DIARIO DI GUERRA 1 – Arruolamento nel Genio

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Giuseppe Balbo è ad Addis Abeba da circa due anni e gestisce un’impresa di materiale edile.


 

ADDIS ABEBA – 22 maggio 1940

Mi capita in ufficio Robertino Nasia. “Ci siamo“ fa, allegro e ridente e sventola una cartolina rosa. E’ il richiamo. Resto allibito dalla sua incoscienza. Io sento il brivido della vertigine. Sento che la cosa mi tocca molto da vicino. Non mi interessano gli affari ormai agli sgoccioli.

Bene verrò anch’io”. Resto solo. Rifletto un poco non tanto.

Potrei ritornare in Italia. Ci sarà la guerra. Forse ne possono dubitare in Patria. Qui ad Addis Abeba no. Ne siamo sicuri. Noi, gli stranieri, gli indigeni. L’Italia sembra ancora più lontana. Ho già scritto a Silvio di non venire. Ho già avuto la risposta. Non verrà.

Per chi ho fatto seminare da Tesfai le viole del pensiero?

Tutto da rifare. Ma io resterò. A far la morte del topo come tutti diciamo.

24 maggio

Eccomi qua. E’ Nasia. Il sergente Nasia. Sempre incosciente. Come è possibile? Invece di inveire di maledire di rammaricare mi informa che è al battaglione Genio, che si è fatto amico del maggiore, che c’è una gran confusione. Si dice che partiranno presto per invadere il Kenia.

Dimmi, Roberto. E se venissi anch’io?”

Dove, nel Genio?”

Stabiliamo il piano. E gliene parlerà al maggiore.

27 maggio

Mi sono arruolato volontario. Nel Genio. Mi son denunciato come caporal maggiore. Dovrei essere sergente. Ma non mi piace quel grado. Posso mentire. Intanto non ci sono i fogli del mio distretto.

La sera mi trovo sotto la tenda con altri tre; giovani, richiamati. Un ladro di polli lombardo, due bergamaschi Pagani e Carrara. Pagani alto grosso biondo ingenuo. Carrara tozzo piccolino nervoso, tutta malizia.

Piove. Piccola pioggia.

29 maggio

            Ho conosciuto il comandante del Battaglione Genio il maggiore Zavarrone. Vorrebbe che io andassi in un ufficio. Si meraviglia della mia insistenza a stare in compagnia. Gli devo sembrare un po’ matto.

2 giugno

            Non siamo ancora a posto che già ci sono i manifesti della mobilitazione generale; fino a cinquantacinque anni. Fanno sul serio. Arriva qualche nuova recluta. Come esercito di conquista non c’è male. Si parla sempre di invadere il Kenia. Ma come è possibile? Ho conosciuto anche gli ufficiali. Pare che nessuno abbia mai fatto un giorno di vita militare. Tutti goffi, spaesati, sventati.

4 giugno

Siamo stabiliti in un accantonamento alla periferia di Addis Abeba, nemmeno troppo lontano. Baracche. Gli eucaliptus hanno fornito una branda unica che si allunga sui lati intervallando le porte. Non ci sono finestre. Mi sono messo fra Pagani e Carrara. C’è ancora Delfini un milanese simpatico e Lampronti, sempre triste con occhi pesanti da bracco.

5 giugno

Pochissima quasi niente istruzione. Ci mandano intorno alla città a tagliare alberi: eucaliptus.

Non ci sono che quelli. E noi siamo zappatori. E i soldati lavorano. Io non ho particolari mansioni di comando. Lavoro anch’io e imparo a tagliare gli alberi. Secondo il sole, secondo il vento, col taglio giusto per farli cadere dove si vuole. Mi piace e mi fa bene.

Ma, senza saperlo, senza volerlo ho suscitato una rivoluzione. Sono il solo graduato che lavora. I soldati l’hanno notato e lo fanno notare con sottintesi o apertamente agli altri graduati. Alcuni fra loro, vecchi genieri dicono che nell’arma del genio anche i sottufficiali lavorano. Qualche volta anche gli ufficiali. “Non siamo mica in fanteria!”

6 giugno

            Stamane non posso tagliare un albero da solo. Ci ho tutti intorno. Stanno a guardarmi e ridono sorridono benevoli sornioni maliziosi. Ieri sera hanno compreso che, malgrado le mie arie, non sono uno dei loro. E’ andata così!

