in occasione di Bordi Art ho voluto presentare opere poco note…

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giuseppe balbo, pur essendo naturalmente portato alla ricerca di nuove forme espressive, nei primi anni 70 ha una svolta creativa realizzando una serie di opere in cui l’influenza della pop art è evidente nelle forme, semplici, nette, ma con una coniugazione estetica assolutamente personale, il segno puro assume un’importanza che travalica il contenuto. Sembrano opere fatte di getto, ma, come sempre, nascono da schizzi sui suoi taccuini, li chiamava “sempre in tasca”, e da una attenta ricerca del tipo di carta, dei colori e dei solventi usati: acquerelli spesso stesi con bianco d’uovo o graffiti di steatite, oppure colori ad olio su carte particolari. Tutto questo non per mero virtuosismo, ma con l’urgenza di ricercare un segno nuovo, quasi primitivo, che traduca la spinta innovativa di quegli anni in un mondo pittorico molto personale.

Nella scelta delle opere ho preferito concentrare l’attenzione su quelle più immediate, meno articolate, molte mai esposte finora, e soprattutto mai insieme.

Per soddisfare la curiosità che spero di aver alimentato vi segnalo il sito

www.giuseppebalbo.it

Un bellissimo articolo di Carlo Betocchi.

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Bordighera, premio cinque bettole 1956: da sinistra Giacomo Natta, Carlo Betocchi e signora, in piedi i pittori Camarca, Balbo e Omiccioli. foto di Beppe Maiolino.

Rapporto ligure – di Carlo Betocchi – popolo ligure febbraio 1957

Ricordavo Ventimiglia di trent’anni fa: una stazione grande, lunga; noiosa e burocratica; senonchè sui marciapiedi si incontravano doganieri italiani e francesi; e questa era una novità per lo spirito giovane. Anche fuori se ne incontrava qualcuno, che tra due servizi ciondolava sulle panchine del grande viale di palme che andava al mare, lungo il mercato dei fiori. Tra qualche palma rimasta, quel viale oggi è diventato di platani, e la stazione è più bella. Ho cercato là in fondo la vecchia passerella di legno che cavalcava la foce del Roja; ce né un’altra di cemento. Non ho voluto vedere altro che la lunata, derelitta spiaggia di ciottoli che geme di sporchi relitti, slabbrata dalla foce del fiume: sempre eguale. Dal breve frangiflutto di massi ho ficcato gli occhi lungo l’ispido letto ciottoloso, verso le Alpi, per la cara via che porta al colle di Tenda : cara Liguria estrema, Liguria di monte!

Ma il mio nido quest’anno, l’ho fatto a Bordighera, e sempre, anche dal mare di Bordighera, dai giardini di palme tra siepi di gelsomino, guardavo la collina. Le serre, gli orti, i campi di garofani strapazzati tra le case sulla breve fascia del litorale, mi invitavano a quell’altra pace, anch’essa di lavoro, ma più rispettata e recondita; e sempre, nel frastaglio degli interessi, cercavo di capire e di intendere il segreto delle intime forze che fanno così viva quella parte della Liguria.

I muratori chiamano “ a cuci e scuci “ il lavoro col quale rassettano un muro malandato, con sassi nuovi in calce migliore, scartando il vecchio e slegato. In nessuna regione d’Italia, come lungo le coste e le colline liguri, se se ne tolgono i grandi complessi industriali, la vita è regolata da un così paziente, assiduo minuzioso lavoro di ripresa “ a cuci e scuci “. E’ la singolarità e la industriosità di questi caratteri umani, che vi si adatta e ne vive; e il risultato consiste in una bellezza e utilità di insieme di particolari che si adatta alla necessità sempre mutevole: sulla costa necessità di turismo, tanto cambiata da trent’anni in qua e pazientemente evolutasi in campagna e sui colli necessità delle assidue, puntigliose coltivazioni; fors’anche redditizie, ma non senza la presenza costante dell’uomo, si può dire, su ogni metro quadrato di terra.

Di terrazza in terrazza, quale a fiori, a fragole, a ortaggio, a vigna, a uliveto, scorribandando col mio passo calmo e lo sguardo accorto in cerca di quella novità antica che è la virtù, e che si vede meglio nelle piccole cose, industriosamente ricche di essa, qui un uomo, là una donna col suo bimbetto, sempre qualcuno seguiva con lo sguardo rialzato sotto il cappellaccio di paglia il mio andare per i viottoli propri, nessuno negandomi il passo, tutti aiutandomi a ritrovarmi, e tutti in faccende.

