DIARIO DI GUERRA 7 – La fine dell’Impero

15 Febbraio 1941  – Asmara

Un mezzo ci ha portati a qualche chilometro da Asmara. Ho sonno. Un sonno mortale. Ci buttiamo sul ciglio. Non posso dormire. Ho fretta di ripulirmi di ritrovare amici. Di fare l’eroe forse con la ferita alla mano mi è facile.  Scheggette di poco conto. Le dita muovono bene solo un poco impedite dall’enfiagione provocata dalla piaga tropicale che si estende dal dorso della mano a parte dell’avambraccio. Ci mettiamo in cammino. Io vado dai Dalmasso.  Mi trovo fra le braccia di Marino e di Renato. Poi Bruna, Paola e i bambini di Renato.  Un bagno e la ferita alla mano ha le cure definitive.

A tavola. Verso l’una e mezzo Renato dice a Paola di andare in rifugio con la bambina di pochi mesi. Tutti i giorni bombardano alla stessa ora il campo di aviazione lì presso. Siamo fuori dal rifugio quando sentiamo che un grappolo di sei bombe ci cadrà sulla testa. Ci ritroviamo tutti e tre a far da scudo a Paola e alla bambina. Uno scoppio solo assordante. Terra crolla addosso. Nessun male. Usciamo fuori. Constatiamo stupefatti che sei bombe sono scoppiate in pochi metri intorno al rifugio. Ad un tratto attraverso i prati vedo Bruna che corre chiamando Brunetto, il figlio più piccolo di sei anni. Mi trovo appresso a lei. Non so dove corra ma sento gli aerei che ritornano mitragliando. Bruna corre sempre. Arriviamo affiancati a un grande fabbricato. Un centinaio di bimbi infilati in para schegge fatti con casse di sapone ripiene di terra. C’è Brunetto. Nessuno ha avuto male. Erano a scuola. Accidenti che corsa!

16 Febbraio

Mentre sono in giro per Asmara avverto sempre più aria di disfatta. Soldati isolati o a gruppi, armati o no, divise in gran disordine, in maniche di camicia o con giubba, torvi ,tristi, indecisi sul dove andare; quasi tutti italiani, qualche indigeno impaurito.  Nessuno si occupa di loro. Mi nota un tenente carrista. Allucinato. Mi viene incontro. “ Balbo, sono Aletti” . A frasi smozzicate cerca di raccontare, fa uno sforzo per coordinare le idee per raccontare con un senso d’ordine. Non ci riesce.

20 Febbraio – Addis Abeba

Ho lasciato giorni fa Asmara. Un camion carico di zucchero mi ha portato ad Addis Abeba. L’autista è ben contento di avere la scorta armata. Io di aver trovato un passaggio su un 634 Fiat. Non ho pensato a far scorta di sigarette all’Asmara scombussolato com’ero. Mi stavo impressionando sempre più. Incontravo per la strada  militari con divisa appena indossata. Tutti fascisti. Vestiti da fascisti. Ma ne avevo sorpreso molti a togliersi i fascetti per sostituirli con le stellette. Fa presto a crollare un regime. Eppure quella è tutta la gente che nelle adunate urlava che era pronta all’estremo sacrificio. Urlava senza convinzione senza averne l’idea ma quel buon’Uomo ci credeva altrimenti non sarebbe entrato in guerra. Rinnegheranno tutti Gesù. I piccoli ne hanno diritto. Ma lo faranno per certo anche i Gerarchi, anzi loro saranno i primi, sicuro sicuro.

25 Febbraio

Sono da qualche giorno ad Addis Abeba in licenza.

28 Febbraio

Siamo tutti vivi noi allievi. Eppure non ci siamo risparmiati. Uno dei più feriti sono io. Ci sollazziamo a fare gli eroi. Ci lascino questo diritto. Il più dolce dei biglietti che mandava il colonnello Corsi a un allievo era ”Insegnate ai Granatieri come si muore!” con roba del genere si ha diritto di fare gli eroi e con queste notizie sempre più catastrofiche. Da Nord da Sud del Samaliland.

Io mi sono accasato da Cantimori. – via Lanza 26- c’è la sua madama Turmese. Brava ragazza, anima nobile.

10 Marzo

Passano monotoni i giorni ad Addis Abeba. Scomparso quel feroce appetito, fame anzi, dell’arrivo. Si è ridiventati normali. Gli abiti borghesi mi permettono di andare dove voglio. Quattrini ce ne sono anche troppi. Finiranno male. Eppure ci sono ancora costruzioni in atto che dimostrano quanto gli uomini siano certi che tutto continuerà. Come non si sa, ma deve continuare. Non ci stanchiamo di raccontarci le avventure le emozioni. Tutti i giorni arrivano le liste dei morti e dei dispersi. E sono lunghe.

12 Marzo

Stamane mi son svegliato con la voglia di dipingere.

15 Marzo

Dipinto. Con foga, con gioia.

16 Marzo

Mi sono soffermato a guardare Turmese che stava preparandosi l’“anger-ra”. Accoccolata vicino al focolare stava facendo scaldare la teglia circolare larga quanto il fondo di un barile di catrame. Mi stima Turmese. Certo perché non ho attentato alla sua virtù. E’ la donna del mio amico. Per questo mi stima. Quando la teglia è calda versa con le mani la pastetta di farina e acqua facendola colare con le dita a fuso lungo i bordi, lentamente, andando verso il centro a cerchi concentrici. Si spande un buon odore di pane bruciato. Quando la mano a fuso ha lasciato colare l’ultima goccia di pasta l’anger-ra è pronta. Cotta a puntino. Mangio il pezzo che Turmese mi porge inchinandosi. E’ buona ed è soltanto una focaccia. Poi Turmese fa il caffè. In un bricco di terra cotta al sole. Fa bollire i chicchi di caffè appena frantumati. Tutto il contrario degli arabi che li riducono a polvere finissima. Anche questo caffè è buono e non rassomiglia a nessun altro caffè. I chicchi sono del’ Harrar dove si produce il moka.

Chiacchieriamo con la ragazza. Le dico che presto partirò. Si rattrista.

23 Marzo

Bombardamenti e cattive notizie aumentano e s’ ispessiscono giorno per giorno.

28 Marzo

Mogadiscio occupata. Stanno arrivando i profughi che portano notizie lugubri. La colonna che proviene dal Sud non trova ostacoli, se li trova li supera. La sera dell’occupazione  Mogadiscio era illuminata a giorno. Le autorità fasciste sono restate e collaborano con gli Inglesi. Molti ufficiali che non sono fuggiti son stati dichiarati disertori. Così ha annunciato la radio.

Arrivano particolari su Keren.   Caduta il 23 Marzo.   Gli Inglesi sono riusciti a penetrare   di sorpresa nel fortino, presidiato dalle camicie nere che spossate da 53 giorni di combattimento giacevano addormentate. Iniziato l’accerchiamento tutto il fronte è crollato.

Cominciano a giungere in disordine profughi che cercano scampo precedendo la colonna inglese che sta conquistando il territorio.

La difesa di Addis Abeba è apprestata sul fiume Anasa. Si dice che gli Inglesi non riusciranno a passare la profonda fenditura.

4 Aprile

Lascio per sempre Via Lanza 26 – Addis Abeba. Ho parlato con Turemese.  Le ho fatto vedere il contenuto delle valigie e delle casse. Le ho raccomandato caldamente quattro album di disegni e fotografie. “Il resto, se ne hai bisogno, vendilo. Se non mi vedi tornare è tuo!

5 Aprile – Dessiè

Sono in viaggio verso Dessiè. Destinato a quel settore. Ieri, ricevuto l’ordine, mi son recato in Piazza Littorio. Gli Inglesi hanno sfondato l’Anasa. Arriveranno domani o dopo. Ordine che nessuno abbandoni la città. Sono incerto sul da farsi. Se cade Dessiè mi ritirerò sull’Amba Alagi, penso.

Finalmente un mezzo mi porta a Dessiè.

7 Aprile

Bombardamento aereo. Distrutto campo di aviazione con una ventina di aerei. Era quanto ci restava.