Nelle due ore di libera uscita, dalle diciassette alle diciannove ho fatto un salto a casa. Tesfai mi aspetta sempre, accoccolato sull’uscio. Ho fatto un bagno, ho mutato biancheria, son corso ad acquistare roba da mangiare in una rosticceria e poi siccome si è fatto tardi sono rientrato all’accampamento in tassì. Arrivato nella mia baracca con fiaschi di vino pollo e pane abbiamo banchettato. Io con un appetito mai conosciuto. Dopo Delfini mi dice “Tu devi saper giocare a scacchi!” Un po’ sorpreso gli rispondo che si, un poco. Tira fuori una scacchiera e gli scacchi e sta per venire dal mio giaciglio. Gli dico di non muoversi di mettere i pezzi e di annunciarmi le mosse, se ne conosce il sistema. Lo conosce e comincia, meravigliato e incredulo. Fra lui e me c’è di mezzo Pagani; di più volto la schiena. Svolgo il gioco di gambetto di cavallo di re. Gli do scacco matto alla tredicesima mossa. Ci sono cinquanta militari intorno. Non capiscono non credono e mi guardano come una bestia rara.

Poi si dorme. E’ andata così ieri sera e stamane si divertono a vedermi tagliar fusti allegri.

            “Caporal maggiore!” Mi chiama da poco distante un ufficiale. Accorro. E’ un maggiore dei granatieri. Mi pare di conoscerlo ma non lo ritrovo nella mia memoria. Comincia a redarguirmi, mentre sto sull’attenti, della mia opera. “Il graduato deve saper comandare, non lavorare:” ma nel Genio …” salta su di voce e mi passa un liscio e brusco di cui non afferro la causa. Intanto dalla mia memoria viene fuori un impiegato della Banca del Lavoro il quale per causa mia ma non per mia colpa si era preso una lavata di testa dal direttore, tempo prima quando ero ancora civile. Si è preso la rivincita. Ma che figuraccia sta facendo di fronte ai miei soldati. Son sicuro che stanno mugugnando. Quando son lasciato libero Pagani e Carrara vorrebbero sterminare i granatieri che lavorano con noi. Mi ci vuole del bello e del buono per ammansirli.

7 giugno

Oggi abbiamo fatto una marcetta. Mentre siamo sulla strada di Dessiè in colonna ai lati della strada avanzano dei camions. Li scorgo da lontano. E’ l’ultimo carico di cemento che mi arriva da Assab. Devono essere quattro. Circa mille quintali. Mi piazzo nel mezzo della strada a braccia aperte. Il primo si ferma mentre i miei camerati stanno meravigliati a guardare. Gli autisti mi riconoscono ridono e prendono ordini.

            Appena sono ripartiti il tenente comandante del mio plotone mi avvicina mi chiede se so qualcosa di quel cemento. E’ impresario mi dice e ha urgente bisogno di duecento quintali di cemento. Quasi non creda quando glieli assicuro.

            “ Ma cosa sei venuto a fare negli zappatori?” mi dice.

9 giugno

            Oggi sono stato in permesso. La candela sta bruciando. Non si possono trasferire capitali. Non si può telefonare in Italia. Mentre sono sovrappensiero al bar Sabaudia mi sento chiamare. E’ Chiusonno Federico. Ha un appuntamento telefonico con Bordighera. E’ uno degli ultimi. Lo incarico di salutare i miei. Ci separiamo.

La guerra è vicina. Se lo chiedono tutti l’un l’altro per la strada guardandosi negli occhi. Se uno qualunque osasse dire che c’è stata la dichiarazione di guerra tutti ci crederebbero subito.

10 giugno ore 10

            Siamo in marcia per il nostro lavoro quando veniamo sorvolati da un aereo, poi un altro un altro e un altro ancora. Son sei. Vanno a oriente. Nulla sappiamo ancora ma lo sentiamo. Difatti poco dopo l’ordine di rientrare all’accampamento.

L’annuncio. Discorsi. Presentat armi. Eia. E restiamo mosci!

