BALBO E MARIO CAVALLA – 1931

Mario CAVALLA (1902-1962) si forma artisticamente presso l’Accademia Albertina di Torino sotto la guida del padre Giuseppe Cavalla, di Andrea Marchisio e di Cesare Ferro. Nel 1924 giunge a Bordighera ove prende alloggio presso l’albergo Piccolo Lord. Stringe amicizia con Giuseppe Balbo.

Balbo scrisse:”Conobbi pochi pittori veloci come lui; preciso nell’esecuzione del vero sia nel ritratto che nel paesaggio. Olimpionico di sci affrontava la tela vergine sbuffando come per un salto al trampolino. Imperava allora in Italia il noioso e retorico” Novecento” e forse per quello non volle staccarsi dalla tradizione, limitandosi a ringiovanirla con la forza della sua personalità.”

Balbo ritratto da Cavalla – 1924

Con lui andai in giro per il mondo mentre si accentuava lo sgretolamento iniziato in sordina e il grande specchio dell’Arte si frantumava dando a ciascuno la possibiltà di rimirare se stesso nel suo concetto“.


Nella seconda metà degli anni Venti Balbo lavora come impiegato di banca ma nel 1931 con Mario Cavalla adatta a studio-abitazione un “camper” che viene battezzato CABA dalle prime lettere dei due cognomi. I due pittori intraprendono un viaggio di studio attraverso l’Europa (Francia, Spagna) e l’Africa mediterranea (Algeria).

Balbo nel 1931 – foto Ferroli

Nel suo diario di bordo Balbo scrive:

Eravamo in tre da Ferroli quella notte.  Flores, Mario ed io .

Il primo in piedi era un uomo che aveva voglia di sposarsi. Gli altri due non l’avevano più e sono partiti in giro per il mondo con… la CABA.

Balbo, Cavalla e Flores 1931 – foto Ferroli

La  CABA 1931

Lo sappiamo noi come abbiamo fatto a partire. E anche perché siamo partiti.

Forse alla decisione non è estraneo quello spirito di avventura che sussiste an- che se raro nel millenovecento, così come era più comune nei secoli precedenti. Dico spirito d’avventura, e non credo di errare, perché lanciarsi nel mondo con l’idea di percorrerne una buona parte, traendo i mezzi dal proprio lavoro, correre incontro all’ignoto, fuggire l’abitudine, allontanarsi dagli amici è cosa che molti ma non tutti son tentati di farlo. E certamente bisognerà fuggire l’abitudine perché non avremo, credo, il tempo di abituarci ad un luogo, ad una regione, ad un cli ma.

Occorrerà allontanarsi dagli amici, sia da quelli che abbiamo avuto fino al pre- sente come da quelli che potremo conoscere in avvenire.

A tante cose bisognerà rassegnarsi ma a queste credo ci siamo accordati quella domenica mattina. Perché proprio una domenica mattina espressi a Mario l’idea, a cui da tempo andavo pensando. Non ebbi il tempo di formularla che già Mario l’aveva messa in esecuzione. Ci eravamo subito compresi. L’ambiente ci pesava, a tutti e due. Una scrollata per liberarcene.

Io abbandonai la Banca l’8 giugno e cominciammo a  preparare la partenza. Mario in quei giorni produsse un lavoro enorme di quadri diversi, di ritratti ecc. intermezzando il lavoro con le scappate a Taggia per sorvegliare i lavori della macchina. Sormontammo ogni difficoltà, e furono parecchie e le più svariate e riuscimmo a portare la Caba a Bordighera il 2 Agosto. Specialmente negli ultimi giorni l’aria della mia città era diventata irrespirabile. Era una cappa pesante che ci premeva sulle spalle.

Venerdì 14 agosto raduniamo nello studio mio padre, mio fratello Augusto, Mario Allavena, Ampeglio Barberis, Flores per un brindisi ed un ultimo saluto. Sono i soli che sanno della nostra partenza. Per gli altri tutti è una sorpresa. Ci figuriamo i commenti. Ma saranno tanto lontani che non ci toccheranno.”

 

Mario Cavalla, Ritratto di Balbo – 1933


©Archivio Balbo 2018


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GIUSEPPE BALBO – STUDI 1943

Camarca – matita

Cavalli – matita

Pugile – acquerello

Posa – matita

La guerra è finita – acquerello

La guerra è finita – acquerello

Caduti

Messa di Natale – matita

Messa di Natale

Deposizione


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GIUSEPPE BALBO – AUTORITRATTI

Marco Balbo scrive :

Ho scoperto questo primo autoritratto di Balbo per caso; è nel refettorio della chiesa di Terrasanta, su una tavola di legno che riutilizzerà nel 1930 per dipingere un ex voto, la morte di San Giuseppe, in occasione della sua partenza con Mario Cavalla per l’Africa.

E’ un esperimento giovanile, un po’ accademico, abbozzato, uno studio di quando era allievo di Marchisio, poco più che ventenne. Si atteggia ad uomo, fuma una delle sue prime sigarette, un pretesto per il virtuosismo della fiammella, e del riflesso sugli occhiali. Ancora giovane, dimostra già di voler raccontare una storia nei suoi quadri: è in studio, con indosso un camiciotto da pittore e sul fondo una statuetta anatomica che lo accompagnerà nel corso degli anni, un simbolo del mestiere da affrontare, ed un espressione risoluta, la scelta di un percorso di vita.


1927

L’immagine che vuole dare di sé diventa più eroica nel ’27, influenzata dal levigato espressionismo dello scultore Adolfo Wildt. È un gesso alto circa 40 cm, che verrà poi fuso in bronzo nel ’72, insieme alle teste di Monet e Marchisio, dove la figura si disincarna, diventa un simbolo, un ideale.


1930

Ma la dichiarazione di “mestiere” ritorna prepotente nel 1930. la sigaretta è già accesa, lui è il centro dell’immagine, non c’è altro. La presa di posizione è nel cappello di giornale, da muratore, che ha poi sempre usato per i lavori di scultura negli anni a venire. Lo sguardo non è più di sfida, è attento, compreso nel suo ruolo, sono gli occhi dell’artista che si guarda dentro.


1942

Passano gli anni africani, ha altro da guardare. Non fa più autoritratti fino alla vera svolta della sua vita, la prigionia. Il suo mondo è cambiato, si ritaglia in un angolino della baracca il suo “atelier”, vicino al letto da campo, col rudimentale deschetto costruito con materiali e strumenti di fortuna, dove lavora e studia. Nel ’42 è un altro uomo, sopravvissuto alla guerra, che ha perso le certezze e le illusioni. L’autoritratto è in controluce, sullo sfondo una figurina appena accennata e una luce intensa, soprannaturale. Ci sono somiglianze con il busto del 27, anche se sono due opere diametralmente diverse, le vene sulla fronte, lo sguardo buio.


1950

Nel ’46 ritorna a Bordighera, torna alla vita. Si immerge nell’insegnamento e dà vita a importanti manifestazioni artistiche. Il Mestiere ritorna ancora nel 1950. si ritrae con la tavolozza nella destra, e con l’altra mano fa un gesto misterioso, non ha pennello, dipinge forse con le dita. Lo sguardo è indagatore, si guarda allo specchio e si interroga.

È un uomo ed un artista maturo, non avrà più modo di interrogarsi, fino all’ultimo anno della sua vita. Si ritrae a matita, è vecchio, malato, indugia impietoso sulle sue rughe, ha negli occhi il rimpianto, avrebbe ancora tanto da fare.

1979


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Nel prossimo post: STUDI del 1943

OPERE DI BALBO Kenia 1942 – 1945 parte seconda

Il conferenziere  1943

Al fiume  1943

Diogene  data incerta

La tenda  1944

Zebù al fiume  1944

Zebù al fiume 1945

Zebù  1945

Simba  1945

Figura seduta  1945

Eldoret  1945


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ANTEPRIMA DEI PROSSIMI POST : GLI AUTORITRATTI

Autoritratto  1942


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OPERE DI BALBO Kenia 1942 – 1945 parte prima

Studio acquarello – non datato

Studio – 1942

Panni stesi – acq. 1942

La tenda 1941

Uadi, Eldoret – 1943

La guerra è finita –  1943

Studio di anatomia: sistema muscolare, retro – 1942

Studio di anatomia : lo scheletro – 1942

Atleti 1943

Atleti 1943


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DIARIO DI GUERRA 10 – Destinazione Kenia

25 Maggio 1941

Sbarcati, siamo rapidamente trasportati attraverso quel biancore. Sono le saline. Un paesaggio olandese lunare con quei mulini a vento che aspirano acqua dal mare per immetterla nei riparti che il sole penserà a prosciugare fino a che un deposito di sale non si sia formato. Il campo è lì vicino. E dietro a noi il deserto  dell’Hagramuth infinito, vuoto, pauroso.

