.

Eravamo nel Kenia. Vi restammo per cinque anni e mezzo noi che provenivamo dall’effimero Impero mussoliniano e che fummo presi negli ultimi mesi della sua esistenza. Clima ottimo e nessun problema alimentare. Il vero, se non l’unico, problema era quello dell’utilizzo del tempo, come farlo passare possibilmente non sprecandolo del tutto, pensando al giorno in cui si sarebbe usciti di lì; in cui si sarebbe rivisto infine un volto di donna, gli occhi di un bambino; in cui si sarebbe passati dalla condizione di “uomini prigionieri” a quella radicalmente diversa di “uomini liberi”:

Incontri

La maggior parte, quel tempo se lo lasciò scorrere addosso, senza neppure avvertirlo, oppure se lo trascinò come una palla al piede cui si fa, infine, l’abitudine ma restandone segnati nel passo definitivamente pesante e lento, nella inguaribile stanchezza, oppure lo sopportò come una comprensione, lunga, sofferta, mai accettata, cui poi, alla liberazione, seguì lo scatto di un’attività convulsa, ansiosa, assillata dal sentimento che non si avesse più “tempo da perdere”, oppure il senso rassegnato di una perdita irrecuperabile cui non restava che rimediare in qualche modo … ma ecco, parlare di Giuseppe Balbo è dire di una di quelle felici soluzioni che solo pochi, rari, seppero dare ai lunghi giorni della prigionia di guerra, non sperperandone neanche uno, proseguendo attraverso quei giorni deserti la loro fervida traiettoria, o addirittura, sotto la spinta vigorosa d’un temperamento adeguato, instaurandola, iniziandola proprio lì. Ci sono casi ben noti, basta fare dei nomi: quello del dott. Burri che diventa il pittore Burri, uno dei maggiori artisti viventi, o quello di Giuseppe Berto, che torna dalla prigione americana con un paio d’opere già bell’e pronte per la stampa.

Giuseppe Balbo, invece, quando fu catturato prima dalla guerra e poi da coloro che la stavano vincendo, aveva alle spalle un suo bravo anche se iniziale curriculum, aveva già intrapreso la sua carriera di pittore e scultore cui si era iniziato sin dall’adolescenza, avendo come suoi primi maestri i fratelli Pasquali, di Torino, sotto la guida di Andrea Marchisio. E aveva già fatto gli incontri per lui più importanti: in Italia quello con lo scultore Wildt, un artista che patisce un’immeritata eclisse essendo stato uno dei massimi scultori “di regime”, ma la cui opera è opportunamente documentata in alcuni dei più importanti musei del mondo, e in Algeria con il fiammingo J. Van Biesbroeck, pittore e scultore, inquieto ed estroso giramondo, come a 28 anni doveva allora essere Giuseppe Balbo. Nel 1930 era appunto in Algeria, poi lo troviamo al lavoro in Francia ( nel 1931, tappa importante per il suo cammino, firma alcune significative opere di pittura e di scultura religiosa per la chiesa di Saint – Michel a Cognac, cui faranno seguito altri lavori a Limoges, a Tolosa, a Marsiglia e in altre città francesi.

E poi l’Africa. Ed è appunto in Africa che si accentua la sua maturazione, specialmente per quanto riguarda la pittura ( mentre per la scultura è soprattutto del dopoguerra la conquista di un maturo “mestiere” e il raggiungimento di una forma più personale e sicura, lontana ormai dalla giovanile infatuazione per Wildt attestata dai bronzi degli anni 20 e in particolare dal vigoroso autoritratto del 1927).

L’atelier

E’ propriamente il campo di prigionia, anzi la sua baracca e nella baracca quell’angolino in cui si era ritagliato il suo “atelier”, vicino al letto da campo, col rudimentale deschetto costruito con materiali e strumenti di fortuna, dove egli, che non andava a trovare mai nessuno, lavorava, studiava, leggeva, insegnava a chi glielo chiedeva, e riceveva gli amici, molti dei quali conservano i delicati e sensibili, espressivi ritratti da lui rapidamente schizzati con le matite, i pastelli, i pennelli che era riuscito a procurarsi.