24 Aprile  1941

La linea è crollata. Gli Inglesi avanzano. Il comando è scappato in Dancalia senza lasciare ordini.

Da questo momento siamo in prima linea penso al fonogramma numero uno di Keren. Rientro. Ce n’è anche troppo.

Sono le quattro. Arriva un portaordini con un fonogramma scritto a matita.

Da questo momento cessare il fuoco. Se gli Inglesi avanzano senza far uso delle armi le armi tacciano. Contro i ribelli reagire immediatamente”. E’ la fine.

Il capitano non si è mosso dalla cresta. Ha spedito un portaordini al Comando per chiedere istruzioni. Io osservo la strada. Alle cinque distinguo una autoblinda che scende lenta verso il ponte. Ma che fa quella? Una cannonata una sola la blocca a una curva. Si è fermata come un giocattolo con la corda esaurita. Nessun movimento intorno. Dopo una mezz’ora circa si inoltra lentissima una littorina. Da essa sventolano davanti, dalle parti, sul tetto, pezze bianche. Non riesco a trattenere le lacrime e non mi interessa un fico secco che gli ascari mi vedano. Ho finito la mia carriera di ufficiale, ho finito la mia esperienza di coloniale. Sono prigioniero. Non ho alzato le braccia, non ho chiesto pietà, così non me l’aspettavo.


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DIARIO DI GUERRA 6 – La battaglia di Keren

La battaglia di Keren fu uno scontro tra le truppe italiane e le forze britanniche e del Commonwealth. Nonostante un’organizzata e tenace resistenza, le forze italiane vennero sconfitte sancendo così l’inizio dello sgretolamento del giovane impero coloniale italiano.

2 Febbraio 1941

Di buon mattino sentiamo tuonare il cannone. Più tardi il cannoneggiamento si fa intenso. Scorgo di qui il forte di Keren, la città mi è nascosta dalle alture.

E’ cominciato l’attacco. Quando gli inglesi cercheranno di passare? Gli uomini scavano ora, senza farsi pregare, mi chiedono consigli. Hanno anche scavato fosse sul dorso della cresta. Una per me vicino ad un albero di incenso. Mi trovo sempre accanto un barese, Furigno. Scambiamo poche parole ma ho l’impressione che abbia bisogno della mia compagnia. Parla barese stretto e lo capisco a malapena.

Il più lavativo del plotone è il più settentrionale. Vercelli si chiama. Lo avvicino lo interrogo. E’ proprio un lavativo. Nessun argomento è valido. Vediamo . “E il segnalatore? Vuoi fare il segnalatore?”-“Beh, sì. Quello sì” – “Ma non sai balordo che questo è molto pericoloso?” – “Non fa niente quello lo faccio” –  Scelgo il posto. Si scava una buca profonda, un riparo di pietre e siamo contenti tutti e due. Abbiamo salvato la faccia al Nord.

Un sergente del secondo plotone è morto in 40 secondi. Morsicato da un cobra egiziano. Attenzione.

3 Febbraio

Mi vuole il capitano. Desidera parlare con me. Un libero scambio di opinioni. Vuoto il sacco. Gli esterno la mia delusione sulla preparazione della truppa e degli ufficiali. E’ d’accordo con me. Mi esorta a fare per il meglio. Come mai hanno attaccato di fronte Keren? Stanotte dovrò andare di pattuglia. Sto osservando la posizione delle stelle. Ci sarà anche la luna. Piena.

4 Febbraio

La pattuglia è stata divertente. Dieci uomini della mia squadra. Naturalmente ho dovuto scegliere tutti volevano venire. Ne ho lasciato tre in linea. Ho fatto lasciare a casa le armi, cioè i 91. Quattro bombe a mano in tasca. Niente casco. Giubba nei pantaloni. Io ho lasciato le uose bianche. Partiamo con la luna piena dopo aver dato qualche istruzione. Silenzio. Un sibilo, fermi. Due sibili avanti. A circa tre chilometri c’è un cimitero arabo. Bisogna arrivare fin là. Verificare tutti i tucul indigeni. I ragazzi sono veramente a posto. Io sorrido al ricordo che faccio sul serio, striscio per terra e mi diverto come quando da bambino facevo con gli amici la guerra e si andava alla conquista della Torre dei Mostaccini.

Davanti all’entrata di un tucul sosto. Spalanco la porta. Proietto la luce della lampada elettrica nell’interno. Una visione impressionante. In piedi un indigeno mezzo avvolto nella sciamma  alza le braccia al cielo, gira gli occhi nel viso terreo. E’ l’immagine della paura. Ci stava aspettando poveraccio! Ci aveva sentito e temuto. Accidenti. Un giro di lampada mi fa vedere il tucul libero. Macchè inglesi. Proseguiamo verso il letto del uadi sulla nostra sinistra. Sempre più cauti strisciando fra gli arbusti. Ad un tratto un trapestio. Un sibilo. Acquattati a terra. Ci restiamo parecchio. “John!” una voce cauta appena soffiata. Beh! Quelli non sono granatieri. Mi salta in testa di tentare di fare qualche prigioniero. Due sibili. Ci muoviamo sulle tracce. Si sono volatilizzati. Ma è possibile che tutti gli inglesi si chiamino John?

Arriviamo al cimitero, senza altri incidenti. Ritorniamo che la luna sta scendendo oltre i monti di Keren. Non ha paura delle cannonate?

Si fa scuro. Le nostre posizioni son là, proprio sotto Orione che nel cielo che si rabbuia scintilla sempre più.

5 febbraio

Stamane, rientrato all’alba e fatto il mio rapporto mi stendo sotto all’albero di incenso per dormire. Vicino c’è Furigno. Un sibilo prolungato attira la mia attenzione. Devo essermi addormentato ma la cautela del sibilo mi fa restar fermo. Giro gli occhi verso Furigno. E’ inginocchiato curvo immobile. Mi fissa negli occhi. Quando si accorge che son ben sveglio gira gli occhi in su sulla mia testa. Non parlo. Cerco di comprendere il messaggio dei suoi occhi. C’è qualcosa di grave. Quanto tempo passa? Minuti, secondi, attimi? Non l’ho mai saputo contare il tempo quando c’è un’emozione di mezzo. Ho ragionato? Non so. Mi son trovato a un metro a due metri lontano dalla mia posizione rotolando, scattando, saltando tutti insieme. E il mio sguardo ha sorpreso per aria una saetta, un serpe. Un cobra senz’altro. Era della sua grandezza e del suo colore.

Grazie Furigno ! . Non abbiamo più dormito. Ma ci siamo quasi abbracciati subito dopo per evitare le schegge di bombe che hanno massacrato il povero albero d’incenso. Ora la sua corteccia si sfalda come fogli di pergamena slabbrati.

E’ di nuovo sera. Una visione indimenticabile ad un tratto. Su una cresta rocciosa di pochi metri una cinta di ramaglia secca. Corna di zebù, dorsi di zebù contro il cielo chiaro della luna che piena si illumina lo spazio intorno e scurisce le forme nel controluce. Una xilografia vedo. Tragica.

6 Febbraio

Il cannoneggiamento su Keren è tambureggiante. C’è una battaglia indiavolata laggiù. Mi ha chiamato il capitano. Ha bisogno di sfogarsi. Mi dice che c’è ordine di resistenza ad oltranza. Non ci sono linee di ripiegamento. “O morti o prigionieri” conclude. La seconda alternativa mi suona strana, nuova, imprevedibile ed impossibile.

Poche ore dopo arriva l’ordine di prepararsi alla partenza. Il bombardamento è furioso. Come va laggiù? Abbandoniamo le linee a sera. Scendiamo dall’altura. Ogni tanto nella notte c’è qualche militare che ci indica la via giusta. Sulla strada abbiamo trovato i camions. Chiusi nei teloni  sorpassiamo Keren fino alle alture per le quali passa la strada per Asmara. E’ un ripiegamento? E’ la ritirata? Sbarcati ci stendiamo in attesa di ordini. Sono stanco. Dormo nel terreno sabbioso come nel più soffice materasso. Continua il tuono del cannone. Un ordine. Zaino in spalla. A posto.

