BALBO E MARIO CAVALLA – 1931

Mario CAVALLA (1902-1962) si forma artisticamente presso l’Accademia Albertina di Torino sotto la guida del padre Giuseppe Cavalla, di Andrea Marchisio e di Cesare Ferro. Nel 1924 giunge a Bordighera ove prende alloggio presso l’albergo Piccolo Lord. Stringe amicizia con Giuseppe Balbo.

Balbo scrisse:”Conobbi pochi pittori veloci come lui; preciso nell’esecuzione del vero sia nel ritratto che nel paesaggio. Olimpionico di sci affrontava la tela vergine sbuffando come per un salto al trampolino. Imperava allora in Italia il noioso e retorico” Novecento” e forse per quello non volle staccarsi dalla tradizione, limitandosi a ringiovanirla con la forza della sua personalità.”

Balbo ritratto da Cavalla – 1924

Con lui andai in giro per il mondo mentre si accentuava lo sgretolamento iniziato in sordina e il grande specchio dell’Arte si frantumava dando a ciascuno la possibiltà di rimirare se stesso nel suo concetto“.


Nella seconda metà degli anni Venti Balbo lavora come impiegato di banca ma nel 1931 con Mario Cavalla adatta a studio-abitazione un “camper” che viene battezzato CABA dalle prime lettere dei due cognomi. I due pittori intraprendono un viaggio di studio attraverso l’Europa (Francia, Spagna) e l’Africa mediterranea (Algeria).

Balbo nel 1931 – foto Ferroli

Nel suo diario di bordo Balbo scrive:

Eravamo in tre da Ferroli quella notte.  Flores, Mario ed io .

Il primo in piedi era un uomo che aveva voglia di sposarsi. Gli altri due non l’avevano più e sono partiti in giro per il mondo con… la CABA.

Balbo, Cavalla e Flores 1931 – foto Ferroli

La  CABA 1931

Lo sappiamo noi come abbiamo fatto a partire. E anche perché siamo partiti.

Forse alla decisione non è estraneo quello spirito di avventura che sussiste an- che se raro nel millenovecento, così come era più comune nei secoli precedenti. Dico spirito d’avventura, e non credo di errare, perché lanciarsi nel mondo con l’idea di percorrerne una buona parte, traendo i mezzi dal proprio lavoro, correre incontro all’ignoto, fuggire l’abitudine, allontanarsi dagli amici è cosa che molti ma non tutti son tentati di farlo. E certamente bisognerà fuggire l’abitudine perché non avremo, credo, il tempo di abituarci ad un luogo, ad una regione, ad un cli ma.

Occorrerà allontanarsi dagli amici, sia da quelli che abbiamo avuto fino al pre- sente come da quelli che potremo conoscere in avvenire.

A tante cose bisognerà rassegnarsi ma a queste credo ci siamo accordati quella domenica mattina. Perché proprio una domenica mattina espressi a Mario l’idea, a cui da tempo andavo pensando. Non ebbi il tempo di formularla che già Mario l’aveva messa in esecuzione. Ci eravamo subito compresi. L’ambiente ci pesava, a tutti e due. Una scrollata per liberarcene.

Io abbandonai la Banca l’8 giugno e cominciammo a  preparare la partenza. Mario in quei giorni produsse un lavoro enorme di quadri diversi, di ritratti ecc. intermezzando il lavoro con le scappate a Taggia per sorvegliare i lavori della macchina. Sormontammo ogni difficoltà, e furono parecchie e le più svariate e riuscimmo a portare la Caba a Bordighera il 2 Agosto. Specialmente negli ultimi giorni l’aria della mia città era diventata irrespirabile. Era una cappa pesante che ci premeva sulle spalle.

Venerdì 14 agosto raduniamo nello studio mio padre, mio fratello Augusto, Mario Allavena, Ampeglio Barberis, Flores per un brindisi ed un ultimo saluto. Sono i soli che sanno della nostra partenza. Per gli altri tutti è una sorpresa. Ci figuriamo i commenti. Ma saranno tanto lontani che non ci toccheranno.”

 

Mario Cavalla, Ritratto di Balbo – 1933


©Archivio Balbo 2018


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GIUSEPPE BALBO – AUTORITRATTI

Marco Balbo scrive :

Ho scoperto questo primo autoritratto di Balbo per caso; è nel refettorio della chiesa di Terrasanta, su una tavola di legno che riutilizzerà nel 1930 per dipingere un ex voto, la morte di San Giuseppe, in occasione della sua partenza con Mario Cavalla per l’Africa.

E’ un esperimento giovanile, un po’ accademico, abbozzato, uno studio di quando era allievo di Marchisio, poco più che ventenne. Si atteggia ad uomo, fuma una delle sue prime sigarette, un pretesto per il virtuosismo della fiammella, e del riflesso sugli occhiali. Ancora giovane, dimostra già di voler raccontare una storia nei suoi quadri: è in studio, con indosso un camiciotto da pittore e sul fondo una statuetta anatomica che lo accompagnerà nel corso degli anni, un simbolo del mestiere da affrontare, ed un espressione risoluta, la scelta di un percorso di vita.


1927

L’immagine che vuole dare di sé diventa più eroica nel ’27, influenzata dal levigato espressionismo dello scultore Adolfo Wildt. È un gesso alto circa 40 cm, che verrà poi fuso in bronzo nel ’72, insieme alle teste di Monet e Marchisio, dove la figura si disincarna, diventa un simbolo, un ideale.


1930

Ma la dichiarazione di “mestiere” ritorna prepotente nel 1930. la sigaretta è già accesa, lui è il centro dell’immagine, non c’è altro. La presa di posizione è nel cappello di giornale, da muratore, che ha poi sempre usato per i lavori di scultura negli anni a venire. Lo sguardo non è più di sfida, è attento, compreso nel suo ruolo, sono gli occhi dell’artista che si guarda dentro.


1942

Passano gli anni africani, ha altro da guardare. Non fa più autoritratti fino alla vera svolta della sua vita, la prigionia. Il suo mondo è cambiato, si ritaglia in un angolino della baracca il suo “atelier”, vicino al letto da campo, col rudimentale deschetto costruito con materiali e strumenti di fortuna, dove lavora e studia. Nel ’42 è un altro uomo, sopravvissuto alla guerra, che ha perso le certezze e le illusioni. L’autoritratto è in controluce, sullo sfondo una figurina appena accennata e una luce intensa, soprannaturale. Ci sono somiglianze con il busto del 27, anche se sono due opere diametralmente diverse, le vene sulla fronte, lo sguardo buio.


1950

Nel ’46 ritorna a Bordighera, torna alla vita. Si immerge nell’insegnamento e dà vita a importanti manifestazioni artistiche. Il Mestiere ritorna ancora nel 1950. si ritrae con la tavolozza nella destra, e con l’altra mano fa un gesto misterioso, non ha pennello, dipinge forse con le dita. Lo sguardo è indagatore, si guarda allo specchio e si interroga.

È un uomo ed un artista maturo, non avrà più modo di interrogarsi, fino all’ultimo anno della sua vita. Si ritrae a matita, è vecchio, malato, indugia impietoso sulle sue rughe, ha negli occhi il rimpianto, avrebbe ancora tanto da fare.

1979


© Archivio Balbo 2018


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