Sboccavo in paesi, Ventimiglia alta, Bordighera alta, e più lontano, dalle strade boscose, a Sasso, a Seborga, e scoprivo nelle vie ripide la vena dell’antico esistere paesano, quando avevo appena lasciato il chiasso motorizzato e le nudità multicolori della Riviera; e tra le case vecchie l’antico silenzio, nelle chiese spesso maestose, e nell’ora meridiana deserte, una capacità d’attesa infinita, perchè la fede non si misura con le statistiche, la verità è miracolo.

La stessa letteratura ligure, splendidamente fiorita in questo secolo sulle due coste ( di ponente e di levante ), dal tempo di “ Riviera Ligure” e dei primi accenti di Mario Novaro per venire a Sbarbaro, a Boine, quindi al primo Montale ( il più ligure ), a Barile, Grande, Descalzo, Caproni, coi movimenti attivissimi di altre riviste come “Circoli”, come “Maestrale”, e poi rinnovata dopo la guerra coi narratori della resistenza ( a Bordighera è Seborga ) e i giovani di questi anni, anch’essa ha agito con questi medesimi caratteri, di assidua ripresa e cultura del tessuto della civiltà letteraria nazionale che andava a marcire nel disfarsi dei vuoti estetismi; e lo ha fatto quasi al margine, con una operazione penetrante, col rimedio di una sanità, di una schiettezza senza riserve o finzioni, sull’opera viva inserendo le sue migliorie, quasi in cantiere, senza chiasso di demolizioni: quanto meglio, si osservi, tra il ’15 e il ’30 dei suoi futuristi, o dello strapaesanesimo fiorito in Toscana. La virtù ligure nasce lì, si fa riconoscere per tale, ma ha una fioritura più diligente, se meno vistosa, una mira più lontana, dello spiccato individualismo toscano di allora: e quasi si direbbe, più pensiero delle basi su cui costruisce, di ciò che sarà, della eredità da lasciare.

I suoi documenti hanno una precisione che alla lunga determina la validità della carica umana nel tessuto sociale, meno immodesto dei documenti toscani, più appropriata a una vita in continua trasformazione ma che va legalizzata puntualmente con appositi strumenti: e non a caso rammento, come la vidi vent’anni fa, l’antica e rispettata casa notarile di Sestri Levante dalla quale

Carlo Bo è venuto ad essere uno degli spiriti più preziosi dell’Italia moderna: la cui informazione e documentazione, e le cui proposte per il futuro, sono fatte sul vivo d’una ricerca spirituale fondata su un patrimonio autentico, su dei beni reali. Ricordo, nell’anticamera dello studio notarile paterno, la buona gente che s’aspettava l’entrata, come usa, col pugno chiuso nell’altra palma aperta, la testa china, quasi stringendo nel gesto gli interessosi pensieri: e accompagnando Carlo più giovane, ma grande e grosso anche allora, per le strette vie dietro il porticciolo di Sestri, quel ricambio fitto ma schivo di saluti che lo accompagnava, sugo di conoscenza vecchia, di meritata stima e di familiare rispetto.

Su queste basi di probità, tra l’altro, è nato a Bordighera in questi anni il premio letterario “Cinque Bettole”, che si circonda di altri di pittura e di giornalismo. Quello letterario fu vinto l’anno scorso da Giacomo Natta, originale ed estroso scrittore in cui si raccoglie, si può dire tradizionalmente, lo spirito vivo dei rapporti tra la letteratura ligure militante e la migliore cultura italiana; quest’anno, diventato di insospettata larghezza ha premiato un racconto già stampato in giornali o riviste con mezzo milione ( meritato da Giuseppe Berto ); aggiunti altri premi, d’incoraggiamento, per dei racconti inediti di giovani. È un premio che promette di crescere, perchè non è soltanto di ambizione locale, o di mondanità, ma legato ad attività e interessi precisi culturalmente definiti e in sviluppo.

E forse per questo ha una originalità che appare sana ed evidente, quando si rivela nell’impianto della bella serata in cui viene assegnato. Nasce dalla Azienda autonoma del Turismo, tra i giardini, le spiagge e gli alberghi, e gli interessi che vi sono collegati; ma viene consegnato nella vecchia cornice di Bordighera alta, dal sagrato della chiesa, e si sente che non è per far colore, ma per restituire al popolo quello che è suo, il quale affolla la piazza, una folla di donne, di pescatori e di agricoltori, e in prima fila una ciurma di bambini: e finisce con una cena imbandita dalle molte osterie, che non so se sono cinque, a lunghe tavolate per le ripide strade, e sotto gli archi scuri, mentre dalle mura lievitate dal salino pendono i quadri del parallelo concorso di pittura.