8 Febbraio

Mi pare che ci sia una gran confusione. La compagnia si trova riunita sotto un folto di eucaliptus.ci sono aerei inglesi che girano nel cielo. C’è con noi anche il Colonnello  che dice “Aerei o non aerei bisogna andare avanti” .  Usciamo dal folto. Abbiamo ricevuto l’ordine di andare in vetta dell’altura che abbiamo davanti. Conquistarla se ci sono inglesi. Ritornare se non ci sono. Vado col mio plotone quasi a passo di corsa. Siamo vicini alla cima e il cuore mi scoppia dalla fatica. Arriviamo in quota. E’ libera! Appena in cima due aerei inglesi ci ispezionano e mitragliano. Siamo col naso appiccicato a terra. Uno spezzone ci scoppia a un metro. Ho un pò di sangue nel pollice destro. Una scheggetta  si vede. Ordine di scendere. A mezza china mi sento un aereo addosso. Faccio un salto a pesce in un cerchio di sassi. E’ la tomba di un santone arabo. Provvidenziale.

Ci riuniamo con qualche difficoltà e procediamo in mezzo a una indicibile confusione. C’è di tutto. Cataste di munizioni, posto di medicazione, feriti, morti, dottori in camice bianco che curano le ferite gravi dandoci intorno allucinati, tende addossate a enormi blocchi di granito. Ascari muli e vicino il tuono del cannone. Due aerei inglesi passano quasi radenti le acacie. Ordine di non  sparare. Ma hanno scoperto qualcosa. Mitragliano a casaccio incrociandosi. Giriamo intorno ai blocchi per non farci cogliere. Con tutti quei feriti chi s’accorge di un ferito in più? Urla, comandi, imprecazioni. Finalmente se ne vanno. Ci troviamo incolonnati..

Procedendo tracce di militari. Teli da tenda strappati, brandine sgangherate, zaini, fez rossi, indumenti sacchi piccoli squarciati da ferite bianche di farine. E’ questa la linea? Ci viene incontro un ufficiale:“Attenti ragazzi. Gli Inglesi vengono di qui” e ci indica un sentiero.

Volgo gli occhi intorno. Che ore sono? Le quattro. Scimmie dal culo rosso si arrampicano sulle cime rocciose e squittiscono. A ogni granata che scoppia balzano disorientate fra i massi. Ascari, pochi intorno. In piedi. Fascia nera alla vita fez rosso. Ci guardano altezzosi. Non approvano il nostro modo di far   la guerra. Loro non si piegano non si nascondono. Li ammiro ma li compiango. Non cerco nemmeno di convincerli a ripararsi. Uno cade stecchito. Vado a vedere. E’ morto. Gli prendo la fascia nera e me l’avvolgo intorno alla vita.

Annotta. Verso le sette un pò di pace. Alle nove si scatena l’inferno. Controllo. Fino alle 9.45. Pausa. Alle dieci ricomincia. Serro gli occhi con forza. Vedo gli scoppi vedo chiaro. Distinguo le cannonate Inglesi che passano oltre. Troppe si fermano. Fruscio e tuono. Deve essere una bombarda. Non sono molto precisi. Uno dei compagni è immobile. Riccardi trema come una foglia alla brezza. “Sei ferito?” “Io tiro le bombe”. “E tirale” gli dico sperando che si calmi. Poi a un tratto sparisce. Resto solo col morto. Finalmente penso. Non ho più nulla da osservare, chiuso fra quei sassi. Osservo solo me stesso. Attendo di essere dilaniato all’improvviso. Mi preparo morire. Cerco una preghiera. Una facile da ricordare. L’Ave Maria. Provo a recitarla a bassa voce. L’ho dimenticata. Mi sforzo a ricordare. Parola per parola, secondo il ritmo arrivo alla fine. Mi pare che ci sia tutta. La ripeto. “…nunc et in hora mortis nostrae. Amen. “ insisto. La ripeto tre quattro volte. Insisto sul “ mortis nostrae”. Mi confesso al Signore. Sia fatta la tua volontà. Forse è meglio così.

Verso le tre il bombardamento diventa feroce. Son fuochi d’artificio tuoni e scoppi che pare impossibile la testa gli orecchi resistano. Divento una fodera del sasso. Ma gli Inglesi quando vengono? La notte è buia, illune. E’ lugubre. Ululati di jene. Scimmie, jene, sono affezionate alla loro zona.

Alle quattro calma. Colpi cessano d’un tratto. Attendo un poco. Poi vado a vedere la mia squadra. Mi fanno festa. Vogliono che resti con loro. Sono ben riparati. Mi convincono. Mi lascio convincere. Non è possibile restar soli all’inferno. Ho ritrovato Furigno e gli altri. Nelle tasche del cappotto ho una scatoletta di carne. Un boccone ciascuno. Nella borraccia un po’ d’acqua. Un sorso ciascuno. Parliamo. Vien giorno, sento il bisogno di fumare. Devo andar a prendere la pipa e la borsa del tabacco. Ho voglia di disegnare.

Guardo avanti. Un sicomoro di almeno sessanta centimetri di diametro che è davanti ai massi è mutilato slabbrato. Un albero d’incenso un poco più avanti ha preso la forma di croce.

Faccio qualche schizzo. Le mani mi tremano. I ragazzi mi osservano meravigliati. Apro la via alle confidenze. Sentiamo il bisogno di conoscerci. Prima di morire. Pastori, braccianti, senza mestiere. Tutti arruolati volontari nei Granatieri per trovare una sistemazione in Africa e intanto poter mandare il sussidio alle famiglie. Loro con cinque lire al giorno e mantenuti hanno da scialare.

Aerei volteggiano spezzonano e mitragliano. Non ne vediamo dei nostri: è deprimente. Che giornate lunghe ripiene di fatti. Ad ogni fatto corrisponde un’emozione nuova. A descriverle ci sarebbe da prolungare il tempo all’infinito.

9 Febbraio

Oggi un po’ di pace. Mi son raso con un cucchiaio d’acqua. Ho disegnato. Il tremolio non cessa.

14 Febbraio

Ho lasciato la linea. Ci sono giorni indimenticabili e giorni che si dimenticano. Fatti precisi e fatti imprecisi. Non ritrovo nemmeno la differenza fra giorno e notte fra giorno e giorno. Confusione. Dovuta all’abbruttimento senza dubbio. Allo choc nervoso.

Ho visto i primi elmetti foderati esternamente di rete. Non ho guardato in faccia il nemico. Mi si son trovate davanti allo sguardo delle facce che mi ricordavano molto quella di Al Johnson, dipinto da negro. Occhiaie chiare labbra chiare: da clown. Inglesi per modo di dire. Qualche bianco c’era. Tutti negri. Bombe loro, bombe noi. Ma noi urlavamo più di loro. Abbiamo cominciato con Savoia poi per gli altri contrassalti alla baionetta qualcuno ha gridato “figli di puttana” e quello è stato il grido fin quando son stato a Keren. Nove contrassalti in un giorno. In qualche contrassalto abbiamo toccato le posizioni inglesi. Abbiamo fatto come i ladri di polli. Fatta man bassa di scatole e borracce di quanto potevamo portare siamo ritornati a casa.

Ma in poche ore quanti cambiamenti!

Furigno. Non voleva andare all’Ospedale. Volevo mandarcelo perché mi aveva fatto vedere qualcosa nel palmo della mano. Un sassolino nero. Non capivo. Mi fece segno all’inguine. Un calcolo. Non volle andare all’Ospedale. Poco dopo me lo sentii pesare addosso senza un lamento. Una scheggia in testa.

Il 12 Febbraio un carnaio. Aerei e cannonate. Un uragano. Eravamo partiti da Addis Abeba che la mia compagnia aveva 120 effettivi. La sera del 12 eravamo in linea 23 tutti malconci. Di morti oltre settanta. Non più una mitragliatrice.