Ci sono anche a Catania alcune persone che furono, come me ( potrei fare subito cinque, sei nomi ) prigionieri di guerra in quel campo e si ricorderanno certamente ancora del pittore Giuseppe Balbo, del suo rigoroso impegno quotidiano di lavoro, di ricerca, assiduo, quasi obbedisse ad una regola monacale, ma lieto e sereno.

Quando nell’aprile 1955 la galleria “ la botteghina” che si era allora aperta a Catania con l’intento di presentare solo dei buoni e seri artisti, invitò Balbo a tenervi una sua personale, uno di queste persone, l’ing. Domenico Rapisardi, rievocò Balbo al lavoro nel campo di prigionia come uno dei più consolanti ricordi di quegli anni: “in quel periodo era comune a tutti noi, futuri reduci, la sensazione della solitudine e della miseria in cui avremmo ripreso a vivere. Su un panorama formato dalla sconfitta, dalla invasione della nostra terra, dentro baracche coperte da foglie di palma ciascuno cercava di saggiare e riconoscere le proprie capacità personali, sapendo che per sopravvivere e per ricominciare non restava che contare su di esse. Ricordo che in questa atmosfera angosciata visitare Balbo e vederlo lavorare dava un senso di calma e di sicurezza confortanti. In qualsiasi ora del giorno ci recassimo da lui ( egli non rendeva visita a nessuno ) lo trovavamo seduto accanto al suo lettino da campo intento a dipingere, a disegnare, a modellare l’argilla, con l’attenzione e insieme con la smemoratezza di chi scava in se stesso traendone continuamente inaspettati tesori”.

“Scavare in se stesso” è un’impressione puntuale ed esatta. Perduto ogni contatto con il mondo, con la cultura, con l’arte, diciamo pure con la vita, inchiodati ad un immobile tempo, senza più alcuna possibilità di partecipare direttamente all’elaborazione del nostro destino, che maturava altrove, senza di noi, lontano da noi, non c’era che questa risorsa: scavare in se stessi. Balbo lo fece, indefessamente, con passione e rigore e ne cavò innanzitutto una indiscutibile bravura tecnica, una scioltezza e padronanza dei suoi mezzi espressivi per cui è sempre parso un “artista facile”, capace di realizzare sulla tela o con la creta qualunque idea, qualunque progetto.

Egli che da giovane aveva fatto le sue brave armi futuriste, che si era poi innamorato del “novecentismo” wildtiano, non potendo per lungo tempo mantenere i contatti con le nuove esperienze e correnti artistiche, quando poi li riprese non aveva più, in un certo senso, “nulla da imparare”, aveva fatto tutte le esperienze che gli erano consentanee, era sceso da dentro di sé fino in fondo, aveva soprattutto imparato che ciò che conta è essere fedeli a se stessi, non corrompersi, non tradirsi, non mentire mai.

Tornato dalla prigionia – durante la quale il suo nome aveva varcato il limite, generalmente invalicabile, dei reticolati, sicchè restano opere sue al vescovato di Nieri ( Kenia ), al vescovato di Kisumu ( Tanganica ) – Giuseppe Balbo si è fissato nella sua natia Bordighera e non se n’è più allontanato, salvo per qualche breve “incursione di lavoro” in Francia, in America.

Due anni fa Bordighera gli ha reso omaggio con una manifestazione intitolata appunto “omaggio a Balbo”, festeggiato non solo come pittore e scultore e “maestro d’arte” ( riunendo in una mostra che ebbe larga risonanza opere sue e di una schiera di suoi discepoli che vivono e lavorano in Italia ed all’estero ) ma anche come appassionato “operatore culturale”.

Animatore

E’ stato sottolineato che si dovette a lui quella “Biennale di Pittura a americana” che fece conoscere in Italia artisti quali Pollock, Feininger, Ben Shan, Matta; si sono sottolineati i suoi fruttuosi rapporti con Peggy Guggenheim e con Jean Cocteau, venuti più volte a trovarlo a Bordighera, ma non fu solo questa la manifestazione culturale di alto livello di cui per merito suo Bordighera è stata sede e centro di irradiazione. E anche per questo a Bordighera tutti gli vogliono bene e lo considerano una gloria cittadina e un animatore della vita culturale che da lì si irradia su tutta la regione ligure.