Sentinelle indigene. Individui piccoli, il viso incorniciato da baffi e barba completi, lineamenti regolarissimi capelli lunghi che cadono inanellati sulle spalle. Con loro stringiamo subito rapporti di compravendita. Strano. Qui hanno valore un valore impensato le monete da cinque lire. Con una, un pacchetto di sigarette. Io ne ho parecchie. Compro tutte sigarette.  Ci sono tende, quelle inglesi da otto a sufficienza. A doppia tenda di sopra con i bordi rilevati. In ogni tenda, a fianco di uno dei pali di sostegno, una giara di terra cotta colma di acqua che trasuda fresca.  Non si può dormire perché il sole arrostisce anche all’ombra. C’è uno spaccio che funziona. Vendono di tutto. Penso che i miei tre chili di bagaglio possono aumentare.

27 Maggio

Gli inglesi stanno mettendo un po’ d’ordine fra i prigionieri. Generalità ancora svariate volte e svariate volte veniamo contati come i montoni passando da un recinto all’altro. Ognuno riceve la sua matricola. Io sono il P.O.W. [ Prisoner Of War – nel gergo militare, in inglese, è prigioniero di guerra ]

28 Maggio

Riceviamo la paga in rupie. Dal 24 aprile a oggi. L’amministrazione è perfetta. A me spettano 16 rupie.  Ma tutte le rupie di tutti i prigionieri passano per lo spaccio. Domani si parte. In complesso la permanenza a Aden non è stata deprecabile. Acqua a volontà per bere e acqua salmastra per lavare e lavarsi con sapone solubile nell’acqua salata. Le sentinelle non sono severe e gli ufficiali se non cortesi, compiti. Pare che la destinazione sia l’India.

29 Maggio

Stamane all’alba abbiamo ripercorsa  la strada verso il porto per l’imbarco. Abbiamo rivisto gli enormi depositi di carburante, decine e decine, che secondo i bollettini italiani avrebbero dovuto essere combusti, distrutti, annientati.

La montagna di Aden incombe sul porto. Deve essere tutta una caverna. Ricordo che in Algeria alcuni operai biellesi nel 1934 mi avevano raccontato in quale modo lavoravano nelle viscere di quella montagna.

Nella rada l’acqua immobile solcata da righe punteggiate. Il campo minato. Una ventina di navi da trasporto. Altre da battaglia. E’ un convoglio in partenza. Siamo fatti imbarcare su  una nave da 27000 tonnellate e subito rinchiusi nelle stive. Dove sono io siamo in cento. Fortunatamente sopra il pelo d’acqua. Gli oblò sono aperti. Ci sono anche bocche d’aria, altrimenti si crepa. Il convoglio lascia il porto prima di mezzogiorno. Il mare è calmo. Nella mia stiva non c’è che pareti soffitto e pavimento. Qualcuno ingenuamente attende brande, amache, coperte.

Nessuno si fa vedere fino alle quattro. A quell’ora ci incolonnano e, aperte le porte, ci fanno scendere giù dove sono i refettori. Cento alla volta. Ci versano, in gamellini bianchi maiolicati, qualcosa che sembra the e latte con una fetta di pane morbido bianchissimo di 50 grammi circa. Cominciamo bene.  Il caldo è sostenuto. Giudico che qui sotto non ci sono meno di 45° il sudore cola nei gavettini. Il the è bruciante ma bisogna ingollare perché le sentinelle urgono di far presto. Risaliamo e ci stendiamo in attesa della cena. Resta con noi una sentinella baionetta in canna. Inglese. Inutile cercare di attaccar bottone. Fa la faccia feroce. Se uno insiste ti spiana la baionetta al petto. Alla larga. Quando annotta si ritira.

30 Maggio

Alle sei tutti sul ponte. Mitragliatrici puntate, sentinelle con baionetta in canna. Procediamo in convoglio. Le navi da guerra fanno la spola ai lati. Il tempo è buono. Dopo l’ora d’aria ridiscendiamo. La stiva è stata lavata, ancora umida. Nessun riguardo a coperte, tele, bagagli. Poi colazione. Come ieri pomeriggio. Ma stamane ci andiamo quasi nudi. Il caldo è aumentato.

Dalle nostre osservazioni procediamo verso sud-ovest. Si vede che i convogli per l’India che è a est seguono rotte speciali. Alle undici seconda colazione. Cinquanta grane di riso e un pezzo di carne o pesce. Le mie conoscenze anatomiche mi permettono di individuare nel mio pezzo un’ala di gabbiano. E the e la solita fetta di pane bianchissimo.

31 Maggio

Non ho voglia di parlare. Sto allungato in un continuo dormiveglia. Chi gioca, chi canta, chi discorre, chi litiga, chi cerca di prevedere, di far progetti.

2 Giugno

Pare che la rotta sia decisamente per ovest. Il sole si leva quasi a poppa. Si vede che ci portano in Sud Africa. I contatti con l’equipaggio sono impossibili, salvo qualche rara visita degli indigeni. Oggi il mare si è messo al brutto. Nell’ora d’aria del pomeriggio Dodero e qualcun altro si mettono a cantare strofette su Mussolini e l’Inghilterra. Dodero si accompagna con la fisarmonica. Di sopra dal ponte di Comando ufficiali inglesi osservano impassibili.

3 Giugno

L’ora d’aria di stamane è stata movimentata. Il  tenente Raimondi veterinario emiliano appena salito sul ponte e giunto nella zona assegnataci vomita sul ponte. Un ufficiale inglese manda giù un marinaio baionetta in canna. Si dirige preciso verso Dodero e gli fa segno di pulire per terra. Dodero gli dice in genovese “Mi? Mi  nue” e non si muove. Il marinaio pronuncia qualche parola in inglese. Dodero fermo. Un ordine dal ponte di Comando. Il marinaio fa un a fondo con la baionetta contro il petto di Dodero che si scansa e viene colpito al braccio. Siamo fatti ridiscendere. Dodero è portato in altra parte.

Niente aria nel pomeriggio. Gli oblò vengono imbullonati dall’equipaggio. Luci spente. Pare che il convoglio si sia sciolto. Sottomarini giapponesi?

6 Giugno

Viaggiamo da 3 giorni rinchiusi solo con l’aria delle prese. Dagli oblò spruzzati dal mare in burrasca non si vedono più navi. Io devo star coricato altrimenti soffro il mare. Tutti più o meno pensiamo quanto sarebbe atroce se un sottomarino giapponese silurasse la nave.

7 Giugno

Il mare è molto agitato ma stamane hanno concesso l’aria e riaperto gli oblò. Non c’è nessuna nave in vista. Si vede che l’allarme è cessato ma il convoglio si è sciolto. Il pomeriggio non salgo per l’aria. Resto in stiva. Ci sono anche altri tre. Un sergente inglese viene e mi lascia una mezza dozzina di arance. Grazie. Le scaglio agli altri.

8 Giugno

Ci dicono di prepararci a sbarcare. Siamo sul ponte con i nostri bagagli. Scorgiamo vicina terra. Poi entriamo in un larghissimo canale e perveniamo in un porto meraviglioso. Non molto capace e attrezzato ma con anse accoglienti, vegetazione varia floridissima che attenua il caldo equatoriale. Mombasa.

Mentre scendo dallo scalandrone scorgo il tenente che ieri mi ha dato le arance. Traggo dal taschino la penna stilografica e gliela porgo con un “Thank-you”; mi stringe la mano con un sorriso “Good luke”.

Incolonnati ci accompagnano in un recinto vicino dove rapidamente ci fanno una rivista ai bagagli e procedono alla completa disinfestazione seguita da una potente doccia. L’asciugamano è la sola cosa che possiamo portare con noi. L’asciugamano mi permette di trafugare i miei biglietti che altrimenti passerebbero all’autoclave. Nella rivista mi sequestrano il coltello da boy scout. Subito dopo ancora incolonnati per procedere a piedi. Un sergente in testa alla colonna e poche sentinelle armate. Gli inglesi sanno che nessuno ha voglia di scappare. Dove andare? Ogni tanto il sergente inglese urla di accelerare. I quattro di testa vanno senza forzare e lasciano che il sergente faccia il gesto di scudisciare. Dopo la città la strada si snoda in mezzo a una foresta di palme da cocco, di sicomori, manghi, dracene, jacarande avvinte confuse da liane pendenti e sorgenti da un’erba alta due metri.