 

© Archivio Balbo 2018

 



 

 

DIARIO DI GUERRA

aotoritratto 1942

Comincia oggi la pubblicazione in questa pagina del “Diario di guerra” di Giuseppe Balbo scritto dal 22 maggio 1940 al 9 giugno 1941. E’ la testimonianza diretta della sua partecipazione al conflitto in Africa Orientale e un prezioso documento storico degli avvenimenti che portarono al crollo dell’Impero coloniale.

omaggio a Enzo Maiolino

maiolino

Sabato 11 Novembre 2017, alle ore 17, nella sede dell’UDC-ANPI-Cittadinanzattiva di via Al Mercato n. 8 di Bordighera, si inaugura la mostra di ‘Serigrafie’ del pittore Enzo Maiolino, a un anno dalla sua morte.  In suo ricordo voglio riportare una sua acuta analisi della pittura di Balbo, scritta nel marzo del 1972.

L’INFORMATORE LIGURE

Personale del Pittore G. Balbo

alla Galleria dell’Accademia

Quest’anno Giuseppe Balbo festeggia il suo settantesimo compleanno. Un traguardo particolarmente importante nella vita di questo pittore il quale, con un cinquantennio di pittura alle spalle, lo raggiunge con spirito giovanile, con la passione e l’entusiasmo di sempre. Nessun segno di stanchezza nella sua più recente produzione. Al contrario nel pieno e consapevole possesso dei suoi eccezionali mezzi espressivi, il pittore appare sempre più teso verso realizzazioni di pura, meditata pittura.

Tuttavia non mancano le crisi e i dubbi. Ma sono proprio questi aspetti che ci avvicinano maggiormente al pittore e ce lo rendono più caro. Come quando, ad esempio, ci sorprende con questa straordinaria confessione: – A volte penso che bisognerebbe ricominciare tutto daccapo! –

La personale che Balbo ha allestito dal 4 al 19 marzo nella Galleria della “sua” Accademia di Bordighera, in occasione del suo settantennio, vuole essere soprattutto una specie di “omaggio” agli allievi attuali. Un modo cioè, di rispondere alle loro curiosità per il lavoro del Maestro, sottoponendo una serie di esempi ad integrazione dell’insegnamento impartito con l’impegno e la generosità che tutti sanno. Rispetto alle due vaste rassegne precedenti dell’opera di Balbo (quella di Torino del 1966 e la successiva al Palazzo del Parco di Bordighera del 1967), l’attuale personale presenta un vantaggio: l’ambiente più intimo che accoglie la mostra, e il minor numero di opere (scelte però con evidente rigore), permettono un accostamento più cordiale all’opera del pittore.

L’”eclettismo” di Balbo, più appariscente nelle due precedenti mostre, appare in questa più contenuto e un attento esame delle opere esposte ci permette una più serena riflessione sulla sia opera. La quale, a nostro avviso, presenta due aspetti fondamentali : il primo riguardante il diretto contatto del pittore con alcuni aspetti della realtà circostante; il secondo, l’estrinsecazione del suo mondo fantastico nel quale confluiscono spesso suggestioni letterarie e una sincera componente “surrealista”.

“L’uliveto” del ’70, la “Casa fra gli ulivi”, “Scogli con villa Garnier”, “Aringhe” del ’67, “Nespole” “Papaveri”, sono forse le opere più significative nelle quali l’emozione del pittore di fronte al dato naturale e la conseguente trasposizione pittorica raggiungono un perfetto equilibrio. In esse rigore compositivo, finezza di tono e freschezza di esecuzione, si impongono all’attenzione dell’attento visitatore.

Il secondo aspetto cui prima si alludeva, quello del mondo fantastico del pittore, è documentato in questa mostra da alcune opere nelle quali il lato descritto ( o “il racconto” come oggi si preferisce dire) prevale, a volte, su quello pittorico. S’impongono tuttavia due eccezioni particolarmente significative: “Uomini e scogli” del ?69 (forse un’opera chiave per entrare nel mondo fantastico di Balbo) e “La casta Susanna” del ’71. In entrambe il dato letterario è coraggiosamente superato dall’originale interpretazione dei temi e dalla raffinata elaborazione pittorica.

Circondato dai suoi allievi, vecchi e nuovi, che ancora una volta hanno festeggiato il maestro in occasione della inaugurazione di questa mostra, l’operoso Balbo continua il suo lavoro, riprendendo incessantemente i temi che gli sono cari, ogni volta “ricominciando daccapo”. Augurandogli altri lunghi anni di sereno lavoro, sentiamo che ci riserverà ancora delle sorprese. (il suo recente entusiasmo per alcune tecniche calcografiche mai prima sperimentate, ci fa ben sperare in tal senso).