La mattina del 13 all’alba il capitano mi dice che sono richiamato, come tutti gli allievi, ad Addis Abeba per la nomina. Gli dico che spero di ritornare presto. “Speriamo di vederci in qualunque altro posto ma non in questo inferno.” Mi incarica di saluti per la famiglia.

Mi inoltro. Con una bomba in mano. Mi trovo nell’ uadi, verso Keren. Ho sete. Spunta la luna. Avanzano due ascari con una collana di borracce a tracolla. Li prego di farmi bere. Mi porgono una borraccia. Credo di averla vuotata. In tasca ho qualche moneta da cinque lire. Gliene porgo una. Rifiutano. “Anche noi stare tre giorni senza bere”. Prima di lasciarli sentiamo un lamento. Sul ciglio del uadi addossato a un pepe, vicino a un’agave un sciumbasci [ Lo Sciumbasci era un grado militare delle Truppe coloniali italiane, equivalente al grado di Maresciallo del Regio Esercito.] Ha una gamba straziata. Aspetta che lo vengano a prendere. Deve soffrire per lamentarsi. Proseguo.

Le macerie della bella cittadina aumentano ad ogni cannonata. Senza pietà. Non c’è anima viva al di fuori dei soldati.


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DIARIO DI GUERRA 5 – Verso Keren

24 Gennaio 1941

Domani si parte per ignota destinazione. Autotrasportati. Non sanno i soldati se vanno in guerra o se vanno a nozze. Bel modo di preparare gli spiriti

Gli inglesi hanno sfondato la frontiera del Sudan, nel Bassopiano occidentale dove andavo a caccia grossa con i Dalmasso. Siamo destinati a zone già conosciute. Dove ci incontreremo con gli inglesi?

25 Gennaio

Stamane partenza. Abbastanza ordinata. Teloni abbassati e mimetizzati con frasche. Lasciamo la città alle dieci. Ancora una tappa alla porta di Dessiè , poi si continua fucile tra le gambe.

Ci fermiamo a sera poco oltre Debraberan. Ci attendiamo. A notte ci passano il rancio. Acqua lunga. Si vede che i cuochi non sono ancora abituati alla cucina scomoda.

26 Gennaio

Partiti presto entriamo a Naldia. Ci passano davanti i bersaglieri autotrasportati da Mercedes. In omaggio alla tradizione che lo vuole un corpo celere devono precederci. Da un telone sollevato sul dietro di una macchina mi saluta un faccione sorridente. Lo riconosco. E’ Lionetti. Lascia cadere il fez rosso. Rincorro la macchina che ha attaccato la salita e tendo il fez all’amico. Mi son meravigliato dello scatto. Sono allenato.

27 Gennaio

Lunghissima la tappa. Abbiamo passato il Termaker, Desiè e siamo arrivati a notte alta. Ci hanno accampati nelle scuole. Poi è venuto il rancio. Domani pulizia e riposo.

28 Gennaio

Adunata. Il maggiore  parla al battaglione. Finalmente ci mette al corrente della situazione. Andiamo incontro agli inglesi. Non ci dice come il generale  che prima di sparare contro i carri armati dobbiamo guardare i conducenti nel bianco degli occhi. Il maggiore parla col cuore. Direi che piange. Finisce con l’augurio che tutti possiamo un giorno dire”C’ero anch’io!”.

Per lui i soldati sono uomini si vede. Non sarà perciò un Napoleone.

Nel pomeriggio esplosioni lontane soffocate ma distinte. Stanno bombardando vicino. Forse Gula dove c’è il campo d’aviazione.

30 Gennaio

Accidenti che giornate. Ieri siamo giunti all’Asmara. Siamo passati da Godaif davanti alla fabbrica di Dalmasso. E fermati poco dopo. Chiamo un negretto. Scrivo in fretta un biglietto per i Dalmasso e gli do cinque lire perché lo recapiti. I camions ci scaricano alla stazione sulla piazza ci imbarcheremo poi sul treno. Il viaggio finirà dove troveremo gli inglesi.

Nel pomeriggio scorgo Marino e Beppe che mi cercano fra i soldati. Ridenti mi abbracciano e subito mi propongono l’immediato esonero. Mi dicono che le notizie sono di guerra vera, carri armati ecc. Di non andare. Li ringrazio ma non posso lasciare i miei amici. Intanto mi mettono al corrente dei fatti loro. Hanno ambedue partecipato, all’apertura delle ostilità, alla conquista di Kassala. Come motociclisti. La fabbrica di piastrelle è diventata mulino per la soia. Fabbricano farina olio cioccolata ecc.

Non vorrebbero lasciarmi partire hanno forti amicizie a Palazzo. Non mi capiscono. Vanno via solo quando il treno si muove.

Siamo arrivati alla stazione di Keren in tempo per ricevere il primo bombardamento di aerei inglesi la mattina del trenta. Poi altri camions ci imbarcano e ci portano sulla sinistra di Keren.  Lasciamo la strada, ci arrampichiamo sulle alture e sostiamo in una selletta davanti alla quale si stende la pianura del Bassopiano Occidentale. All’orizzonte una fascia scura. Devono essere le palme dum del Barca.

31 gennaio

Prina notte all’addiaccio con pioggia. Malgrado i teli siamo fradici infreddoliti e affamati. Niente rancio. Ma arriva il sole a scaldarci. Nessuno dà ordini. E stiamo tutti li ad aspettare come si fa la guerra.

Osservo la pianura che si stende ai piedi delle alture. Ricordo le partite di caccia a Biscra : due cacciatori di leoni, i baobab, le gazzelle, la paura e le sorprese della prima caccia, gli amici Dalmasso.

Ad un tratto mentre l’occhio scorre la fascia scura del Barca mi pare di scorgere luccichii intermittenti. Il cannocchiale Zeiss fa miracoli. Non distinguo che cosa ci sia laggiù ma è una colonna di mezzi, uomini e animali. Vado dal capitano, lo informo di quanto mi pare di aver visto. Ride quando gli porgo il minuscolo cannocchiale grosso poco più del mio pollice. Ma osserva. “Sono proprio loro” dice. Gli chiedo come devo sistemare il plotone.

La nostra compagnia è schierata su una selletta di circa seicento metri di larghezza. A destra un avvallamento a circa 300 metri. A sinistra il letto di un uadi impilato. Oltre gli avvallamenti a destra il Kaddok (1800) a sinistra il Laalamba (2100).

Il mio plotone deve essere schierato poco sotto la cresta. Il capitano mi nomina scherzosamente direttore delle fortificazioni. Si trova ancora con me quando gli viene portato un fonogramma il n° 1. Testuale:

Mezzi corazzati e automezzi nemici sono stati avvistati verso il Narfa. Da questo momento considerarsi in prima linea. Firmato Colonnello Corsi

E’ il comandante del 2° Reggimento Granatieri di Savoia. La compagnia si appresta a disporre la zona di difesa. Mentre vado in cerca di attrezzi vedo alzarsi verso la metà della selletta le tende del Comando della Cucina degli Ufficiali. Spiccano sulla terra brulla che è una bellezza. Ma Santo Dio! Che idea hanno della guerra questi signori? Ritorno ai miei senza attrezzi. Non ce ne sono.

Dispongo le squadre. Li persuado a scavare dei ripari rinforzati e protetti con un muricciolo di sassi. Disposti a scacchiera per due posti. Agli uomini non gli va di scavare con gli attrezzi in dotazione. Lo fanno mal volentieri. Ma almeno qualcosa è fatto. Li convinco poi a fare ancora delle buche sul versante opposto della selletta subito sotto la cresta. So che mi sto guadagnando la fama di fifone. Insisto e cerco di convincerli perché so che purtroppo non passeranno molti giorni che dovranno riconoscere utili i miei espedienti.