Vederla, per esempio, questa pittura; come mai si è formato un centro d’interesse per la pittura, così vivace ed attivo, a Bordighera. È Giuseppe Balbo, buon pittore e segretario di tutti i premi, che ha fatto questa sua scuola; e che spera di animare se avrà i mezzi, un artigianato di ceramiche artistiche.

C’è a Bordighera un gruppo di artisti attivissimo; e un vivaio di giovani. Mi sono avvicinato ad uno di essi, Maiolino, che insegna disegno ai ragazzi nelle scuole medie, e ne ottiene dei risultati eccellenti. Si va da Maria Pia, alla Piccola Libreria, dove si può sapere sempre qual’è un libro buono, dov’è uno spirito fine, da quelle parti; e mi ha fissato un appuntamento col giovane pittore. Allo studio gli ho accennato a ciò che vedevo ripetersi nelle loro pitture di giovani, lì intorno, di fedeltà al loro paese, di sincerità di espressione; ed egli mi ha ripetuto, come Camarca, che deve a Balbo, oltre a tutto, la serietà dell’impegno, la passione per l’onestà del lavoro. Lontani da Roma, da Milano, da Firenze, senza albagia, pochi guadagni, punto chiasso, forse ancora modesti artisti, ma veri uomini, anime vive.

 

 

Bordighera…

Di Anselmo Bucci

corriere della sera 16 /7/ 1952

Davanti a un monte, coperto di fiori, come davanti al Tempio della Vittoria in Agrigento, si resta muti. Gradi e tipi di bellezza sospendono il pensiero. Da quando sono qui, non penso più a nulla. Mi pare il miglior elogio a questo celeberrimo paese. Francesco Pastonchi mi disse un giorno: “aspetti frivoli della Riviera li han fatti gli uomini: la vera Riviera è uno scoglio alpino fiorito di rododendri”. Parola profonda. L’opulenta riva ha un provvidenziale spazio grigio: la massa dei monti, la loro struttura nuda, severa, a contrasto.

Temevo che la primavera “eterna” cedesse al confronto della tenera primavera fuggitiva delle plaghe dove c’è l’inverno. Invece regge. Credevo che in questa Riviera, sempre vestita a festa, il verde primaverile fosse invisibile. Invece, è evidente. Il canto degli uccelli pare meno nitido, fitto, avido. Ma c’è. Anche gli uccelli milionari fanno all’amore. La dominante è invisibile: l’aria. Entra da sola nei polmoni senza che il mantice ve la spinga; si frappone tra voi e gli oggetti come un cristallo, una lente tersa; eleva i rumori a suoni. Le piante vi stanno immerse, beate: vedi laggiù quell’eucaliptus con i rami sospesi come belle braccia nude e le chiome ariose, crepitanti!

La luce la vedono tutti. Qui ogni aspetto può diventar bello; bella ogni cosa, anche se piatta e frivola, come accade agli occhi degli innamorati.

Capisco che questi due vecchi, coppia secolare, che passano claudicanti col bastoncino sotto gli oleandri alternati alle palme, siano persuasi di essere felici. Non ancora la decrepitezza mi ha spinto qui, ad ammirare ancora una volta i grappoli aranciati dei datteri e i caschi verdi delle banane; ma una inattesa anzi temuta autorità di giudice, alla quale mi sento poco adatto.

Si trattava di vagliare, di premiare le opere degli Artisti americani in Europa che fanno a Bordighera la loro prima esposizione. L’idea è bella: degna la mostra, la quale echeggia tutte le risonanze pittoriche d’Europa, ma offre anche opere di un accento inatteso, acerbo; opere, appunto, americane. Acquisti – premi sono stati fatti per fondare qui una Galleria d’arte moderna; e la mostra diverrà annuale e sempre più importante.

L’arte, anzi la letteratura, rivelò la “città delle palme” soprattutto all’estero: il “Dottor Antonio” di Giovanni Ruffini, il romanzo della patetica Miss Lucy, prima noto ed apprezzato dagli inglesi che da noi; De Amicis con il “Paradiso degli Inglesi”; il Mantegazza, Matilde Serao e molti altri. Il paradiso degli Inglesi può diventare quello degli Americani. Per ora è il paradisetto degli Italiani; di cui si parla già nel mondo, da tutti i personali d’albergo, come dei migliori turisti; ma sottovoce, per non scoraggiare quegli altri.