Qua e là abitazioni di indigeni. Casette in mattoni d’argilla con tetto di stoppia. Non fa un caldo eccessivo. La marcia è abbastanza agile. Perveniamo al campo di Chingawni. Ci sono altri prigionieri. Siamo fatti entrare senza tanti complimenti, rinchiusi e lasciati liberi di prender posto. Grandi capannoni dalle pareti e dal tetto di paglia ci ospitano. C’è una mensa che funziona, frutta a volontà che offrono le sentinelle kikuiu fuori dal reticolato, manghi, banane avocadi. I cocchi li abbiamo nel campo e occorre stare attenti che non cadano sulla testa. La prima notte dormiamo per terra. Il terreno è sabbioso.

9 Giugno 1941

Partito uno scaglione, ci sistemiamo in un baraccone . Finalmente si può respirare. Anche se questo è un campo di passaggio la meta definitiva non potrà essere lontana.


Il diario  finisce così.

Balbo viene internato nel campo di concentramento di Eldoret, nelle vicinanze di Nairobi, fino alla fine della guerra.

In prigionia, riprende la sua attività artistica: realizza opere per i vescovadi di Nieri – Kenia (1942) e di Kisumu – Tanganica (1943); crea una scuola di pittura e scultura per i compagni che desiderano accostarsi all’arte.

Uno di loro, Domenico Rapisardi, ricorda quegli anni:

Dentro baracche coperte di foglie di palma ciascuno tentava di saggiare e riconoscere le proprie capacità personali, sapendo che per sopravvivere e per ricominciare non restava che contare su di esse.

Ricordo che in questa atmosfera angosciata visitare Balbo e vederlo lavorare dava un senso di calma e di sicurezza confortanti. In qualsiasi ora del giorno ci recassimo da lui (egli non rendeva visita a nessuno) lo trovavamo seduto accanto al suo lettino da campo intento a dipingere, a disegnare, a modellare l’argilla, con l’attenzione ed insieme con la smemoratezza di chi scava in se stesso traendone continuamente inaspettati tesori.

“Balbo era tutto là, in questo colloquio intimo che lo staccava dalle vicende che ci stringevano il cuore, simile ad una noria che in mezzo al deserto tragga ad ogni secchio un po’ d’acqua pura e fresca e ciò senza soste e senza stanchezza.Se interrompeva il suo lavoro era per insegnare ai suoi allievi (di cui alcuni oggi hanno nomi ben noti) come si fa a dipingere.

Insegnava con calma, con pazienza, interpretando la incerta personalità dei discepoli nell’intento di potenziarla, purificandola dalle scorie esteriori.”

Nei prossimi articoli saranno pubblicati alcuni lavori e studi realizzati dal 1942 al 1945.

 


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DIARIO DI GUERRA 9 – “Dove ci portano?”

17 Maggio 1941

Partiti da Dire Dana. Giungiamo a Harrar. La colonna sosta pochi minuti. Acquistiamo caschi di banane, papaie, manghi. Mai mangiato frutta così saporosa, mai visto indigene così belle. Mai desiderato donne così violentemente. E non solo io.

Lungo la strada sosta in una zona desertica. Scendiamo per sgranchirci le gambe. Non siamo ancora alla fame. Soltanto a sera la colonna si ferma in boscaglia. Passeremo qui la notte. Qualcuno si appresta a far cucina con i viveri in natura che gli inglesi hanno distribuito ad ogni camion (gruppi di 20) alla partenza da Addis Abeba. Viveri per quattro giorni. Un po’ di riso, tre o quattro chili, una scatola di marmellata, un chilo di zucchero, margarina e salsa. Qualcuno manda giù il riso, molti lo rifiutano.

19 Maggio

In strada verso il Somaliland. Appena lasciato il confine italiano la strada, costruita in regola d’arte con opere perfette, diventa pista. Attraversiamo Argheisa. I suoi dintorni pullulano di militari, macchine, magazzini. Enorme quantità d’armi di materiali. La nostra sentinella si è fatta ciarliera. I compagni di viaggio pongono domande. Dove andiamo? come sarà il campo di concentramento? mangeremo bene?

Il sudafricano risponde gentilmente esaurientemente con convinzione. Nel Sud Africa ci aspettano. Siamo loro prigionieri. Loro hanno conquistato il Kenia, non gli inglesi. A Johannesburg andremo. A Johannesburg “plenty diamonds” e fa così con le mani le dita riunite a fuso. Appoggia l’arma alla macchina. Diventa ciarliero. Saremo trattati bene.  Tira fuori il portafoglio, fa vedere le fotografie della famiglia e della fidanzata. E’ bella. Bacia la foto. Ride gioviale. Qualcuno fa vedere le sue fotografie. Non le aveva mostrate ai suoi compagni, ma all’inglese sì, perché sentiamo il bisogno di non essere nemici, di non odiarci, che non siamo cattivi né loro né noi.

La strada si perde in una zona rossa bruciata. Niente opere d’arte sugli uadi. Si passa a guado. Termitai a ciminiera rossastri si levano sulla stoppia secca. La pista è polverosa, arsa, calda. Non si scorgono uomini o animali. Qualche acacia che sembra secca. Ad un tratto nelle narici sento odor di salmastro. “Il mare” “Dov’è?” mi chiedono. Non lo so, molto lontano ancora, ma lo sento.

Ci fermiamo dinnanzi a un reticolato. Di fronte una tenda inglese. E’ il “Comando” italiano. Ordine di restare sulle macchine. Osserviamo. Poco distante da me una botte su una camionetta e una lunga teoria di persone si snoda dal suo didietro come un interminabile verme solitario. Fanno riserva d’acqua. Sono uomini ufficiali. Chi ha solo pantaloncini o mutande, chi (pochi) in diagonale, abbottonata, colletto, cravatta, stivaloni. Gavette, borracce. Avanzano rassegnati e stranamente disciplinati. Nel campo si distinguono, disposti senz’ordine, ricoveri o rifugi; non saprei come chiamarli. Roba fatta di tende, di muri ammattonati, pali di legno, sostegni, ma tutta roba bassa. Un uomo sembra un gigante. E la mia abitudine alla prospettiva mi fa vedere la zona, come dire, costruita lontana lontanissima. Si intrecciano domande, non si riceve precisa risposta. Le parole sono fiacche, nessuno grida.

Ordine di ritornare e proseguire sulla pista verso il mare, verso Berbera. Una ventina di chilometri in terra bruciata.

Poi la città. Case basse, pochi militari per le strade. A un chilometro la colonna si ferma. Ci fanno entrare in un campo reticolato vuoto di uomini di case e di cose di materiali. Un’acacia in fondo, una da un lato. Tutti gli ufficiali restano ammutoliti in piedi ad attendere qualcosa.

Senza precipitarmi, non è nella mia indole, mi avvio solo verso l’acacia. C’è un po’ d’ombra, quell’ombra che può dare una rete metallica ma sempre ombra è. Non è possibile che sia questo il campo definitivo. Intanto io mi aspetto di tutto. Ci imbarcano ancora sulle macchine e andiamo sul mare. Verso terra sono tutti campi cintati. Ci giungono grida confuse dalla velocità e dal rumore dei camion.  Entriamo in un campo e siamo lasciati così. Comprendiamo che qui ci resteremo. Baracche niente, case niente, posto poco. Ma ciascuno cerca per conto proprio.

Legati al reticolato due teli da tenda. Coperte sulla sabbia, bagagli ammonticchiati. Le notizie sono assurde. Non danno da mangiare; ma si trova dalle sentinelle il mattino pane e poi  scatole di latte di carne di sigarette ( a prezzi iradidio beninteso ! ). Di fame non si muore.

L’acqua fortunatamente c’è e anche in abbondanza. Un tubo da un pollice. Basta fare un po’ di coda possiamo anche lavarci. E’ un lusso. Ci mettiamo in cerca di legna per il tè. Ad un tratto mi sbaglio, ho preso un filo di ferro per un fuscello. Ritorniamo per portare la raccolta. Il fuoco si spegne subito. Con la nostra provvista dura due minuti non più. Io cerco di eccitare la fiamma col fiato e mi arriva quasi addosso un sacco di juta. Mi guardo intorno. Certo è la sentinella indiana che me l’ha lanciato, difatti mi fissa con gli occhi senza far gesti, senza far segni. Che accidenti devo fare del sacco? Ragiono vorticosamente. Ho un coltello da boy scout. Taglio un pezzo di sacco. Lo metto nel fuoco. Brucia maledettamente bene. Ringrazio in inglese l’indiano. Che brava gente ! E noi dobbiamo ammazzarci a vicenda. A Keren in quarantott’ore abbiamo distrutto un reggimento di Rajputans Rifles.

Porco mondo che schifo la guerra! Beviamo il the. L’indiano sembra contento. Il mattino verso le quattro vengono dei somali a vendere filoncini di pane. Occorre stare attenti perché qui le sentinelle sparano. I reticolati hanno in basso i rotoli rotondi. Bisogna passarci in mezzo per arrivare ai somali che stanno dall’altra parte, soldi in mano altrimenti niente da fare.