Il guaio è quando devo cercare di convincere il sergente maggiore che ha trovato un bello spiazzo di circa 10 metri quadrati. Ci ha piazzato le armi. Intorno un riparo di sassi di mezzo metro. Accanto alle armi le casse di munizioni e gli uomini stanno lì. La prendo alla larga. Parlo di cannoni, di fucilate, di mitragliatrici di guerra e di fantasia. Capisce ma se cedesse a riparare meglio uomini e armi dimostrerebbe di aver paura. Maledetto chi ha addestrato questi uomini. Sono un punto più degli ascari. [è una parola araba che significa “soldato”. Con questo nome furono chiamati, durante il colonialismo europeo in Africa, i soldati indigeni reclutati dalle potenze coloniali ] . Chi gli farà capire che un uomo coraggioso morto val molto meno di un fifone vivo? Mi limito pensare ai miei. Mi chiama il capitano. Devo accompagnare una piccola pattuglia a prendere contatto sulla destra con le “Penne di Falco” (cavalleria indigena) che è schierata sulle pendici del Kaddok.

Mi presento al sottotenente. Lo trovo pronto. Pantaloni corti, camicia a maniche corte casco coloniale, stivaloni gialli. Pantaloni e camicia bianchi di bucato. Allibisco.  Io ho mandato a farsi benedire molta gente ma lui lo picchierei. Ma come si fa a dirglielo? Partiamo. Ordino ai quattro uomini che sono con noi di star dietro e di tenersi sempre al coperto, dove possibile. Mi capiscono. Mentre procediamo espongo i miei dubbi sul potere mimetizzante della divisa del tenente. Ne ho conferma quando fischiano le prime pallottole inviateci dalle Penne di Falco. Il contatto è preso. Lo assicuriamo.

Osservo l’avvallamento chiamato la “Carena” per la sua forma di nave. Di lì dovrebbero passare gli inglesi. E noi dovremmo impedirlo. Si stanno improvvisando nel fondo ostacoli anticarro. Quelle son cunette. Non fermeranno nessuno. Ritorniamo . Troviamo un fonogramma il n° 2 scritto a matita su un foglio di carta da taccuino, quadrettato:

I granatieri dovranno eseguire le corvè in maniche di camicia per non sciupare le giubbe, firmato Colonnello Corsi” va bene!

Un ricognitore volteggia fino al tramonto sulle nostre teste. Viene sparsa la voce che stanotte passeranno, provenienti dalla piazza, truppe e profughi. Lasciarli passare.

1 Febbraio

Stanotte un gran tramestio confuso ma nessuno ha visto truppe e profughi. Alle dieci il primo bombardamento sulle linee. Sei Blenheim seminano bombe. Al primo passaggio vanno all’aria le tende del Comando e delle Cucine. I miei uomini sono appiattati nei ripari che ho fatto scavare. Troppo presto devono convenire con me che la mia fifa è benedetta.

Saltate le cucine di compagnia niente rancio. Ordine di consumare i viveri di riserva. E chi ce li ha più. Le due gallette e la scatoletta si sono già volatilizzati da un pezzo con tutti i pasti che abbiamo saltato dopo la nostra partenza da Addis Abeba. Come è lontano quel giorno! Ed è appena passata una settimana!

Però noi senza rancio, ma gli ufficiali no. Avevo sorpreso il menu. Rognoni e spaghetti. Poverini loro!

Tuttavia non so cosa sia successo. Ad un tratto vediamo arrampicarsi su per la china dalla parte del Buorchenà, il fiume che ci sta dietro, una colonna di animali. Ci giungono grida scomposte e grugniti. Ma sono cammelli caricati con casse di cottura. Sorpresi attendiamo il rancio. I granatieri ci informano che il bombardamento ha fatto fuori tutte le salmerie.  Qualcuno ha pensato a noi e i granatieri si sono improvvisati cammellieri. Bravi ragazzi ci sarebbe da far miracoli con loro!

Stasera mi sorprendo ad osservare la posizione delle stelle. Sulla nostra sinistra, man mano che annotta si scorgono le alture di Keren. Ad un tratto una forte esplosione . Sono arrivati di già? Certo che si, perché le esplosioni che si sono seguite sono la strada e la galleria che sono saltate.

 


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DIARIO DI GUERRA 4 – Balbo ufficiale, prove di guerra.

 

8 novembre 1940

Il popolo si riunisce sempre in piazza Littorio ad ascoltare il bollettino. Affondamenti a centinaia di migliaia di tonnellate. Ma quanto sono grandi le marine mercantili!

9 novembre

Ho visto il mio padrone di casa di Asmara. [ Balbo nel 1937 abitava ad Asmara in Eritrea e frequentava la famiglia Dalmasso; aveva aperto anche uno studio ] Gli ho pagato l’affitto fino a tutto il mese. Lo prego di consegnare all’amico Vannini di Asmara tutto lo studio.

            Da Asmara. È morto Beppe Dalmasso. Così all’improvviso. Sono addolorato. Come poteva resistere ai disagi ai bombardamenti di Massaua, di Asmara?

            La cosa sarà lunga. Lunga per tutti se non per noi.

15 novembre

Esami orali per diventare ufficiale. Sono uno degli ultimi a essere interrogato. Non so che quello che mi hanno insegnato gli istruttori e sono stanco per il lavoro di ufficio. Ma ci tengo a essere promosso ufficiale? Non ho mai sopportato esame così tranquillo. Mi squadrano con curiosità. Il colonnello Messina ha fra le mani il mio tema. Mi chiede la gittata della Schwazlose. [ La Schwarzlose M.07/12 era la mitragliatrice pesante d’ordinanza dell’Imperial regio Esercito durante la prima guerra mondiale. Fu anche impiegata, durante la seconda guerra mondiale dall’ esercito italiano ] 3500!? Sorridono. “Un po meno” 2500!? Così così.

Dico alla Commissione che non ho aperto un libro che ho compreso i concetti che conosco le armi ma i dati non li ho mai visti. Il colonnello benevolo dice: “Visto che non sa rispondere alle domande di Pierino ci parli della zona di difesa”. Vado alla lavagna disegno spiego. Ne hanno abbastanza. Anch’io. Saluto e mi ritiro.

5 dicembre

            Ho traslocato. Ho lasciato la villetta di viale Mussolini. Ho licenziato il boy Tesfai e gli ho regalato una mensilità (300 lire). L’ho raccomandato e fatto entrare alla Banca d’Italia. È contentissimo.

            Io ho avuto ospitalità per le mie collezioni e la mia roba da Cantimori in via Lanza 26. dovrei essere in licenza già da qualche giorno ma il Piano me l’impedisce.

6 dicembre

            Incontro in piazza Littorio un alpino, vecchio amico: Gastone Olivieri. Si parla di tutto anche di ricordi. Si cene si beve: vado a dormire a casa sua. Sembra un appuntamento con le jene. Mai sentite tante, e siamo a cento metri da piazza Littorio.

Al mattino Gastone mi dice che la notte mi lamento nel sonno. Non mi meraviglio. Sono calmo tranquillo fuori. Ma dentro? E quando il sonno fa svanire l’aspetto esterno resta il “dentro”.

8 dicembre

Incontro Manlio Siccardi di Borghetto. È ancora borghese. Lavora a mimetizzare capannoni. “Come finirà?” Mah! Anch’io sono in borghese.

12 dicembre

Stamane all’accantonamento 2° Battaglione Granatieri di Savoia per il corso pratico. Ci vestono. Kaki coloniale elmetto aerodinamico e buffe uose bianche per distinguere il nostro plotone. Siamo una quarantina.

13 dicembre

Si dorme sulla paglia. Istruzione a parte del Battaglione. La preparazione comincia a farsi seria.

19 dicembre

            Il tenente Stefanini ci porta per una piccola marcia. Si arriva ad uno stretto corso d’acqua fangosa. Lui con gli stivali entra nell’acqua e passa.

Gli allievi devono fare quello che fa l’ufficiale istruttore” dice ma non sta a controllare. La maggior parte entra in acqua con le uose bianche. Io assesto due pietre per due gambate. Passo e col fucile aiuto gli altri a salvare le uose per la libera uscita.

20 dicembre

Siamo in azione dimostrativa. Sono stati notati ribelli in giro alla città. Il comandante in una pausa viene a parlare con noi. È molto moschettiere. Deve essere uomo d’azione e sa attirarsi molta simpatia. Ci parla di ribelli. Siamo attenti a seguire le sue parole, tanto che l’improvvisa comparsa di un negretto fra l’erba ci fa scattare in piedi imbracciando le armi. Ognuno dentro di se è sul chi vive. È palese.