ENZO MAIOLINO

uomini e scogli 1969 – olio cm 130×80

uomini e scogli 69

la casta susanna 1971 – olio cm 100×60

1971 la casta susanna - 100 x 60

con la collaborazione di Maiolino, pochi mesi dopo Balbo darà vita a una bella serie di acqueforti, che vi mostrerò nel prossimo articolo.

Un bellissimo articolo di Carlo Betocchi.

5 bettole 56

Bordighera, premio cinque bettole 1956: da sinistra Giacomo Natta, Carlo Betocchi e signora, in piedi i pittori Camarca, Balbo e Omiccioli. foto di Beppe Maiolino.

Rapporto ligure – di Carlo Betocchi – popolo ligure febbraio 1957

Ricordavo Ventimiglia di trent’anni fa: una stazione grande, lunga; noiosa e burocratica; senonchè sui marciapiedi si incontravano doganieri italiani e francesi; e questa era una novità per lo spirito giovane. Anche fuori se ne incontrava qualcuno, che tra due servizi ciondolava sulle panchine del grande viale di palme che andava al mare, lungo il mercato dei fiori. Tra qualche palma rimasta, quel viale oggi è diventato di platani, e la stazione è più bella. Ho cercato là in fondo la vecchia passerella di legno che cavalcava la foce del Roja; ce né un’altra di cemento. Non ho voluto vedere altro che la lunata, derelitta spiaggia di ciottoli che geme di sporchi relitti, slabbrata dalla foce del fiume: sempre eguale. Dal breve frangiflutto di massi ho ficcato gli occhi lungo l’ispido letto ciottoloso, verso le Alpi, per la cara via che porta al colle di Tenda : cara Liguria estrema, Liguria di monte!

Ma il mio nido quest’anno, l’ho fatto a Bordighera, e sempre, anche dal mare di Bordighera, dai giardini di palme tra siepi di gelsomino, guardavo la collina. Le serre, gli orti, i campi di garofani strapazzati tra le case sulla breve fascia del litorale, mi invitavano a quell’altra pace, anch’essa di lavoro, ma più rispettata e recondita; e sempre, nel frastaglio degli interessi, cercavo di capire e di intendere il segreto delle intime forze che fanno così viva quella parte della Liguria.

I muratori chiamano “ a cuci e scuci “ il lavoro col quale rassettano un muro malandato, con sassi nuovi in calce migliore, scartando il vecchio e slegato. In nessuna regione d’Italia, come lungo le coste e le colline liguri, se se ne tolgono i grandi complessi industriali, la vita è regolata da un così paziente, assiduo minuzioso lavoro di ripresa “ a cuci e scuci “. E’ la singolarità e la industriosità di questi caratteri umani, che vi si adatta e ne vive; e il risultato consiste in una bellezza e utilità di insieme di particolari che si adatta alla necessità sempre mutevole: sulla costa necessità di turismo, tanto cambiata da trent’anni in qua e pazientemente evolutasi in campagna e sui colli necessità delle assidue, puntigliose coltivazioni; fors’anche redditizie, ma non senza la presenza costante dell’uomo, si può dire, su ogni metro quadrato di terra.

Di terrazza in terrazza, quale a fiori, a fragole, a ortaggio, a vigna, a uliveto, scorribandando col mio passo calmo e lo sguardo accorto in cerca di quella novità antica che è la virtù, e che si vede meglio nelle piccole cose, industriosamente ricche di essa, qui un uomo, là una donna col suo bimbetto, sempre qualcuno seguiva con lo sguardo rialzato sotto il cappellaccio di paglia il mio andare per i viottoli propri, nessuno negandomi il passo, tutti aiutandomi a ritrovarmi, e tutti in faccende.

Sboccavo in paesi, Ventimiglia alta, Bordighera alta, e più lontano, dalle strade boscose, a Sasso, a Seborga, e scoprivo nelle vie ripide la vena dell’antico esistere paesano, quando avevo appena lasciato il chiasso motorizzato e le nudità multicolori della Riviera; e tra le case vecchie l’antico silenzio, nelle chiese spesso maestose, e nell’ora meridiana deserte, una capacità d’attesa infinita, perchè la fede non si misura con le statistiche, la verità è miracolo.