20 Maggio

Stanotte mi son messo nudo come un verme. C’è una fetta di luna verso le tre. Ho visto un somalo con una cesta. Mi son messo undici biglietti da mille in bocca e sono strisciato in mezzo ai circoli. Il somalo ha contato i fogli e ha posato davanti a me undici filoncini di si e no un etto e mezzo l’uno. Mi son ritirato come un gambero spostando poco a poco i pani nella sabbia. Prima di finire di passare tutto il reticolato ho imparato come si fa a stare sulle spine senza farle penetrare nelle carni. Ora non mi graffierò più. Sono arrivato dai miei colleghi con la mia bracciata di pani. Erano tutti svegli. “Offro io”.

22 Maggio

Ieri abbiamo dato fondo alla provvista di riso. Oggi niente. Stanotte prima di andare dal fornaio devo stare attento. Ieri notte dopo aver ritirato il pane sono andato sotto il tubo dell’acqua. E’ quasi fresca a quell’ora. Una pallottola mi è fischiata sul capo. Mi son buttato bocconi e ci son stato un bel po’. Non ho voglia di farmi ammazzare quando non ce ne ho voglia.

23 Maggio

Ci hanno cacciato entro il campo un montone intero, così come si caccia un pezzo di carne a un cane. Gli ufficiali vicini al boccone l’han preso in due e ci han dato il volo ritornandolo al mittente. Quando lo si è saputo nessuno ha detto che han fatto male. Fame per fame! Verso sera ci hanno distribuito pagnotte, riso e marmellata. Non c’è da scialare ma qualcosa abbiamo mangiato.

24 Maggio

Ordine di prepararsi alla partenza stamane all’alba. Permessi 40 libbre di bagaglio cioè 20 chili. E comincia la selezione. Siccome tutti o quasi ne hanno con sè di più, tutti o quasi abbandonano indumenti di ogni genere.  A mezzogiorno o poco meno dopo estenuanti appelli e formazioni di gruppi si è pronti a partire. Ordine di mettersi in marcia. E i camion? Ci sono là davanti ma stanno fermi.

Si marcia a piedi ciascuno col proprio bagaglio. La scena mi appare ridicola dapprima, poi diventa pietosa. Il sole di Berbera picchia sodo sulla colonna. I raggi il caldo diventano materiali pesanti, diventano piombo su quella povera gente in uniforme, per lo più pesante. Le file si distanziano prima poi la marcia diventa il progredire disordinato di un gregge con la differenza che qui gli individui cercano di mettere aria fra uno e l’altro. Son partiti quasi allegri di abbandonare quel posto d’inferno. Qualunque prospettiva è migliore della situazione presente. Son partiti allegri portando le cassette, le valigie a mano con correttezza, con dignità. La mancanza di cibo, di acqua, il caldo, fiaccano quel resto di energia.

 

La colonna si stende verso il porto. E proseguiamo sudati ansanti trafelati boccheggiando fin sulla banchina.

Io in disparte ho abbozzato alcune scene. La memoria sola non potrebbe rendere di più lo sfacelo, l’egoismo l’abbattimento di quel mezzogiorno di Berbera. E per due ore fermi sotto il sole. L’acqua del porto rende salato il caldo, lo fa più umido. Sudore salmastro si suda. E le borracce si vuotano senza precauzione. In poco nessuno ne ha più una goccia.

Ci imbarchiamo su un barcone per il trasporto del bestiame da 300 tonnellate circa. Siamo trecento anche noi uno per tonnellata. Ci fanno scendere nella stiva noi e bagagli. Ci stiamo in piedi, dividiamo lo spazio con dei montoni che son stati caricati più umanamente di noi. Io mi trovo sotto il boccaporto di mezzo che di sopra stanno aprendo mentre comincia la navigazione.

Dove andiamo con questo barco? Non nel Sud Africa. L’equipaggio di colore ci informa. Ad Aden poi in India.

Fa caldo; caldo sale e puzzo di montone e non una goccia d’acqua. Manca l’aria. Ci stringiamo sotto il boccaporto dal quale non piove fortunatamente il sole che è al tramonto. Mi sfilo dalla calca. Metto il viso a un oblò. Almeno il mare odora e non fa quelle facce quei ghigni. Non vedo più occhi sbarrati allucinati. Improvvisamente la calca mi muove, si stringe, si addensa, si dilata, tende verso l’alto, si accascia, risale, ricade. Rantoli più che urli.

Dal margine del boccaporto gli indigeni guardano sorpresi ma non si divertono non ridono. Uno ha teso un bicchiere d’acqua verso il quale si protendono cento braccia e non è che una sete di poche ore.

Quel bicchiere mi fa l’impressione di un brillante. Non ho mai visto qualcosa di più cristallino di più pulito di più fresco. Il puzzo è tremendo. I montoni vomitano per il mal di mare. Il barcone balla un po’ nel Mar Rosso che, per fortuna, non è agitato.

Finalmente ci autorizzano a salire in coperta. Non si vedono sentinelle. L’equipaggio si da un gran da fare per vendere bottigliette di bevande. Birra, acque, gazzose. Beviamo ma la provvista è enorme quanto la nostra paura della sete. Poi è naturale che la sete si calmi e ci si guarda attorno. Noi e l’equipaggio indigeno. Non c’è spiegamento di forze: non c’è o non si vede. Qualcuno lancia l’idea di fare un colpo di mano e costringere l’equipaggio a dirottare su Gedda nel Yemen. I vecchi guardano in tralice ma la cosa prende piede. C’è chi si entusiasma. Penso che basterebbe un nulla perché l’idea diventi proposta, piano che passi all’attuazione. Ma la maggior parte è contraria. E’ spossata affranta, non si sente di ricominciare.  Anche gli entusiasti si calmano cedono al sonno fino al mattino in vista di Aden che si presenta nuda, spoglia, atroce. Navi e scogli e sulla sinistra un biancore accecante.


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DIARIO DI GUERRA 8 – Prigioniero

26 aprile

Dovremo proprio consegnarci prigionieri. D’altra parte i nostri nomi sono già stati consegnati e un fonogramma del comando italiano avverte che saranno considerati disertori gli ufficiali che non si consegneranno agli inglesi.

E’ la resa a discrezione. Sono gli effetti del messaggio che il giorno di Pasqua un aereo aveva fatto cadere su villa Italia. Cunnigham non avrebbe risposto dell’incolumità della popolazione se gli Italiani non avessero accettato la resa a discrezione.

Alle tre arriva un ufficiale Inglese con un camion. Ordine di imbarcarci. Faccio io da interprete. Il capitano è sbronzo: ha una bottiglia di Strega in mano. Protesta che lui è ufficiale e che sul “truck” non ci sale. Vuole la Littorina. Imbarazzato mi rivolgo al tenente inglese; mi meraviglio che accondiscenda e dia ordini in proposito. Arriva la Littorina e ci imbarchiamo. Hanno tutti un monte di bagagli. Io ho una valigia con sì e no tre chili di roba, una coperta, l’impermeabile addosso. Traversiamo Dessiè e scendiamo verso il ponte. Già è saltato. Si sbarca. Passare dall’altra parte. E i bagagli? Gli ufficiali protestano. Non possono fare i facchini. Poi di malavoglia si accingono a trasportare cassette e bauli. Qualcuno comincia a rendersi conto che non ci saranno facchini. Si aprono i contenenti e si sacrifica del peso. Quando tutti son passati anch’io vado. Un ufficiale sudafricano vede che mi è  stata lasciata la rivoltella. Mi saluta e me la chiede scusandosi. Poi mi dice in un francese stentato “C’est bien heureux pour vous. Pour vous c’est fini!” e’ un combattente. Ne passerà ancora di brutte ma comincio a invidiare la libertà di un uomo.

Un camion ci porta a Camboleia ai cantieri Puricelli ci ficcano nell’interno dove le stanze son piene di militari in piedi accoccolati seduti sui loro bagagli. Il mio gruppo è in una stanza con una finestra inferiata che dà su un cortile zeppo di soldati indaffarati a cucinare su focolari improvvisati con marmitte che vanno dalla “tanica” di petrolio al “gorgorò” di conserva. E’ ancora giorno.

27 Aprile

Scesa la notte ci mettiamo a dormire. Sono spossato. Mi avvolgo nella coperta. Mi sveglio all’alba. Pronti a partire. Partiranno con gli ufficiali solo gli attendenti. Io avrò tre attendenti perché tutti e tre vogliono andare ad Addis Abeba per vedere di scappare. Ce la facciamo. Siamo in camions separati ma ci siamo tutti. Ci danno una razione di galletta e una scatoletta. Partiamo. Ci fanno scendere ed entrare come pecore in un campo cintato con filo spinato.