21 dicembre

            Le cose si fanno serie. Siamo prossimi al campo d’aviazione.

22 Dicembre

            Destinati ognuno degli allievi a plotoni diversi, io mi trovo solo al primo plotone. Naturalmente non è più concessa la confidenza che avevo al primo richiamo con i Genieri. Ma mi conquisto la simpatia dei commilitoni. Son tutti meridionali eccetto un lombardo. I l Battaglione non è completo nei quadri. Scarso di ufficiali e sottufficiali. Qualche plotone è comandato da sergenti.

Io comando il mio il 1° e la prima squadra. Siamo accantonati nelle prossimità del campo di aviazione sulla strada di Giuma parecchi chilometri lontani dal centro. Il punto più vicino è la stazione. Circondati da un muro di cinta con torrette e piazzole disposte in regola d’arte.

Il maggiore mi ha richiesto ritenendo gli sia utile, mi fa disegnare il campo e controllare il tiro delle mitragliatrici. Tutto a posto. I tiri sono efficaci e incrociati. C’è aria di guai. Ho preparato i disegni per la marcia di domani. Il maggiore mi dice di fare come voglio. Cioè fare o no la marcia. Gli rispondo che sento che ho bisogno di allenamento in vista di ciò che potrà capitare. Mi approva.

23 Dicembre

            Marcia. Per quanto sia di addestramento sentiamo tutti che si fa sul serio. Pattuglie, fiancheggiatori. Non si canta. Nessuno ha voglia di scherzare.  

Ho voluto arrivare fino alla stazione. Nel palazzo Reiteri c’è un bel caffè. Mi fermo e passando dal banco vedo mandarini di Harrar. Grossi molto più delle nostre più grosse arance. Bellissimi, mai visti così. Quante cose da vedere.

Addis Abeba comincia a farsi lontana. Stento a credere che lassù, in capo alla salita del lunghissimo viale Mussolini ci sia la città. Qui dove mi trovo dovrà sorgere la città nuova. Dappertutto fabbricati nuovi o iniziati. Grandiosi. Ma sorgerà la città?

26 Dicembre

            Stamane riposo. Ma tutti rassegnati. Dalla vigilia di Natale. L’altra notte e ieri notte abbiamo fatto pattuglioni di un plotone fino a giorno ci siamo spinti fin oltre il campo di aviazione. Gli ufficiali hanno ordini precisi ma come sempre la truppa è tenuta all’oscuro di tutto. Perché non metterla al corrente? Tosto o tardi la situazione si rivelerà e sarà peggio.

            I ribelli cominciano a dar fastidio. Non sono i soliti ribelli. Sono organizzati dagli inglesi. Anche in Addis Abeba devono circolare le spie, le radio clandestine, le segnalazioni.

            E così è passato Natale. Qualcuno ha mugugnato. Non molti. Son pochi i richiamati di città. Ma per quei pochi si verifica un fatto strano. Oggi son venute le mogli, i parenti a vedere perché non si sono recati a casa per Natale. Stranezze dei Comandi. Proprio a Natale.

Ma perché non riveliamo apertamente a tutta la popolazione che bisogna prepararsi al peggio, che all’interno i ribelli si faranno seri e che dall’esterno ci attaccheranno in forze gli inglesi?

29 Dicembre

            Ieri marcia di 35 chilometri. Comincio a resistere abbastanza bene.

Oggi ho sentito bisogno di lavorare. Ho fatto diversi acquerelli. Dentro e fuori dell’accantonamento. Mi sto preparando un bagaglio tutto in miniatura, come se dovessi restare autonomo. Non ho pensato ai viveri, ma ho tutto il resto. Tavolozzina, album tascabili con molti fogli di carta sottilissima. Anche un compasso. Tutto in astucci. Il rasoio è smontabile. Ho anche un cannocchiale Zeiss a otto ingrandimenti. Non ho visto nessun ufficiale col binocolo, o non se ne trovano o sono considerati aggeggi superflui. O ancora hanno tutti occhi di falco.

2 Gennaio 1941

E’ passato anche capodanno. Si vede che scarseggiano anche i preti. Di fatti in tutte queste ricorrenze non c’è stata una Messa al campo. E nessuno, credo, ha protestato. Si comincia a capire.

Non ho mai pensato a scovar le regioni di questo mio distacco così completo dalle azioni degli uomini che mi sono lontani. Eppure le cose e gli uomini che vedo sono così pieni di interesse! E nemmeno l’attesa di qualcosa è impaziente tanto meno spasmodica.

3 Gennaio

Quasi tutte le notti pattuglioni . Ma si passa il tempo a chiacchierare. Del più e del meno. Quasi mai sulla situazione.

8 Gennaio

Addis Salem è un paesino a settanta chilometri dalla capitale. Circa quaranta bersaglieri sono stati massacrati in un fortino che presidiavano . Di sorpresa, il giorno dell’Epifania. Dentro la cinta del fortino si trovava la chiesa copta perciò gli indigeni vi avevano libero accesso.  Gli sciarma nascondono le armi a meraviglia. Il massacro è stato improvviso rapido e completo.

            I soldati cominciano a capire di essere sul piede di guerra. La popolazione è sgomenta. Non si vuole vendetta (strano!), si esige sicurezza. Ma a chi affidarsi per essere protetti?

10 Gennaio

L’esercitazioni si compiono più assiduamente e più seriamente. Poi la sfilata in città. Per rincuorare la popolazione e incutere rispetto agli indigeni. Ma fra la popolazione che fa ala al nostro passaggio, quanti occhi non ci risparmiano ironia e ostilità! Ma non ci sono ancora state dimostrazioni d’antifascismo.

 


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DIARIO DI GUERRA 3 – Balbo cartografo

 

4 Settembre 1940

Son chiamato al Comando. Il maggiore Zavarrone mi dice che sono richiesto dal Comando Divisione Granatieri come disegnatore. Non ci vorrei andare. Glielo dico. Me ne è grato ma insiste. Inizia un lavoro che non mi piace ma che imparerò volentieri.

6 Settembre

In ufficio disegno. C’è da fare una carta del mar Rosso. Almeno di Suez. Sarà per una prossima invasione dell’Egitto. Lionetti mi insegna a fare il mare. Pastello e un fiocco di cotone per sfumare ed ecco il mar Rosso di un bel cilestrino.

8 Settembre

Il maggiore Diambrini mi affida una carta del Kenia. E’ una carta inglese. A l 2 milioni. Si tratta di disporre un piano operazioni per l’invasione del Kenia. Controllando distanze località, corsi d’acqua. Con informazioni che ci giungono man mano. Mi affida il compito ma senza una gran persuasione.

10 Settembre

Io la prendo sul serio. Da un primo studio risulta un errore di una cinquantina di chilometri su una pista di duecento circa. Ne riferisco al maggiore. Mi guarda un poco poi mi dice ”Lasci fare”. Mi accorgo che non crede troppo alla possibilità di invadere il Kenia. Io a queste cose non ci penso troppo.

Sto vivendo un’esperienza, del tutto distaccato dal come le cose si mettano e dal come potranno andare. Non ho mai pensato seriamente ad una conclusione. Osservo gli uomini e son preso dallo spettacolo che mi presentano sempre vario sempre nuovo così differente contrastante.

Non mi sto facendo una buona impressione degli ufficiali italiani. Credevo che ognuno si appassionasse alla guerra e vi partecipasse così come se fosse un fatto personale. Ma è ben diverso!

Allarme aereo. Dopo aver consegnato in cassaforte le carte mi reco ai paraschegge. Aerei inglesi bombardano il campo d’aviazione. Fino ad ora hanno sempre lasciato in pace la città.

Cessato allarme. Quando si rientra il dottore si mette a parlare di una febbre portata da cimici di bosco. E’ molto diffusa fra i militari.