Bordighera…

Di Anselmo Bucci

corriere della sera 16 /7/ 1952

Davanti a un monte, coperto di fiori, come davanti al Tempio della Vittoria in Agrigento, si resta muti. Gradi e tipi di bellezza sospendono il pensiero. Da quando sono qui, non penso più a nulla. Mi pare il miglior elogio a questo celeberrimo paese. Francesco Pastonchi mi disse un giorno: “aspetti frivoli della Riviera li han fatti gli uomini: la vera Riviera è uno scoglio alpino fiorito di rododendri”. Parola profonda. L’opulenta riva ha un provvidenziale spazio grigio: la massa dei monti, la loro struttura nuda, severa, a contrasto.

Temevo che la primavera “eterna” cedesse al confronto della tenera primavera fuggitiva delle plaghe dove c’è l’inverno. Invece regge. Credevo che in questa Riviera, sempre vestita a festa, il verde primaverile fosse invisibile. Invece, è evidente. Il canto degli uccelli pare meno nitido, fitto, avido. Ma c’è. Anche gli uccelli milionari fanno all’amore. La dominante è invisibile: l’aria. Entra da sola nei polmoni senza che il mantice ve la spinga; si frappone tra voi e gli oggetti come un cristallo, una lente tersa; eleva i rumori a suoni. Le piante vi stanno immerse, beate: vedi laggiù quell’eucaliptus con i rami sospesi come belle braccia nude e le chiome ariose, crepitanti!

La luce la vedono tutti. Qui ogni aspetto può diventar bello; bella ogni cosa, anche se piatta e frivola, come accade agli occhi degli innamorati.

Capisco che questi due vecchi, coppia secolare, che passano claudicanti col bastoncino sotto gli oleandri alternati alle palme, siano persuasi di essere felici. Non ancora la decrepitezza mi ha spinto qui, ad ammirare ancora una volta i grappoli aranciati dei datteri e i caschi verdi delle banane; ma una inattesa anzi temuta autorità di giudice, alla quale mi sento poco adatto.

Si trattava di vagliare, di premiare le opere degli Artisti americani in Europa che fanno a Bordighera la loro prima esposizione. L’idea è bella: degna la mostra, la quale echeggia tutte le risonanze pittoriche d’Europa, ma offre anche opere di un accento inatteso, acerbo; opere, appunto, americane. Acquisti – premi sono stati fatti per fondare qui una Galleria d’arte moderna; e la mostra diverrà annuale e sempre più importante.

L’arte, anzi la letteratura, rivelò la “città delle palme” soprattutto all’estero: il “Dottor Antonio” di Giovanni Ruffini, il romanzo della patetica Miss Lucy, prima noto ed apprezzato dagli inglesi che da noi; De Amicis con il “Paradiso degli Inglesi”; il Mantegazza, Matilde Serao e molti altri. Il paradiso degli Inglesi può diventare quello degli Americani. Per ora è il paradisetto degli Italiani; di cui si parla già nel mondo, da tutti i personali d’albergo, come dei migliori turisti; ma sottovoce, per non scoraggiare quegli altri.

Gli altri, eccone un gruppo là sulla strada di primo mattino; un gruppo di fanciulle nordiche alte e sottili, vestite di cenci, dai visi d’angelo, dalle scarpe di soldato, oppresse da zaini e sacchi enormi, da contrabbandiere. Viaggiano a piedi. Curve, a passi brevi e lenti, passi di condannato a morte, salgono alla vista del mare. Si fermano un istante, guardano, e proseguono il turistico calvario.

L’onda del mare sulla spiaggia ha l’impeto di uno scroscio di applausi, quando la risacca rotola la ghiaia minuta; il tipico applauso oceanico, a cui ci ha abituato la radio. Questo battimano mi sveglia alla mattina.