Il trattamento comincia a  farsi più duro. Io sono molto giù di morale. Mi avvio, non so nemmeno io con quali intenzioni dalla parte opposta del campo. Sono quasi al reticolato quando fischia rabbiosa una raffica. Incasso la testa nelle spalle. Sento un urlo “Come on back!” mi volto. Una sentinella mi fa segno di tornare. Perché non mi ha colpito? Mi vado a stendere in uno stanzone.

28 Aprile

Riprendo coraggio stamane ho osservato i miei compagni di prigionia. Ufficiali superiori fino a colonnello, di tutte le armi, compresa l’aviazione. Molti abbacchiati. I giovani sconsiderati allegri spensierati. La vicinanza fianco a fianco diminuisce il rispetto verso i superiori.

Si parte in mattinata.

Un certo spiegamento di forze. Ma non sono più le truppe combattenti nelle quali non distinguevi i soldati dai graduati dagli ufficiali. Qui l’uniforme li fa distinguere e anche la grinta. Ci sono bianchi e negri. Sudafricani ed australiani. In pochi minuti si raccolgono intorno ai camions scifta [ ribelli etiopi ]che ora si chiamano patrioti e e sciarmutte [ prostitute ]. Ostentatamente gli Inglesi si ritirano lasciando i prigionieri senza sentinelle in mezzo ai patrioti che si addensano sempre più e si fanno sempre più pressanti. Non si sente una voce.

Tutti comprendono la sottile vendetta degli inglesi, anche gli scifta anche le sciarmutte. Qua e là un parlottio un segno. Sono patrioti, disertori di battaglioni o di bande che si fanno riconoscere dai loro antichi ufficiali, sono sciarmutte che chiedono notizie di conoscenti. Rotto il silenzio il ghiaccio si fonde, l’ambiente si intiepidisce, si scalda. Doveva essere così. Italiani e abissini non si voglion male. Lo scifta è un ribelle ma non odia. Le sciarmutte hanno provato l’unione con gli italiani che non sono capaci, malgrado le disposizioni ad essere razzisti soprattutto con la donna abissina che è dolce, graziosa  talvolta e fedelissima. Le sciarmutte si infittiscono premono si avvicinano alle murate dei camions. Qualcuna porge scatole di latte di carne, fazzolettate di uova, fiaschi di ciai di “tech” i patrioti lasciano fare: distraggono lo sguardo tiran su la testa sventolando i lunghi capelli a criniera di leone.

Ormai è un parlottare generale diventa vocio si intrecciano richiami. Gli ufficiali si danno da fare per essere precisi di notizie alle sciarmutte che le richiedono. Sui loro amanti amici abissini o italiani. Così in questa fiera ritornano gli Inglesi. Hanno fatto colazione e non c’è stato massacro. E’ mancata la vendetta. A Debra Berhau., la città ribelle, patriota, covo dell’indipendenza scisana una colonna di ufficiali italiani è stata lasciata in pace. Gli indigeni hanno offerto cibo.

Ripartiamo. Arriviamo in Addis Abeba nel pomeriggio. I camion dei soldati vanno da una parte, quelli degli ufficiali da un’altra ma ci fanno girare avanti e indietro per la città. Non ci si attende un trionfo ma nemmeno la più assoluta indifferenza della popolazione italiana che non ci osserva non ci guarda, come se ci rinnegasse. Il fatto non ha importanza.

E’ sera quando il campo Corse, adiacente alla Piazza d’Armi ci accoglie.

29 Aprile

Ci dividiamo nei locali. Stanzoni, camerini, corridoi. Brandine, scaffaloni; c’è da alloggiarsi tutti. Naturalmente gli ufficiali più giovani più intraprendenti, più spensierati si prendono i posti migliori. Io prendo posto in uno scafffalone a due metri da terra e di là osservo i miei compagni. Dalle loro parole sento che sono persuasi che ora comincia un periodo di turismo, una vacanza, un giro per vedere il mondo.

Mi si avvicina con molta cortesia Galbusera. Mi dice che era all’amministrazione della VI Brigata che dalle mie carte ha visto che sono pittore. Anche lui fa il pittore. Tira fuori fotografie e mi fa osservare paesaggi e una testa di Cristo. Dice che ha portato con se la cassetta a olio che lavoreremo insieme. Gli dico di sì, che volentieri lavorerò con lui. E mi sorge violento il desiderio di far qualcosa. Galbusera dice che c’è lì vicino una tipografia. Macchine caratteri carta, tonnellate di carta.  Andiamo a vedere. Poco fa temevo mi mancasse la carta. Ora è come se fosse intervenuta la lampada di Aladino. Non desidero altro; afferro qualche foglio e ritorno al mio scaffalone. La mia valigetta di tre chili comprende mine e una matita portamine. Comincio a disegnare quanto mi circonda. Galbusera anche lui lavora, sotto sulla brandina. Poi quando vede i miei lavori allibisce. “E io che mi credevo di essere pittore”. “Va bene lo diventerai”.

4 Maggio

Son passati i giorni senza grandi emozioni. Abbiamo dato le generalità una due tre quattro volte. Si mangia pastasciutta mattina e sera. Giorno per giorno la mensa migliora. Funziona un Comando italiano che dagli Inglesi è definito Ufficio di collegamento. Vediamo un solo ufficiale inglese che è poi sudafricano. Le sentinelle sono del Kenia: Kikuiu. Ci lasciano avvicinare ai reticolati, anche dalla parte della strada. E’ possibile scambiare quattro parole con chi passa.

5 Maggio

Aumentate le sentinelle. Ras Tafari il Negus Neghesti rientra nella sua capitale. Sappiamo che ha fatto affiggere un proclama molto generoso per gli Italiani. Non deve esser fatto loro alcun male. Soltanto per quel giorno la popolazione italiana è invitata a non andare in giro per Addis Abeba. Ricorda che gli Italiani hanno fatto molto per la sua capitale.

L’eco del trionfo non giunge fino alla nostra zona che è periferica ma a  notte inoltrata improvvisi colpi di fucile e scoppi di bombe ci mettono in allarme. Un ufficiale inglese ci distribuisce bombe a mano e ci consiglia di difenderci dai ribelli quando attaccheranno in forze. L’attacco non tarda e noi ci troviamo ancora una volta alleati con gli Inglesi per difendere la nostra pelle bianca. Ma è cosa da poco. Gli abissini fanno un pò di fantasia e assaggiata la cordiale reazione non insistono.

8 Maggio

Corrono ad avvertirmi dal reticolato che un’indigena cerca di me. Accorro: è Turemese. E’ contenta di sapermi salvo, anch’io di vederla. Si direbbe che la sentinella kikuiu apprezzi questa famigliarità fra bianchi e negri. Sorride e ostentatamente volge la testa e la persona altrove. Turemese mi chiede di Cantimori. Non ne so nulla, ritornerà.

10 Maggio

E’ tornata Turemese. Mi dice che il figlio di Lig  Jasu, Johannes, mi saluta. Mi aiuterà a fuggire, a vivere in boscaglia se voglio fuggire. Gli rispondo senz’altro, ma presto perché temo di essere portato via alla prima spedizione.

13 Maggio

Vedo Turemese. Johannes mi attenderà in Via Lanza e mi farà uscire da Addis Abeba. Sarà per la notte fra il 15 e il 16 Johannes si era sempre dimostrato buon amico degli italiani oltre che amico mio.

14 Maggio

Non vedrò più Turemese. Non si farà più vedere. Non ci sarà fuga romantica. Non sarà difficile eludere la sorveglianza delle sentinelle. Il reticolato non è complesso. Il folto degli eucaliptus ha un salto, via Lanza a un chilometro e mezzo. Conosco la zona come la mia tasca. Ci andrei a occhi bendati. Non ho fatto parte ad alcuno dei miei progetti. Non ho amici tali da potermi fidare di loro. Non mi passa nemmeno per la testa che sarebbe forse più facile affrontare l’avventura in compagnia di qualcuno. Ma con persone che non conosco bene no, non mi fido. Del resto non ho nemmeno bisogno di aiuto per fuggire. E se dovrà andar male non avrò rimorsi per gli altri.

15 Maggio

Gli inglesi mi hanno fregato. Questa sera sono nel campo di concentramento di Dire Dana. Stamane all’alba ordine improvviso di partenza. In mezz’ora siamo imbarcati sulla colonna dei camion che ci porta alla stazione. Prendiamo subito posto sulle vetture passeggeri del treno della ferrovia Addis Abeba – Gibuti. Dame della Croce Rossa ci distribuiscono frittelle di riso e libri. Sono commosse, qualcuna piange. Il treno parte che non sono ancora le sette.