Gli altri, eccone un gruppo là sulla strada di primo mattino; un gruppo di fanciulle nordiche alte e sottili, vestite di cenci, dai visi d’angelo, dalle scarpe di soldato, oppresse da zaini e sacchi enormi, da contrabbandiere. Viaggiano a piedi. Curve, a passi brevi e lenti, passi di condannato a morte, salgono alla vista del mare. Si fermano un istante, guardano, e proseguono il turistico calvario.

L’onda del mare sulla spiaggia ha l’impeto di uno scroscio di applausi, quando la risacca rotola la ghiaia minuta; il tipico applauso oceanico, a cui ci ha abituato la radio. Questo battimano mi sveglia alla mattina.

La chiesetta di Sant’Ampeglio piantata sugli scogli, si disegna sulla punta estrema del capo, contro il velo scintillante del mare. Con i tre piccoli tetti rossi sembra nuova fiammante, la vetusta chiesa cristiana forse troppo restaurata; ma non perde tutto il patetico di capanna di pietra, con un campaniluzzo e un portichetto. La rovina del Casinò a destra e i suoi finestroni sventrati a tutti i venti e i vuoti “occhi di bue” immalinconiscono il paesaggio.

Tre pescatori adusti con le canne a spalla scendono scendono verso il mare; due altri ne tornano con la loro cassettina di aringhe vive, che portano alla città alta, la casbah di Bordighera. Lo scintillìo del Tirreno scende a mordere gli scogli. Grandi rondini forcute violente incrinano il paesaggio in tutti i sensi. Poca gente sul Capo Sant’Ampeglio. La “stagione” non è ancora aperta. Ma pie donne cristiane con il velo nero si avviano alla messa nella chiesina, e drappelli paganeggianti di fanciulle seminude, dal passo marziale nel sandalo rosso, al mare.

Uno sperone di roccia mi impedisce di vedere da qui la vicinissima valletta amena, folta di ogni pianta verde preziosa, in cui biancheggia come neve il monumento marmoreo a Margherita Prima Regina d’Italia, stupendo per dignità e dolcezza,opera di Italo Griselli. E’, certo, la “statua seduta” più bella che si possa vedere, nell’arte del nostro tempo.

Ma sopra quella rupe si incide nel cielo una koubà, un grigio, modesto, piccolo dado in muratura con un cupolino depresso: arabo senza dubbio; la tomba di un santone, un marabath dell’Islam, in simmetria con la chiesetta. Peccato che un’imminente antenna elettrica lo disonori.

Quando me lo indicarono, e me ne meravigliai, mi si spiegò che il nome “Bordighera” non deriva affatto dal Burdigala dei Celti, né dal provenzale bourdigué che vuol dire pescaia; ma da Borj-el-gherà, forte dell’anfiteatro ( teatro o anfiteatro di collina ) e che l’atto di nascita della “città delle palme” non risale soltanto al 2 settembre 1470 con il atto di alleanza degli “Otto Luoghi” fra i quali “Bordighetta”; ma ben più in là, nei secoli bui, in cui la città fu saracena. Del resto quel dado, quella koubà, ne fa fede.

Così mi assicura il pittore Balbo, buon “tiranno” artistico di questi luoghi ( ogni città d’Italia ha un tiranno artistico ), noto africanista, che pare arabo anche lui, con quella faccia ancora giovanile, ma screpolata da meridiani e paralleli di rughe solari, tale che pare cotta al forno. Questo collega pieno di ottimo fervore patrio, e altri amici ritrovati qui, primo Bernardino detto il Nipote, pittore moderno armato di potente automobile ( ma sa disegnare ), mi hanno rivelato a volo le varie bellezze di Bordighera; e non soltanto il Circolo degli stranieri e la passeggiata lungomare e la Via romana e il Museo di antichità della Liguria; ma i colli vestiti di fiori, i monti vestiti di ulivi, lo stupendo retroterra e il paese di Sasso nitido e apparentemente deserto in una ridente solitudine; la valle del Roja austera e l’osteria della Truffa, celebre per le sue trote nee che io suppongo incrociate coi lucci, e che hanno tuttavia la carne salmonata; la frontiera di Francia affollata di macchine come piazza della Concordia; i giardini stupendi dai nomi esotici; ed infine il palmeto famoso che dà le palme al Papa per la Settimana Santa: privilegio concesso a quel marinaio di Bordighera nominao Bresca che gridò in piazza S. Pietro: “acqua alle corde!” quando vide l’obelisco egiziano in pericolo, sfidando così l’ira di Sisto V, che era Papa “cocciuto e stizzosetto”.