La chiesetta di Sant’Ampeglio piantata sugli scogli, si disegna sulla punta estrema del capo, contro il velo scintillante del mare. Con i tre piccoli tetti rossi sembra nuova fiammante, la vetusta chiesa cristiana forse troppo restaurata; ma non perde tutto il patetico di capanna di pietra, con un campaniluzzo e un portichetto. La rovina del Casinò a destra e i suoi finestroni sventrati a tutti i venti e i vuoti “occhi di bue” immalinconiscono il paesaggio.

Tre pescatori adusti con le canne a spalla scendono scendono verso il mare; due altri ne tornano con la loro cassettina di aringhe vive, che portano alla città alta, la casbah di Bordighera. Lo scintillìo del Tirreno scende a mordere gli scogli. Grandi rondini forcute violente incrinano il paesaggio in tutti i sensi. Poca gente sul Capo Sant’Ampeglio. La “stagione” non è ancora aperta. Ma pie donne cristiane con il velo nero si avviano alla messa nella chiesina, e drappelli paganeggianti di fanciulle seminude, dal passo marziale nel sandalo rosso, al mare.

Uno sperone di roccia mi impedisce di vedere da qui la vicinissima valletta amena, folta di ogni pianta verde preziosa, in cui biancheggia come neve il monumento marmoreo a Margherita Prima Regina d’Italia, stupendo per dignità e dolcezza,opera di Italo Griselli. E’, certo, la “statua seduta” più bella che si possa vedere, nell’arte del nostro tempo.

Ma sopra quella rupe si incide nel cielo una koubà, un grigio, modesto, piccolo dado in muratura con un cupolino depresso: arabo senza dubbio; la tomba di un santone, un marabath dell’Islam, in simmetria con la chiesetta. Peccato che un’imminente antenna elettrica lo disonori.

Quando me lo indicarono, e me ne meravigliai, mi si spiegò che il nome “Bordighera” non deriva affatto dal Burdigala dei Celti, né dal provenzale bourdigué che vuol dire pescaia; ma da Borj-el-gherà, forte dell’anfiteatro ( teatro o anfiteatro di collina ) e che l’atto di nascita della “città delle palme” non risale soltanto al 2 settembre 1470 con il atto di alleanza degli “Otto Luoghi” fra i quali “Bordighetta”; ma ben più in là, nei secoli bui, in cui la città fu saracena. Del resto quel dado, quella koubà, ne fa fede.

Così mi assicura il pittore Balbo, buon “tiranno” artistico di questi luoghi ( ogni città d’Italia ha un tiranno artistico ), noto africanista, che pare arabo anche lui, con quella faccia ancora giovanile, ma screpolata da meridiani e paralleli di rughe solari, tale che pare cotta al forno. Questo collega pieno di ottimo fervore patrio, e altri amici ritrovati qui, primo Bernardino detto il Nipote, pittore moderno armato di potente automobile ( ma sa disegnare ), mi hanno rivelato a volo le varie bellezze di Bordighera; e non soltanto il Circolo degli stranieri e la passeggiata lungomare e la Via romana e il Museo di antichità della Liguria; ma i colli vestiti di fiori, i monti vestiti di ulivi, lo stupendo retroterra e il paese di Sasso nitido e apparentemente deserto in una ridente solitudine; la valle del Roja austera e l’osteria della Truffa, celebre per le sue trote nee che io suppongo incrociate coi lucci, e che hanno tuttavia la carne salmonata; la frontiera di Francia affollata di macchine come piazza della Concordia; i giardini stupendi dai nomi esotici; ed infine il palmeto famoso che dà le palme al Papa per la Settimana Santa: privilegio concesso a quel marinaio di Bordighera nominao Bresca che gridò in piazza S. Pietro: “acqua alle corde!” quando vide l’obelisco egiziano in pericolo, sfidando così l’ira di Sisto V, che era Papa “cocciuto e stizzosetto”.

Tutto m’han fatto vedere questi amici, tutto; meno una cosa, di cui han sempre parlato per incidenza senza mai dire “andiamo”: delle Cinque bettole della città alta, o città vecchia. Forse ne erano umanamente gelosi, e bisogna compatire alle debolezze umane.