Non la vedrò proprio più Turemese. Non sacramento nemmeno. Il destino ha voluto così. Mi sorprendo a mormorare “Insh’Allah”.

Acachi, Adama, Anase. Ci fanno scendere. Scorgiamo la frattura nel cui fondo scorre l’Anasa e il ponte  su cui militari inglesi stanno lanciando un ponte in ferro prefabbricato. Sorpassiamo la frattura e siamo nuovamente imbarcati sui camion. Una sentinella prende posto su ogni camion, all’interno un’altra con l’autista. Gli autisti sono tutti italiani.

Questa sera siamo nel campo di Dire Dana in stanzoni. Ci allunghiamo sulla paglia. Viene vicino a me Valti del VI° Battaglione. Mi dice che si fermerà a Dire Dana come interprete. Ne sono felice. Non ho voglia di parlare inglese. Per me è una missione troppo ingrata e poi mi pare che sia una condizione privilegiata. Non voglio privilegi.

 


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DIARIO DI GUERRA 7 – La fine dell’Impero

15 Febbraio 1941  – Asmara

Un mezzo ci ha portati a qualche chilometro da Asmara. Ho sonno. Un sonno mortale. Ci buttiamo sul ciglio. Non posso dormire. Ho fretta di ripulirmi di ritrovare amici. Di fare l’eroe forse con la ferita alla mano mi è facile.  Scheggette di poco conto. Le dita muovono bene solo un poco impedite dall’enfiagione provocata dalla piaga tropicale che si estende dal dorso della mano a parte dell’avambraccio. Ci mettiamo in cammino. Io vado dai Dalmasso.  Mi trovo fra le braccia di Marino e di Renato. Poi Bruna, Paola e i bambini di Renato.  Un bagno e la ferita alla mano ha le cure definitive.

A tavola. Verso l’una e mezzo Renato dice a Paola di andare in rifugio con la bambina di pochi mesi. Tutti i giorni bombardano alla stessa ora il campo di aviazione lì presso. Siamo fuori dal rifugio quando sentiamo che un grappolo di sei bombe ci cadrà sulla testa. Ci ritroviamo tutti e tre a far da scudo a Paola e alla bambina. Uno scoppio solo assordante. Terra crolla addosso. Nessun male. Usciamo fuori. Constatiamo stupefatti che sei bombe sono scoppiate in pochi metri intorno al rifugio. Ad un tratto attraverso i prati vedo Bruna che corre chiamando Brunetto, il figlio più piccolo di sei anni. Mi trovo appresso a lei. Non so dove corra ma sento gli aerei che ritornano mitragliando. Bruna corre sempre. Arriviamo affiancati a un grande fabbricato. Un centinaio di bimbi infilati in para schegge fatti con casse di sapone ripiene di terra. C’è Brunetto. Nessuno ha avuto male. Erano a scuola. Accidenti che corsa!

16 Febbraio

Mentre sono in giro per Asmara avverto sempre più aria di disfatta. Soldati isolati o a gruppi, armati o no, divise in gran disordine, in maniche di camicia o con giubba, torvi ,tristi, indecisi sul dove andare; quasi tutti italiani, qualche indigeno impaurito.  Nessuno si occupa di loro. Mi nota un tenente carrista. Allucinato. Mi viene incontro. “ Balbo, sono Aletti” . A frasi smozzicate cerca di raccontare, fa uno sforzo per coordinare le idee per raccontare con un senso d’ordine. Non ci riesce.

20 Febbraio – Addis Abeba

Ho lasciato giorni fa Asmara. Un camion carico di zucchero mi ha portato ad Addis Abeba. L’autista è ben contento di avere la scorta armata. Io di aver trovato un passaggio su un 634 Fiat. Non ho pensato a far scorta di sigarette all’Asmara scombussolato com’ero. Mi stavo impressionando sempre più. Incontravo per la strada  militari con divisa appena indossata. Tutti fascisti. Vestiti da fascisti. Ma ne avevo sorpreso molti a togliersi i fascetti per sostituirli con le stellette. Fa presto a crollare un regime. Eppure quella è tutta la gente che nelle adunate urlava che era pronta all’estremo sacrificio. Urlava senza convinzione senza averne l’idea ma quel buon’Uomo ci credeva altrimenti non sarebbe entrato in guerra. Rinnegheranno tutti Gesù. I piccoli ne hanno diritto. Ma lo faranno per certo anche i Gerarchi, anzi loro saranno i primi, sicuro sicuro.

25 Febbraio

Sono da qualche giorno ad Addis Abeba in licenza.

28 Febbraio

Siamo tutti vivi noi allievi. Eppure non ci siamo risparmiati. Uno dei più feriti sono io. Ci sollazziamo a fare gli eroi. Ci lascino questo diritto. Il più dolce dei biglietti che mandava il colonnello Corsi a un allievo era ”Insegnate ai Granatieri come si muore!” con roba del genere si ha diritto di fare gli eroi e con queste notizie sempre più catastrofiche. Da Nord da Sud del Samaliland.

Io mi sono accasato da Cantimori. – via Lanza 26- c’è la sua madama Turmese. Brava ragazza, anima nobile.

10 Marzo

Passano monotoni i giorni ad Addis Abeba. Scomparso quel feroce appetito, fame anzi, dell’arrivo. Si è ridiventati normali. Gli abiti borghesi mi permettono di andare dove voglio. Quattrini ce ne sono anche troppi. Finiranno male. Eppure ci sono ancora costruzioni in atto che dimostrano quanto gli uomini siano certi che tutto continuerà. Come non si sa, ma deve continuare. Non ci stanchiamo di raccontarci le avventure le emozioni. Tutti i giorni arrivano le liste dei morti e dei dispersi. E sono lunghe.

12 Marzo

Stamane mi son svegliato con la voglia di dipingere.

15 Marzo

Dipinto. Con foga, con gioia.

16 Marzo

Mi sono soffermato a guardare Turmese che stava preparandosi l’“anger-ra”. Accoccolata vicino al focolare stava facendo scaldare la teglia circolare larga quanto il fondo di un barile di catrame. Mi stima Turmese. Certo perché non ho attentato alla sua virtù. E’ la donna del mio amico. Per questo mi stima. Quando la teglia è calda versa con le mani la pastetta di farina e acqua facendola colare con le dita a fuso lungo i bordi, lentamente, andando verso il centro a cerchi concentrici. Si spande un buon odore di pane bruciato. Quando la mano a fuso ha lasciato colare l’ultima goccia di pasta l’anger-ra è pronta. Cotta a puntino. Mangio il pezzo che Turmese mi porge inchinandosi. E’ buona ed è soltanto una focaccia. Poi Turmese fa il caffè. In un bricco di terra cotta al sole. Fa bollire i chicchi di caffè appena frantumati. Tutto il contrario degli arabi che li riducono a polvere finissima. Anche questo caffè è buono e non rassomiglia a nessun altro caffè. I chicchi sono del’ Harrar dove si produce il moka.

Chiacchieriamo con la ragazza. Le dico che presto partirò. Si rattrista.

23 Marzo

Bombardamenti e cattive notizie aumentano e s’ ispessiscono giorno per giorno.

28 Marzo

Mogadiscio occupata. Stanno arrivando i profughi che portano notizie lugubri. La colonna che proviene dal Sud non trova ostacoli, se li trova li supera. La sera dell’occupazione  Mogadiscio era illuminata a giorno. Le autorità fasciste sono restate e collaborano con gli Inglesi. Molti ufficiali che non sono fuggiti son stati dichiarati disertori. Così ha annunciato la radio.

Arrivano particolari su Keren.   Caduta il 23 Marzo.   Gli Inglesi sono riusciti a penetrare   di sorpresa nel fortino, presidiato dalle camicie nere che spossate da 53 giorni di combattimento giacevano addormentate. Iniziato l’accerchiamento tutto il fronte è crollato.

Cominciano a giungere in disordine profughi che cercano scampo precedendo la colonna inglese che sta conquistando il territorio.

La difesa di Addis Abeba è apprestata sul fiume Anasa. Si dice che gli Inglesi non riusciranno a passare la profonda fenditura.

4 Aprile

Lascio per sempre Via Lanza 26 – Addis Abeba. Ho parlato con Turemese.  Le ho fatto vedere il contenuto delle valigie e delle casse. Le ho raccomandato caldamente quattro album di disegni e fotografie. “Il resto, se ne hai bisogno, vendilo. Se non mi vedi tornare è tuo!

5 Aprile – Dessiè

Sono in viaggio verso Dessiè. Destinato a quel settore. Ieri, ricevuto l’ordine, mi son recato in Piazza Littorio. Gli Inglesi hanno sfondato l’Anasa. Arriveranno domani o dopo. Ordine che nessuno abbandoni la città. Sono incerto sul da farsi. Se cade Dessiè mi ritirerò sull’Amba Alagi, penso.