La stessa letteratura ligure, splendidamente fiorita in questo secolo sulle due coste ( di ponente e di levante ), dal tempo di “ Riviera Ligure” e dei primi accenti di Mario Novaro per venire a Sbarbaro, a Boine, quindi al primo Montale ( il più ligure ), a Barile, Grande, Descalzo, Caproni, coi movimenti attivissimi di altre riviste come “Circoli”, come “Maestrale”, e poi rinnovata dopo la guerra coi narratori della resistenza ( a Bordighera è Seborga ) e i giovani di questi anni, anch’essa ha agito con questi medesimi caratteri, di assidua ripresa e cultura del tessuto della civiltà letteraria nazionale che andava a marcire nel disfarsi dei vuoti estetismi; e lo ha fatto quasi al margine, con una operazione penetrante, col rimedio di una sanità, di una schiettezza senza riserve o finzioni, sull’opera viva inserendo le sue migliorie, quasi in cantiere, senza chiasso di demolizioni: quanto meglio, si osservi, tra il ’15 e il ’30 dei suoi futuristi, o dello strapaesanesimo fiorito in Toscana. La virtù ligure nasce lì, si fa riconoscere per tale, ma ha una fioritura più diligente, se meno vistosa, una mira più lontana, dello spiccato individualismo toscano di allora: e quasi si direbbe, più pensiero delle basi su cui costruisce, di ciò che sarà, della eredità da lasciare.

I suoi documenti hanno una precisione che alla lunga determina la validità della carica umana nel tessuto sociale, meno immodesto dei documenti toscani, più appropriata a una vita in continua trasformazione ma che va legalizzata puntualmente con appositi strumenti: e non a caso rammento, come la vidi vent’anni fa, l’antica e rispettata casa notarile di Sestri Levante dalla quale

Carlo Bo è venuto ad essere uno degli spiriti più preziosi dell’Italia moderna: la cui informazione e documentazione, e le cui proposte per il futuro, sono fatte sul vivo d’una ricerca spirituale fondata su un patrimonio autentico, su dei beni reali. Ricordo, nell’anticamera dello studio notarile paterno, la buona gente che s’aspettava l’entrata, come usa, col pugno chiuso nell’altra palma aperta, la testa china, quasi stringendo nel gesto gli interessosi pensieri: e accompagnando Carlo più giovane, ma grande e grosso anche allora, per le strette vie dietro il porticciolo di Sestri, quel ricambio fitto ma schivo di saluti che lo accompagnava, sugo di conoscenza vecchia, di meritata stima e di familiare rispetto.

Su queste basi di probità, tra l’altro, è nato a Bordighera in questi anni il premio letterario “Cinque Bettole”, che si circonda di altri di pittura e di giornalismo. Quello letterario fu vinto l’anno scorso da Giacomo Natta, originale ed estroso scrittore in cui si raccoglie, si può dire tradizionalmente, lo spirito vivo dei rapporti tra la letteratura ligure militante e la migliore cultura italiana; quest’anno, diventato di insospettata larghezza ha premiato un racconto già stampato in giornali o riviste con mezzo milione ( meritato da Giuseppe Berto ); aggiunti altri premi, d’incoraggiamento, per dei racconti inediti di giovani. È un premio che promette di crescere, perchè non è soltanto di ambizione locale, o di mondanità, ma legato ad attività e interessi precisi culturalmente definiti e in sviluppo.

E forse per questo ha una originalità che appare sana ed evidente, quando si rivela nell’impianto della bella serata in cui viene assegnato. Nasce dalla Azienda autonoma del Turismo, tra i giardini, le spiagge e gli alberghi, e gli interessi che vi sono collegati; ma viene consegnato nella vecchia cornice di Bordighera alta, dal sagrato della chiesa, e si sente che non è per far colore, ma per restituire al popolo quello che è suo, il quale affolla la piazza, una folla di donne, di pescatori e di agricoltori, e in prima fila una ciurma di bambini: e finisce con una cena imbandita dalle molte osterie, che non so se sono cinque, a lunghe tavolate per le ripide strade, e sotto gli archi scuri, mentre dalle mura lievitate dal salino pendono i quadri del parallelo concorso di pittura.

Vederla, per esempio, questa pittura; come mai si è formato un centro d’interesse per la pittura, così vivace ed attivo, a Bordighera. È Giuseppe Balbo, buon pittore e segretario di tutti i premi, che ha fatto questa sua scuola; e che spera di animare se avrà i mezzi, un artigianato di ceramiche artistiche.