Questa perla, la Città vecchia, ho dovuto vedermela da me.

L’ho scoperto, solo, stasera; e m’è parsa la più bella cosa del mondo.

Raggiungo uno spiazzo, tra le agavi, le palme, i cactus, le euforbie. Un enorme “ficus” dalle foglie metalliche fa un disco d’ombra. Tre annosi navigatori riposano a colloquio sopra un sedile. Uno sta dicendo: “Ho cambiato varie sterline d’oro a Napoli, nel millenovecento…” e mi guarda passare, con due cerulei occhi non-ti-scordar-di-me.

Ecco la muraglia della fortezza smantellata qua e la, tinta a toppe di calce bianca sulle pietre vive; archi dappertutto, contrafforti, speroni, una vetusta porta isolata, di squisita fattura, rosa alla base; un vicolo chinato, lastricato di mattoni a coltello, nitido e tutto rosa.

Mi trovo in una piazzetta incantevole, da Cavalleria Rusticana, piena di marmocchi bronzei non insolenti, e di bella gente seminuda e torrefatta sull’argento dei carrettini di pesce; fra scenari dipinti che circondano una chiesa dipinta.

Entro in chiesa, buia e dorata, di un fasto d’oro fiorito – dappertutto fiori olezzanti – genovese e napoletano. Nessuno. Esco al sole. In una attigua piazzetta solitaria che ascolta il chioccolio di una fontanella, tutti i vecchioni bordigotti lassù sono schierati, lungo l’alta ringhiera, i nonni a sinistra, le nonne a destra, a prendere il sole e a godere il dominio dei paradisi sovrapposti,dei giardini, dei verzieri,dell’immenso mare. I vecchi nocchieri forse, scrutando il mare sempre deserto, senza mai una vela, scuotono la testa.

Sprofondiamoci nei vicoli, in discesa e in salita, divisi di ombra e di luce, arcuati sulle gobbe della collina. Qui il giuoco dei voltoni crea una pietrificata foresta di palme; più in la due scale esterne scendono quasi a baciarsi, lasciando giusto il passo ad una persona; oltre ci sono porte a tutte le altezze, finestre di ogni forma e statura, vicine per tutte le confidenze d’amore, per tutte le probabili e impossibili avventure. Nitore per terra; ombra colorata dappertutto. Nessun angolo in cui l’occhio non sia divertito. Tutte le ore sono presenti: la notte, il giorno, il crepuscolo, l’aurora. Tutti i mesi dell’anno e le stagioni si alternano seguendo i passi; ed ogni forma di architettura, dalla grotta tunisina imbiancata a calce e abbagliata dal neon in cui il barbiere rade il cliente, al palazzo genovese riquadrato e dipinto, nella gloria del sole. E Genova, e Venezia, e Napoli e Algeri, e tutti i porti del Mediterraneo. Intimità. Non pare di andare per via, ma di attraversare le case: certe stupende intimità di Pompei.

Ma la meraviglia sono i bastioni. Qui veramente è la fortezza moresca. “Via alle Mura” è una serie di archi di cotto altissimi che fanno il giro della cittadella, e creano un portico tenebroso, interrotto da strette zone di luce, che sono le viuzze accorrenti. La volta più larga della base dà il carattere del levante.

Mentre ammiro estatico, rare ma ben note detonazioni si annunciano alle mie spalle; uno dei fragorosi ordigni in cui i sedentari viaggiano in un assordante semicupio, minaccia da vicino. Non posso tenermi dal gridare: “anche qui!”. Purtroppo la “città del silenzio” ne è piena. L’ultima illusione della mia gioventù è distrutta. I crostacei rossi hanno invaso la collina. Nella piazzetta che melanconicamente voglio rivedere l’ultima volta, irrompe un bolide fracassante, una torpedine detonante che reca, sprofondati , un centauro grasso e un ragazzetto magro. Il finimondo è tale che i fondali e le quinte del teatrino, le architetture genovesi arabe pisane turchesche cadono, procombono una sull’altra e tutte precipitano sulla chiesa dipinta.

Mi salvo con la fuga.