Finalmente un mezzo mi porta a Dessiè.

7 Aprile

Bombardamento aereo. Distrutto campo di aviazione con una ventina di aerei. Era quanto ci restava.

24 Aprile  1941

La linea è crollata. Gli Inglesi avanzano. Il comando è scappato in Dancalia senza lasciare ordini.

Da questo momento siamo in prima linea penso al fonogramma numero uno di Keren. Rientro. Ce n’è anche troppo.

Sono le quattro. Arriva un portaordini con un fonogramma scritto a matita.

Da questo momento cessare il fuoco. Se gli Inglesi avanzano senza far uso delle armi le armi tacciano. Contro i ribelli reagire immediatamente”. E’ la fine.

Il capitano non si è mosso dalla cresta. Ha spedito un portaordini al Comando per chiedere istruzioni. Io osservo la strada. Alle cinque distinguo una autoblinda che scende lenta verso il ponte. Ma che fa quella? Una cannonata una sola la blocca a una curva. Si è fermata come un giocattolo con la corda esaurita. Nessun movimento intorno. Dopo una mezz’ora circa si inoltra lentissima una littorina. Da essa sventolano davanti, dalle parti, sul tetto, pezze bianche. Non riesco a trattenere le lacrime e non mi interessa un fico secco che gli ascari mi vedano. Ho finito la mia carriera di ufficiale, ho finito la mia esperienza di coloniale. Sono prigioniero. Non ho alzato le braccia, non ho chiesto pietà, così non me l’aspettavo.


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DIARIO DI GUERRA 6 – La battaglia di Keren

La battaglia di Keren fu uno scontro tra le truppe italiane e le forze britanniche e del Commonwealth. Nonostante un’organizzata e tenace resistenza, le forze italiane vennero sconfitte sancendo così l’inizio dello sgretolamento del giovane impero coloniale italiano.

2 Febbraio 1941

Di buon mattino sentiamo tuonare il cannone. Più tardi il cannoneggiamento si fa intenso. Scorgo di qui il forte di Keren, la città mi è nascosta dalle alture.

E’ cominciato l’attacco. Quando gli inglesi cercheranno di passare? Gli uomini scavano ora, senza farsi pregare, mi chiedono consigli. Hanno anche scavato fosse sul dorso della cresta. Una per me vicino ad un albero di incenso. Mi trovo sempre accanto un barese, Furigno. Scambiamo poche parole ma ho l’impressione che abbia bisogno della mia compagnia. Parla barese stretto e lo capisco a malapena.

Il più lavativo del plotone è il più settentrionale. Vercelli si chiama. Lo avvicino lo interrogo. E’ proprio un lavativo. Nessun argomento è valido. Vediamo . “E il segnalatore? Vuoi fare il segnalatore?”-“Beh, sì. Quello sì” – “Ma non sai balordo che questo è molto pericoloso?” – “Non fa niente quello lo faccio” –  Scelgo il posto. Si scava una buca profonda, un riparo di pietre e siamo contenti tutti e due. Abbiamo salvato la faccia al Nord.

Un sergente del secondo plotone è morto in 40 secondi. Morsicato da un cobra egiziano. Attenzione.

3 Febbraio

Mi vuole il capitano. Desidera parlare con me. Un libero scambio di opinioni. Vuoto il sacco. Gli esterno la mia delusione sulla preparazione della truppa e degli ufficiali. E’ d’accordo con me. Mi esorta a fare per il meglio. Come mai hanno attaccato di fronte Keren? Stanotte dovrò andare di pattuglia. Sto osservando la posizione delle stelle. Ci sarà anche la luna. Piena.

4 Febbraio

La pattuglia è stata divertente. Dieci uomini della mia squadra. Naturalmente ho dovuto scegliere tutti volevano venire. Ne ho lasciato tre in linea. Ho fatto lasciare a casa le armi, cioè i 91. Quattro bombe a mano in tasca. Niente casco. Giubba nei pantaloni. Io ho lasciato le uose bianche. Partiamo con la luna piena dopo aver dato qualche istruzione. Silenzio. Un sibilo, fermi. Due sibili avanti. A circa tre chilometri c’è un cimitero arabo. Bisogna arrivare fin là. Verificare tutti i tucul indigeni. I ragazzi sono veramente a posto. Io sorrido al ricordo che faccio sul serio, striscio per terra e mi diverto come quando da bambino facevo con gli amici la guerra e si andava alla conquista della Torre dei Mostaccini.

Davanti all’entrata di un tucul sosto. Spalanco la porta. Proietto la luce della lampada elettrica nell’interno. Una visione impressionante. In piedi un indigeno mezzo avvolto nella sciamma  alza le braccia al cielo, gira gli occhi nel viso terreo. E’ l’immagine della paura. Ci stava aspettando poveraccio! Ci aveva sentito e temuto. Accidenti. Un giro di lampada mi fa vedere il tucul libero. Macchè inglesi. Proseguiamo verso il letto del uadi sulla nostra sinistra. Sempre più cauti strisciando fra gli arbusti. Ad un tratto un trapestio. Un sibilo. Acquattati a terra. Ci restiamo parecchio. “John!” una voce cauta appena soffiata. Beh! Quelli non sono granatieri. Mi salta in testa di tentare di fare qualche prigioniero. Due sibili. Ci muoviamo sulle tracce. Si sono volatilizzati. Ma è possibile che tutti gli inglesi si chiamino John?

Arriviamo al cimitero, senza altri incidenti. Ritorniamo che la luna sta scendendo oltre i monti di Keren. Non ha paura delle cannonate?

Si fa scuro. Le nostre posizioni son là, proprio sotto Orione che nel cielo che si rabbuia scintilla sempre più.

5 febbraio

Stamane, rientrato all’alba e fatto il mio rapporto mi stendo sotto all’albero di incenso per dormire. Vicino c’è Furigno. Un sibilo prolungato attira la mia attenzione. Devo essermi addormentato ma la cautela del sibilo mi fa restar fermo. Giro gli occhi verso Furigno. E’ inginocchiato curvo immobile. Mi fissa negli occhi. Quando si accorge che son ben sveglio gira gli occhi in su sulla mia testa. Non parlo. Cerco di comprendere il messaggio dei suoi occhi. C’è qualcosa di grave. Quanto tempo passa? Minuti, secondi, attimi? Non l’ho mai saputo contare il tempo quando c’è un’emozione di mezzo. Ho ragionato? Non so. Mi son trovato a un metro a due metri lontano dalla mia posizione rotolando, scattando, saltando tutti insieme. E il mio sguardo ha sorpreso per aria una saetta, un serpe. Un cobra senz’altro. Era della sua grandezza e del suo colore.

Grazie Furigno ! . Non abbiamo più dormito. Ma ci siamo quasi abbracciati subito dopo per evitare le schegge di bombe che hanno massacrato il povero albero d’incenso. Ora la sua corteccia si sfalda come fogli di pergamena slabbrati.

E’ di nuovo sera. Una visione indimenticabile ad un tratto. Su una cresta rocciosa di pochi metri una cinta di ramaglia secca. Corna di zebù, dorsi di zebù contro il cielo chiaro della luna che piena si illumina lo spazio intorno e scurisce le forme nel controluce. Una xilografia vedo. Tragica.

6 Febbraio

Il cannoneggiamento su Keren è tambureggiante. C’è una battaglia indiavolata laggiù. Mi ha chiamato il capitano. Ha bisogno di sfogarsi. Mi dice che c’è ordine di resistenza ad oltranza. Non ci sono linee di ripiegamento. “O morti o prigionieri” conclude. La seconda alternativa mi suona strana, nuova, imprevedibile ed impossibile.

Poche ore dopo arriva l’ordine di prepararsi alla partenza. Il bombardamento è furioso. Come va laggiù? Abbandoniamo le linee a sera. Scendiamo dall’altura. Ogni tanto nella notte c’è qualche militare che ci indica la via giusta. Sulla strada abbiamo trovato i camions. Chiusi nei teloni  sorpassiamo Keren fino alle alture per le quali passa la strada per Asmara. E’ un ripiegamento? E’ la ritirata? Sbarcati ci stendiamo in attesa di ordini. Sono stanco. Dormo nel terreno sabbioso come nel più soffice materasso. Continua il tuono del cannone. Un ordine. Zaino in spalla. A posto.