C’è a Bordighera un gruppo di artisti attivissimo; e un vivaio di giovani. Mi sono avvicinato ad uno di essi, Maiolino, che insegna disegno ai ragazzi nelle scuole medie, e ne ottiene dei risultati eccellenti. Si va da Maria Pia, alla Piccola Libreria, dove si può sapere sempre qual’è un libro buono, dov’è uno spirito fine, da quelle parti; e mi ha fissato un appuntamento col giovane pittore. Allo studio gli ho accennato a ciò che vedevo ripetersi nelle loro pitture di giovani, lì intorno, di fedeltà al loro paese, di sincerità di espressione; ed egli mi ha ripetuto, come Camarca, che deve a Balbo, oltre a tutto, la serietà dell’impegno, la passione per l’onestà del lavoro. Lontani da Roma, da Milano, da Firenze, senza albagia, pochi guadagni, punto chiasso, forse ancora modesti artisti, ma veri uomini, anime vive.

 

 

Bordighera…

Di Anselmo Bucci

corriere della sera 16 /7/ 1952

Davanti a un monte, coperto di fiori, come davanti al Tempio della Vittoria in Agrigento, si resta muti. Gradi e tipi di bellezza sospendono il pensiero. Da quando sono qui, non penso più a nulla. Mi pare il miglior elogio a questo celeberrimo paese. Francesco Pastonchi mi disse un giorno: “aspetti frivoli della Riviera li han fatti gli uomini: la vera Riviera è uno scoglio alpino fiorito di rododendri”. Parola profonda. L’opulenta riva ha un provvidenziale spazio grigio: la massa dei monti, la loro struttura nuda, severa, a contrasto.

Temevo che la primavera “eterna” cedesse al confronto della tenera primavera fuggitiva delle plaghe dove c’è l’inverno. Invece regge. Credevo che in questa Riviera, sempre vestita a festa, il verde primaverile fosse invisibile. Invece, è evidente. Il canto degli uccelli pare meno nitido, fitto, avido. Ma c’è. Anche gli uccelli milionari fanno all’amore. La dominante è invisibile: l’aria. Entra da sola nei polmoni senza che il mantice ve la spinga; si frappone tra voi e gli oggetti come un cristallo, una lente tersa; eleva i rumori a suoni. Le piante vi stanno immerse, beate: vedi laggiù quell’eucaliptus con i rami sospesi come belle braccia nude e le chiome ariose, crepitanti!

La luce la vedono tutti. Qui ogni aspetto può diventar bello; bella ogni cosa, anche se piatta e frivola, come accade agli occhi degli innamorati.

Capisco che questi due vecchi, coppia secolare, che passano claudicanti col bastoncino sotto gli oleandri alternati alle palme, siano persuasi di essere felici. Non ancora la decrepitezza mi ha spinto qui, ad ammirare ancora una volta i grappoli aranciati dei datteri e i caschi verdi delle banane; ma una inattesa anzi temuta autorità di giudice, alla quale mi sento poco adatto.

Si trattava di vagliare, di premiare le opere degli Artisti americani in Europa che fanno a Bordighera la loro prima esposizione. L’idea è bella: degna la mostra, la quale echeggia tutte le risonanze pittoriche d’Europa, ma offre anche opere di un accento inatteso, acerbo; opere, appunto, americane. Acquisti – premi sono stati fatti per fondare qui una Galleria d’arte moderna; e la mostra diverrà annuale e sempre più importante.

L’arte, anzi la letteratura, rivelò la “città delle palme” soprattutto all’estero: il “Dottor Antonio” di Giovanni Ruffini, il romanzo della patetica Miss Lucy, prima noto ed apprezzato dagli inglesi che da noi; De Amicis con il “Paradiso degli Inglesi”; il Mantegazza, Matilde Serao e molti altri. Il paradiso degli Inglesi può diventare quello degli Americani. Per ora è il paradisetto degli Italiani; di cui si parla già nel mondo, da tutti i personali d’albergo, come dei migliori turisti; ma sottovoce, per non scoraggiare quegli altri.

Gli altri, eccone un gruppo là sulla strada di primo mattino; un gruppo di fanciulle nordiche alte e sottili, vestite di cenci, dai visi d’angelo, dalle scarpe di soldato, oppresse da zaini e sacchi enormi, da contrabbandiere. Viaggiano a piedi. Curve, a passi brevi e lenti, passi di condannato a morte, salgono alla vista del mare. Si fermano un istante, guardano, e proseguono il turistico calvario.