 

15 Settembre

Ha inizio il corso teorico. Il comandante fa un lungo preambolo per dirci che l’Italia è impreparata, che l’esercito è in crisi e che nell’impero non abbiamo armi. Che però ecc. ecc. Poi cominciano le lezioni. E io comincio a capire che veramente si cerca di livellare dal basso. Lo sospettavo ma non lo sapevo.

16 Settembre

E’ un corso affrettato insegnato e imparato senza grande convinzione. C’e da disperare sulla preparazione militare dell’impero. Ma tutti confidiamo nella grande alleata. C’è anche un tedesco con noi.  Non mi è simpatico. Mieloso guardingo subdolo.

20 Settembre

Tutto va bene su tutti i fronti. Ma c’è qualcosa in aria. Io non cerco non indago. Sono uno spettatore calmo, disciplinato. Preferisco che gli avvenimenti mi si svolgano sotto gli occhi senza cercare di prevederli e di antivederne le conclusioni.

Oggi mi ha chiamato il colonnello. Mi ha incaricato di disegnare il “Piano di Allarme di Addis Abeba”. Massima segretezza. Ne ho preso visione. Vi è tutto previsto. Insurrezioni allarmi, anche in invasione da parte degli inglesi, questo non mi sorprende eccessivamente. Non riesco ad immaginarmi come ciò potrà avvenire; penso che io non starei ad aspettare gli Inglesi, penso che forse saremo tutti morti e penso che prevedere e provvedere ai piani per tale evenienza sarà forse doveroso da parte di un Comando ma è una estrema ratio un po indigesta.

Segreto anche per gli ufficiali che lavorano con me nell’aula e che sovente insistono nelle sbirciatine ai disegni. Accidenti che segretezza. Sarà un lavoro lungo. Ci do sotto con alacrità e non mi rimarrà molto tempo per dedicarmi allo studio dei manuali di preparazione.

26 Settembre

Occorre far domanda per l’Arma. Malgrado l’assoluta indifferenza per un corpo più che per un altro devo decidermi. Non si tratta di manifestare preferenza ma di stabilire quale sarà la migliore esperienza per me senza procurar guai agli altri.

Pur avendo notato l’incoscienza e l’assoluta mancanza di preparazione di quasi tutti, insegnanti allievi devo rispettare la mia dignità e il mio senso di responsabilità. Osservatore ma anche attore. Pesati i pro e i contro stabilisco che sarei un cattivo ufficiale del Genio ma potrei essere mediocre come Fanteria. Scelgo Fanteria e stendo la domanda.

4 Ottobre

Assoluta segretezza per il Piano d’Allarme. Sono andato nell’Ufficio del colonnello per ritirare i disegni e iniziare il lavoro. La cassaforte era aperta. Il Comandante al lavoro e per terra accanto a lui suo figlio (un bimbo di circa sei anni) giocava con i Piani. Un altro grano del rosario!

16 Ottobre

Son stato a far colazione nel mio ristorante preferito dei tempi civili. Da Ascalone in Viale Mussolini.

Ascalone mi ha accolto con gioia e pure i boys, sempre gli stessi. Memori delle laute mance cui li avevo abituati mi erano sempre attorno. Ciò ha dato fastidio a un capitano seduto a un tavolo con una signora. Mi ha fatto cenno e in un locale appartato mi ha fatto capire molto educatamente che quello non era locale per me. Non ho fatto obbiezioni di alcun genere e non mi son preso nessuna rivincita. Un altro grano al rosario!

17 Ottobre

Le cose si mettono male. C’è nervosismo al Comando. E’ partito aerotrasportato un reparto, una compagnia mitraglieri, di granatieri per Metemma e Gallabat ai confini nord col Sudan. Dal “Jim” ho saputo che con una infiltrazione nostra nel Sudan c’è Paolo Montolivo, un bravo ragazzo di Bordighera. Ne sono orgoglioso.

18 Ottobre

Il lavoro in ufficio aumenta. La carta del Kenia è accantonata. Così pure la zona di Suez. Precedenza al Piano di Addis Abeba.

19 Ottobre

Gli ufficiali cominciano a essere sovrapensiero.

27 Ottobre

Siamo sulla fine del corso teorico. In città si avverte un senso di penuria e di disagio.

6 Novembre

Nervosismo al Comando. Parlottano i Maggiori, poi fra loro i Capitani e i Tenenti. “Metemma e Gallabat”.

È successo qualcosa. Me ne informa, per certe carte il maggiore Corriglio, molto commosso. Il tenente De Micheli schiacciato dai cingoli di un carro armato inglese nel fortino di Metemna. I granatieri morti o prigionieri. La maggior parte aveva la febbre malarica e soffriva di dissenteria. Ma questa non è una scusa.

Gli inglesi stanno preparando un’avanzata in forze e questo è l’attacco d’inizio. Così comincia la fine! Il piano d’allarme per Addis Abeba era molto previdente. Sarà poi la volta del Somaliland e lo sfondamento da Morale alle frontiere del Kenia. Di là stanno arrivando le sezioni di Carterpillar. I trattori si infangano per la pioggia.

È la ritirata?

 


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DIARIO DI GUERRA 2 – Al fortino

 

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11 giugno 1940

            Il mio plotone deve andare in distaccamento a presidiare il fortino Fanni della cinta di fortificazioni di Addis Abeba. Il tenente è comandato altrove. Ci accompagna un sottotenente. Il sottufficiale si ammala subito e, prima di sera, mi sorprendo a comandare un plotone del Genio zappatori e un fortino.

E se vengono i ribelli? Mi consulto con gli amici. Faremo le cose per bene. Armi: 91 fucili.  Comincio col rancio. Abbiamo i viveri in natura. Io aggiungo venticinque lire al giorno per il miglioramento. E ora lavoriamo, per salvare la pelle. Sentinelle e sbarazziamo il terreno dagli eucaliptus che possono favorire l’avvicinamento dei ribelli. E lontani gli indigeni, anche e soprattutto le donne. I ragazzi ci stanno.

12 giugno

            Siamo in guerra. La prima notte di presidio è passata. Pochi di noi hanno dormito. E’ un affare in famiglia. Il cambio delle sentinelle, le ispezioni. Così concepisco la guerra in Africa.   Tutti d’accordo per salvare i coglioni! Non dormo perché temo che le sentinelle siano capaci di sparare anche a chi gli dà la parola d’ordine..

13 giugno

            Tutto a meraviglia. Si sta disboscando intorno a noi. Gli uomini hanno per di più il coraggio di rinviare le “sciarmutte” che si avvicinano.[ Termine usato dagli Italiani, durante l’occupazione delle colonie dell’Africa orientale e settentrionale, per indicare le prostitute indigene ] Che pacchia poterne infilare qualcuna nel fortino che potrebbe aiutarci a far cucina. Ma rinunciano sospettosi e le fanno allontanare con gentilezza lasciandogli i sensi appresso.

Ottimo il rancio e si comincia a dormire bene a turno sicuri che chi veglia ci protegge bene.

18 giugno

            Sto passando giorni bellissimi al fortino. Devo essere ingrassato. Ma ce ne sarà per poco. Stamane son stato chiamato al comando. E’ venuto a sostituirmi il sergente Iorio. Gli lascio gli uomini con rammarico. Anche per loro è finita.

Al Comando mi informano che, dati gli studi che ho fatto sono obbligato a fare un corso ufficiali  il  “306” che inizierà a giorni. Faccio la domanda e sento il brivido della vertigine.

Resto a casa. Non ho ancora licenziato Tesfai. Egli resta sempre a guardia. Dormo in villa la notte. Sono svegliato da un fruscio. Sorrido al pensiero che la bella signora europea che è a fianco riceverà qualcuno in assenza del marito. Ma sobbalzo sulla brandina. Non è così. Cercano di forzare la porta della mia camera. Accidenti. Al buio ritrovo il 91. lo armo e metto la pallottola in canna. Con un maledetto rumore di ferraglia. Passi strusciano rapidi intorno la casa. Dalla finestra nel chiaro di luna scorgo uno sciamma [ la toga, fatta di cotone, indossata ugualmente da uomini e donne ] che fugge e svanisce nell’oscuramento di guerra.