8 Febbraio

Mi pare che ci sia una gran confusione. La compagnia si trova riunita sotto un folto di eucaliptus.ci sono aerei inglesi che girano nel cielo. C’è con noi anche il Colonnello  che dice “Aerei o non aerei bisogna andare avanti” .  Usciamo dal folto. Abbiamo ricevuto l’ordine di andare in vetta dell’altura che abbiamo davanti. Conquistarla se ci sono inglesi. Ritornare se non ci sono. Vado col mio plotone quasi a passo di corsa. Siamo vicini alla cima e il cuore mi scoppia dalla fatica. Arriviamo in quota. E’ libera! Appena in cima due aerei inglesi ci ispezionano e mitragliano. Siamo col naso appiccicato a terra. Uno spezzone ci scoppia a un metro. Ho un pò di sangue nel pollice destro. Una scheggetta  si vede. Ordine di scendere. A mezza china mi sento un aereo addosso. Faccio un salto a pesce in un cerchio di sassi. E’ la tomba di un santone arabo. Provvidenziale.

Ci riuniamo con qualche difficoltà e procediamo in mezzo a una indicibile confusione. C’è di tutto. Cataste di munizioni, posto di medicazione, feriti, morti, dottori in camice bianco che curano le ferite gravi dandoci intorno allucinati, tende addossate a enormi blocchi di granito. Ascari muli e vicino il tuono del cannone. Due aerei inglesi passano quasi radenti le acacie. Ordine di non  sparare. Ma hanno scoperto qualcosa. Mitragliano a casaccio incrociandosi. Giriamo intorno ai blocchi per non farci cogliere. Con tutti quei feriti chi s’accorge di un ferito in più? Urla, comandi, imprecazioni. Finalmente se ne vanno. Ci troviamo incolonnati..

Procedendo tracce di militari. Teli da tenda strappati, brandine sgangherate, zaini, fez rossi, indumenti sacchi piccoli squarciati da ferite bianche di farine. E’ questa la linea? Ci viene incontro un ufficiale:“Attenti ragazzi. Gli Inglesi vengono di qui” e ci indica un sentiero.

Volgo gli occhi intorno. Che ore sono? Le quattro. Scimmie dal culo rosso si arrampicano sulle cime rocciose e squittiscono. A ogni granata che scoppia balzano disorientate fra i massi. Ascari, pochi intorno. In piedi. Fascia nera alla vita fez rosso. Ci guardano altezzosi. Non approvano il nostro modo di far   la guerra. Loro non si piegano non si nascondono. Li ammiro ma li compiango. Non cerco nemmeno di convincerli a ripararsi. Uno cade stecchito. Vado a vedere. E’ morto. Gli prendo la fascia nera e me l’avvolgo intorno alla vita.

Annotta. Verso le sette un pò di pace. Alle nove si scatena l’inferno. Controllo. Fino alle 9.45. Pausa. Alle dieci ricomincia. Serro gli occhi con forza. Vedo gli scoppi vedo chiaro. Distinguo le cannonate Inglesi che passano oltre. Troppe si fermano. Fruscio e tuono. Deve essere una bombarda. Non sono molto precisi. Uno dei compagni è immobile. Riccardi trema come una foglia alla brezza. “Sei ferito?” “Io tiro le bombe”. “E tirale” gli dico sperando che si calmi. Poi a un tratto sparisce. Resto solo col morto. Finalmente penso. Non ho più nulla da osservare, chiuso fra quei sassi. Osservo solo me stesso. Attendo di essere dilaniato all’improvviso. Mi preparo morire. Cerco una preghiera. Una facile da ricordare. L’Ave Maria. Provo a recitarla a bassa voce. L’ho dimenticata. Mi sforzo a ricordare. Parola per parola, secondo il ritmo arrivo alla fine. Mi pare che ci sia tutta. La ripeto. “…nunc et in hora mortis nostrae. Amen. “ insisto. La ripeto tre quattro volte. Insisto sul “ mortis nostrae”. Mi confesso al Signore. Sia fatta la tua volontà. Forse è meglio così.

Verso le tre il bombardamento diventa feroce. Son fuochi d’artificio tuoni e scoppi che pare impossibile la testa gli orecchi resistano. Divento una fodera del sasso. Ma gli Inglesi quando vengono? La notte è buia, illune. E’ lugubre. Ululati di jene. Scimmie, jene, sono affezionate alla loro zona.

Alle quattro calma. Colpi cessano d’un tratto. Attendo un poco. Poi vado a vedere la mia squadra. Mi fanno festa. Vogliono che resti con loro. Sono ben riparati. Mi convincono. Mi lascio convincere. Non è possibile restar soli all’inferno. Ho ritrovato Furigno e gli altri. Nelle tasche del cappotto ho una scatoletta di carne. Un boccone ciascuno. Nella borraccia un po’ d’acqua. Un sorso ciascuno. Parliamo. Vien giorno, sento il bisogno di fumare. Devo andar a prendere la pipa e la borsa del tabacco. Ho voglia di disegnare.

Guardo avanti. Un sicomoro di almeno sessanta centimetri di diametro che è davanti ai massi è mutilato slabbrato. Un albero d’incenso un poco più avanti ha preso la forma di croce.

Faccio qualche schizzo. Le mani mi tremano. I ragazzi mi osservano meravigliati. Apro la via alle confidenze. Sentiamo il bisogno di conoscerci. Prima di morire. Pastori, braccianti, senza mestiere. Tutti arruolati volontari nei Granatieri per trovare una sistemazione in Africa e intanto poter mandare il sussidio alle famiglie. Loro con cinque lire al giorno e mantenuti hanno da scialare.

Aerei volteggiano spezzonano e mitragliano. Non ne vediamo dei nostri: è deprimente. Che giornate lunghe ripiene di fatti. Ad ogni fatto corrisponde un’emozione nuova. A descriverle ci sarebbe da prolungare il tempo all’infinito.

9 Febbraio

Oggi un po’ di pace. Mi son raso con un cucchiaio d’acqua. Ho disegnato. Il tremolio non cessa.

14 Febbraio

Ho lasciato la linea. Ci sono giorni indimenticabili e giorni che si dimenticano. Fatti precisi e fatti imprecisi. Non ritrovo nemmeno la differenza fra giorno e notte fra giorno e giorno. Confusione. Dovuta all’abbruttimento senza dubbio. Allo choc nervoso.

Ho visto i primi elmetti foderati esternamente di rete. Non ho guardato in faccia il nemico. Mi si son trovate davanti allo sguardo delle facce che mi ricordavano molto quella di Al Johnson, dipinto da negro. Occhiaie chiare labbra chiare: da clown. Inglesi per modo di dire. Qualche bianco c’era. Tutti negri. Bombe loro, bombe noi. Ma noi urlavamo più di loro. Abbiamo cominciato con Savoia poi per gli altri contrassalti alla baionetta qualcuno ha gridato “figli di puttana” e quello è stato il grido fin quando son stato a Keren. Nove contrassalti in un giorno. In qualche contrassalto abbiamo toccato le posizioni inglesi. Abbiamo fatto come i ladri di polli. Fatta man bassa di scatole e borracce di quanto potevamo portare siamo ritornati a casa.

Ma in poche ore quanti cambiamenti!

Furigno. Non voleva andare all’Ospedale. Volevo mandarcelo perché mi aveva fatto vedere qualcosa nel palmo della mano. Un sassolino nero. Non capivo. Mi fece segno all’inguine. Un calcolo. Non volle andare all’Ospedale. Poco dopo me lo sentii pesare addosso senza un lamento. Una scheggia in testa.

Il 12 Febbraio un carnaio. Aerei e cannonate. Un uragano. Eravamo partiti da Addis Abeba che la mia compagnia aveva 120 effettivi. La sera del 12 eravamo in linea 23 tutti malconci. Di morti oltre settanta. Non più una mitragliatrice.

La mattina del 13 all’alba il capitano mi dice che sono richiamato, come tutti gli allievi, ad Addis Abeba per la nomina. Gli dico che spero di ritornare presto. “Speriamo di vederci in qualunque altro posto ma non in questo inferno.” Mi incarica di saluti per la famiglia.

Mi inoltro. Con una bomba in mano. Mi trovo nell’ uadi, verso Keren. Ho sete. Spunta la luna. Avanzano due ascari con una collana di borracce a tracolla. Li prego di farmi bere. Mi porgono una borraccia. Credo di averla vuotata. In tasca ho qualche moneta da cinque lire. Gliene porgo una. Rifiutano. “Anche noi stare tre giorni senza bere”. Prima di lasciarli sentiamo un lamento. Sul ciglio del uadi addossato a un pepe, vicino a un’agave un sciumbasci [ Lo Sciumbasci era un grado militare delle Truppe coloniali italiane, equivalente al grado di Maresciallo del Regio Esercito.] Ha una gamba straziata. Aspetta che lo vengano a prendere. Deve soffrire per lamentarsi. Proseguo.

Le macerie della bella cittadina aumentano ad ogni cannonata. Senza pietà. Non c’è anima viva al di fuori dei soldati.


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