L’onda del mare sulla spiaggia ha l’impeto di uno scroscio di applausi, quando la risacca rotola la ghiaia minuta; il tipico applauso oceanico, a cui ci ha abituato la radio. Questo battimano mi sveglia alla mattina.

La chiesetta di Sant’Ampeglio piantata sugli scogli, si disegna sulla punta estrema del capo, contro il velo scintillante del mare. Con i tre piccoli tetti rossi sembra nuova fiammante, la vetusta chiesa cristiana forse troppo restaurata; ma non perde tutto il patetico di capanna di pietra, con un campaniluzzo e un portichetto. La rovina del Casinò a destra e i suoi finestroni sventrati a tutti i venti e i vuoti “occhi di bue” immalinconiscono il paesaggio.

Tre pescatori adusti con le canne a spalla scendono scendono verso il mare; due altri ne tornano con la loro cassettina di aringhe vive, che portano alla città alta, la casbah di Bordighera. Lo scintillìo del Tirreno scende a mordere gli scogli. Grandi rondini forcute violente incrinano il paesaggio in tutti i sensi. Poca gente sul Capo Sant’Ampeglio. La “stagione” non è ancora aperta. Ma pie donne cristiane con il velo nero si avviano alla messa nella chiesina, e drappelli paganeggianti di fanciulle seminude, dal passo marziale nel sandalo rosso, al mare.

Uno sperone di roccia mi impedisce di vedere da qui la vicinissima valletta amena, folta di ogni pianta verde preziosa, in cui biancheggia come neve il monumento marmoreo a Margherita Prima Regina d’Italia, stupendo per dignità e dolcezza,opera di Italo Griselli. E’, certo, la “statua seduta” più bella che si possa vedere, nell’arte del nostro tempo.

Ma sopra quella rupe si incide nel cielo una koubà, un grigio, modesto, piccolo dado in muratura con un cupolino depresso: arabo senza dubbio; la tomba di un santone, un marabath dell’Islam, in simmetria con la chiesetta. Peccato che un’imminente antenna elettrica lo disonori.

Quando me lo indicarono, e me ne meravigliai, mi si spiegò che il nome “Bordighera” non deriva affatto dal Burdigala dei Celti, né dal provenzale bourdigué che vuol dire pescaia; ma da Borj-el-gherà, forte dell’anfiteatro ( teatro o anfiteatro di collina ) e che l’atto di nascita della “città delle palme” non risale soltanto al 2 settembre 1470 con il atto di alleanza degli “Otto Luoghi” fra i quali “Bordighetta”; ma ben più in là, nei secoli bui, in cui la città fu saracena. Del resto quel dado, quella koubà, ne fa fede.

Così mi assicura il pittore Balbo, buon “tiranno” artistico di questi luoghi ( ogni città d’Italia ha un tiranno artistico ), noto africanista, che pare arabo anche lui, con quella faccia ancora giovanile, ma screpolata da meridiani e paralleli di rughe solari, tale che pare cotta al forno. Questo collega pieno di ottimo fervore patrio, e altri amici ritrovati qui, primo Bernardino detto il Nipote, pittore moderno armato di potente automobile ( ma sa disegnare ), mi hanno rivelato a volo le varie bellezze di Bordighera; e non soltanto il Circolo degli stranieri e la passeggiata lungomare e la Via romana e il Museo di antichità della Liguria; ma i colli vestiti di fiori, i monti vestiti di ulivi, lo stupendo retroterra e il paese di Sasso nitido e apparentemente deserto in una ridente solitudine; la valle del Roja austera e l’osteria della Truffa, celebre per le sue trote nee che io suppongo incrociate coi lucci, e che hanno tuttavia la carne salmonata; la frontiera di Francia affollata di macchine come piazza della Concordia; i giardini stupendi dai nomi esotici; ed infine il palmeto famoso che dà le palme al Papa per la Settimana Santa: privilegio concesso a quel marinaio di Bordighera nominao Bresca che gridò in piazza S. Pietro: “acqua alle corde!” quando vide l’obelisco egiziano in pericolo, sfidando così l’ira di Sisto V, che era Papa “cocciuto e stizzosetto”.