Tutto m’han fatto vedere questi amici, tutto; meno una cosa, di cui han sempre parlato per incidenza senza mai dire “andiamo”: delle Cinque bettole della città alta, o città vecchia. Forse ne erano umanamente gelosi, e bisogna compatire alle debolezze umane.

Questa perla, la Città vecchia, ho dovuto vedermela da me.

L’ho scoperto, solo, stasera; e m’è parsa la più bella cosa del mondo.

Raggiungo uno spiazzo, tra le agavi, le palme, i cactus, le euforbie. Un enorme “ficus” dalle foglie metalliche fa un disco d’ombra. Tre annosi navigatori riposano a colloquio sopra un sedile. Uno sta dicendo: “Ho cambiato varie sterline d’oro a Napoli, nel millenovecento…” e mi guarda passare, con due cerulei occhi non-ti-scordar-di-me.

Ecco la muraglia della fortezza smantellata qua e la, tinta a toppe di calce bianca sulle pietre vive; archi dappertutto, contrafforti, speroni, una vetusta porta isolata, di squisita fattura, rosa alla base; un vicolo chinato, lastricato di mattoni a coltello, nitido e tutto rosa.

Mi trovo in una piazzetta incantevole, da Cavalleria Rusticana, piena di marmocchi bronzei non insolenti, e di bella gente seminuda e torrefatta sull’argento dei carrettini di pesce; fra scenari dipinti che circondano una chiesa dipinta.

Entro in chiesa, buia e dorata, di un fasto d’oro fiorito – dappertutto fiori olezzanti – genovese e napoletano. Nessuno. Esco al sole. In una attigua piazzetta solitaria che ascolta il chioccolio di una fontanella, tutti i vecchioni bordigotti lassù sono schierati, lungo l’alta ringhiera, i nonni a sinistra, le nonne a destra, a prendere il sole e a godere il dominio dei paradisi sovrapposti,dei giardini, dei verzieri,dell’immenso mare. I vecchi nocchieri forse, scrutando il mare sempre deserto, senza mai una vela, scuotono la testa.

Sprofondiamoci nei vicoli, in discesa e in salita, divisi di ombra e di luce, arcuati sulle gobbe della collina. Qui il giuoco dei voltoni crea una pietrificata foresta di palme; più in la due scale esterne scendono quasi a baciarsi, lasciando giusto il passo ad una persona; oltre ci sono porte a tutte le altezze, finestre di ogni forma e statura, vicine per tutte le confidenze d’amore, per tutte le probabili e impossibili avventure. Nitore per terra; ombra colorata dappertutto. Nessun angolo in cui l’occhio non sia divertito. Tutte le ore sono presenti: la notte, il giorno, il crepuscolo, l’aurora. Tutti i mesi dell’anno e le stagioni si alternano seguendo i passi; ed ogni forma di architettura, dalla grotta tunisina imbiancata a calce e abbagliata dal neon in cui il barbiere rade il cliente, al palazzo genovese riquadrato e dipinto, nella gloria del sole. E Genova, e Venezia, e Napoli e Algeri, e tutti i porti del Mediterraneo. Intimità. Non pare di andare per via, ma di attraversare le case: certe stupende intimità di Pompei.

Ma la meraviglia sono i bastioni. Qui veramente è la fortezza moresca. “Via alle Mura” è una serie di archi di cotto altissimi che fanno il giro della cittadella, e creano un portico tenebroso, interrotto da strette zone di luce, che sono le viuzze accorrenti. La volta più larga della base dà il carattere del levante.

Mentre ammiro estatico, rare ma ben note detonazioni si annunciano alle mie spalle; uno dei fragorosi ordigni in cui i sedentari viaggiano in un assordante semicupio, minaccia da vicino. Non posso tenermi dal gridare: “anche qui!”. Purtroppo la “città del silenzio” ne è piena. L’ultima illusione della mia gioventù è distrutta. I crostacei rossi hanno invaso la collina. Nella piazzetta che melanconicamente voglio rivedere l’ultima volta, irrompe un bolide fracassante, una torpedine detonante che reca, sprofondati , un centauro grasso e un ragazzetto magro. Il finimondo è tale che i fondali e le quinte del teatrino, le architetture genovesi arabe pisane turchesche cadono, procombono una sull’altra e tutte precipitano sulla chiesa dipinta.

Mi salvo con la fuga.