Tutto m’han fatto vedere questi amici, tutto; meno una cosa, di cui han sempre parlato per incidenza senza mai dire “andiamo”: delle Cinque bettole della città alta, o città vecchia. Forse ne erano umanamente gelosi, e bisogna compatire alle debolezze umane.

Questa perla, la Città vecchia, ho dovuto vedermela da me.

L’ho scoperto, solo, stasera; e m’è parsa la più bella cosa del mondo.

Raggiungo uno spiazzo, tra le agavi, le palme, i cactus, le euforbie. Un enorme “ficus” dalle foglie metalliche fa un disco d’ombra. Tre annosi navigatori riposano a colloquio sopra un sedile. Uno sta dicendo: “Ho cambiato varie sterline d’oro a Napoli, nel millenovecento…” e mi guarda passare, con due cerulei occhi non-ti-scordar-di-me.

Ecco la muraglia della fortezza smantellata qua e la, tinta a toppe di calce bianca sulle pietre vive; archi dappertutto, contrafforti, speroni, una vetusta porta isolata, di squisita fattura, rosa alla base; un vicolo chinato, lastricato di mattoni a coltello, nitido e tutto rosa.

Mi trovo in una piazzetta incantevole, da Cavalleria Rusticana, piena di marmocchi bronzei non insolenti, e di bella gente seminuda e torrefatta sull’argento dei carrettini di pesce; fra scenari dipinti che circondano una chiesa dipinta.

Entro in chiesa, buia e dorata, di un fasto d’oro fiorito – dappertutto fiori olezzanti – genovese e napoletano. Nessuno. Esco al sole. In una attigua piazzetta solitaria che ascolta il chioccolio di una fontanella, tutti i vecchioni bordigotti lassù sono schierati, lungo l’alta ringhiera, i nonni a sinistra, le nonne a destra, a prendere il sole e a godere il dominio dei paradisi sovrapposti,dei giardini, dei verzieri,dell’immenso mare. I vecchi nocchieri forse, scrutando il mare sempre deserto, senza mai una vela, scuotono la testa.

Sprofondiamoci nei vicoli, in discesa e in salita, divisi di ombra e di luce, arcuati sulle gobbe della collina. Qui il giuoco dei voltoni crea una pietrificata foresta di palme; più in la due scale esterne scendono quasi a baciarsi, lasciando giusto il passo ad una persona; oltre ci sono porte a tutte le altezze, finestre di ogni forma e statura, vicine per tutte le confidenze d’amore, per tutte le probabili e impossibili avventure. Nitore per terra; ombra colorata dappertutto. Nessun angolo in cui l’occhio non sia divertito. Tutte le ore sono presenti: la notte, il giorno, il crepuscolo, l’aurora. Tutti i mesi dell’anno e le stagioni si alternano seguendo i passi; ed ogni forma di architettura, dalla grotta tunisina imbiancata a calce e abbagliata dal neon in cui il barbiere rade il cliente, al palazzo genovese riquadrato e dipinto, nella gloria del sole. E Genova, e Venezia, e Napoli e Algeri, e tutti i porti del Mediterraneo. Intimità. Non pare di andare per via, ma di attraversare le case: certe stupende intimità di Pompei.

Ma la meraviglia sono i bastioni. Qui veramente è la fortezza moresca. “Via alle Mura” è una serie di archi di cotto altissimi che fanno il giro della cittadella, e creano un portico tenebroso, interrotto da strette zone di luce, che sono le viuzze accorrenti. La volta più larga della base dà il carattere del levante.

Mentre ammiro estatico, rare ma ben note detonazioni si annunciano alle mie spalle; uno dei fragorosi ordigni in cui i sedentari viaggiano in un assordante semicupio, minaccia da vicino. Non posso tenermi dal gridare: “anche qui!”. Purtroppo la “città del silenzio” ne è piena. L’ultima illusione della mia gioventù è distrutta. I crostacei rossi hanno invaso la collina. Nella piazzetta che melanconicamente voglio rivedere l’ultima volta, irrompe un bolide fracassante, una torpedine detonante che reca, sprofondati , un centauro grasso e un ragazzetto magro. Il finimondo è tale che i fondali e le quinte del teatrino, le architetture genovesi arabe pisane turchesche cadono, procombono una sull’altra e tutte precipitano sulla chiesa dipinta.

Mi salvo con la fuga.