            Dovrò pensare a smobilitare le collezioni e le cose che mi stanno a cuore. Per ora dirò a Tesfai di dormire nella villa.

Giugno

            I giorni passano in lavori stradali, opere varie un po’ d’istruzione. In attesa. Nulla di accelerato, di importante, di formativo per dei soldati che dovranno fare la guerra. I genieri non sono contenti delle mostrine dei granatieri di Savoia. Loro sono del genio – dicono – e, malgrado le spiegazioni degli ufficiali, continuano a brontolare.

            Rivedo Nasia ogni tanto. Vado ancora qualche volta a mangiare in ristoranti conosciuti. Poi avverto come i borghesi tengono lontani i militari e poco a poco mi ritrovo nelle bettole dei soldati. Il fascismo non ha cambiato niente. La guerra ancora meno. Altro che prestigio! La divisa allontana sempre. Si comincia a parlare di imboscati. È considerato un fesso chi è soldato.

            Non si risente ancora penuria di viveri. I generi non hanno ancora subito rincaro. Strano. Le notizie di guerra sono sempre buone. Quelle dell’alleato. Io sento dalla radio quanto succede dalle mie parti. Un treno blindato si fa colpire alla Mortola. Suicida! Le popolazioni sgombrate. Sfollamento, bombardamenti. Poi l’armistizio. Mi immagino il mio paese in confusione. I nipotini?

 

BALBO LIBIA ok 1

Luglio

            Accantonamento. Ogni tanto piazza d’armi. Ci si ritrova diversi battaglioni. Genio alpini, bersaglieri, granatieri. Poco a poco l’istruzione si fa seria si fa dura. Gli ufficiali, quasi tutti richiamati non sanno che fare. Non sono aggiornati su niente, nemmeno sul saluto. Poi si fa vedere un generale. È duro. Vuole la testa alta e vuole che si batta il piede sinistro sul colpo di tamburo, quando suona la banda militare. E la fa suonare fino a far scoppiare i suonatori. Raduna spesso gli ufficiali. Superiori e subalterni. Li inquadra vicino alla banda e fa intonare una marcia. Al colpo di grancassa tutti devono battere il piede sinistro.

            Col mio plotone e la mia squadra faccio miracoli. C’è poco da nascondersi. La piazza è vastissima, liscia come un biliardo; ma trovo sempre modo di non fare sfacchinare i miei.

Un bel giorno il generale viene a trovarci all’accantonamento. Buono buono con un pancione voluminoso come un contrabbasso. Non fa complimenti. Raduna il battaglione dice che siamo delle merde e se ne va. Niente di cambiato. Schifo!

            Episodi. Gennaro un battirame infermo. Monta di sentinella. Sulla strada non deve passare nessuno. Ma ci capita un colonnello. Vuole passare. Gennaro niente. O te ne vai o ti sparo. Manco a dirlo gli arriva l’elogio e un premio in denaro.

Mi dà a pensare. Che forse i comandi ci vorrebbero tutti uguali a Gennaro?

16 luglio

            Son stato d’ispezione: son montato ieri sera un po nervoso. E’ la prima volta. Sento responsabilità. Durante la notte una iena brontola proprio accanto al corpo di guardia. Verso le quattro un indigeno resta impigliato nei  reticolati. E’ la sua paura che vi è restata agganciata.

Luglio

            Si cominciano ad avvertire i primi sintomi. Qualche genere comincia a scarseggiare. Cominciano a girare le prime auto a gas. Fornelli di carbone del tutto primitivi. Ma vanno. Sono i benefici dell’autarchia. Tipi di bagarini stanno appollaiati in Piazza  Vittorio come avvoltoi in attesa della preda.  Ci guardano con occhi vuoti. Si parla di azioni nel Somaliland, girano militari con speciali uniformi. Bandoliere gialle, fondine gialle, pistoloni, teschi.

In tutta segretezza tutti sanno che fanno parte di un corpo di 300 volontari che saranno condotti dal console Bonaccorsi alla conquista di Aden con un colpo di mano. Molti ci lasceranno la pelle. Quindi si prendono un anticipo di gloria.

            Arrivano notizie dal Somaliland. Conquistato. Le truppe inglesi son scappate come lepri. Nemmeno un prigioniero. Berbera Zeila sono nostre.

            Assisto al trionfo del colonnello Lorenzini. In piazza 5 Maggio. E’ circondato dalle sue truppe. Barbetta brizzolata. Occhiali d’oro a stanghetta. Tutto il contrario del conquistatore. Siamo tutti leoni.

10 Agosto

            E’ domenica. Siamo all’accantonamento a poltrire. Si sente rumore di motori. Una formazione un po insolita gira per Addis Abeba. Poi cominciano gli scoppi le esplosioni; si levano colonne di fumo laggiù verso il campo di aviazione. Confusione in tutto il battaglione. Poi il tenente  cerca di mettere ordine prende il comando. “ Tutti fuori col fucile! ”. Ci troviamo intorno all’accantonamento, fra gli eucaliptus col 91 fra le mani. E’ la nostra antiaerea. Vediamo levarsi un nostro caccia. Sparisce alla nostra vista . Gli inglesi se ne vanno calmi.

            Ancora ieri il generale comandante dell’aviazione aveva dato assicurazioni che gli inglesi non potevano arrivare ad Addis Abeba.

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14 Agosto

            Un caso di tifo petecchiale. E’ colpito il furiere. Arde di febbre nella tenda. E se qualche pidocchio si fosse preso confidenza anche con me? Il malato è prelevato. Disinfestazione generale. Quarantena. Per quanto?

Agosto

  Siamo isolati e lo saremo forse per venti trenta giorni.

 

BALBO BLOG COMPOSIT 1

 



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DIARIO DI GUERRA 1 – Arruolamento nel Genio

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Giuseppe Balbo è ad Addis Abeba da circa due anni e gestisce un’impresa di materiale edile.


 

ADDIS ABEBA – 22 maggio 1940

Mi capita in ufficio Robertino Nasia. “Ci siamo“ fa, allegro e ridente e sventola una cartolina rosa. E’ il richiamo. Resto allibito dalla sua incoscienza. Io sento il brivido della vertigine. Sento che la cosa mi tocca molto da vicino. Non mi interessano gli affari ormai agli sgoccioli.

Bene verrò anch’io”. Resto solo. Rifletto un poco non tanto.

Potrei ritornare in Italia. Ci sarà la guerra. Forse ne possono dubitare in Patria. Qui ad Addis Abeba no. Ne siamo sicuri. Noi, gli stranieri, gli indigeni. L’Italia sembra ancora più lontana. Ho già scritto a Silvio di non venire. Ho già avuto la risposta. Non verrà.

Per chi ho fatto seminare da Tesfai le viole del pensiero?

Tutto da rifare. Ma io resterò. A far la morte del topo come tutti diciamo.

24 maggio

Eccomi qua. E’ Nasia. Il sergente Nasia. Sempre incosciente. Come è possibile? Invece di inveire di maledire di rammaricare mi informa che è al battaglione Genio, che si è fatto amico del maggiore, che c’è una gran confusione. Si dice che partiranno presto per invadere il Kenia.

Dimmi, Roberto. E se venissi anch’io?”

Dove, nel Genio?”

Stabiliamo il piano. E gliene parlerà al maggiore.

27 maggio

Mi sono arruolato volontario. Nel Genio. Mi son denunciato come caporal maggiore. Dovrei essere sergente. Ma non mi piace quel grado. Posso mentire. Intanto non ci sono i fogli del mio distretto.

La sera mi trovo sotto la tenda con altri tre; giovani, richiamati. Un ladro di polli lombardo, due bergamaschi Pagani e Carrara. Pagani alto grosso biondo ingenuo. Carrara tozzo piccolino nervoso, tutta malizia.

Piove. Piccola pioggia.

29 maggio

            Ho conosciuto il comandante del Battaglione Genio il maggiore Zavarrone. Vorrebbe che io andassi in un ufficio. Si meraviglia della mia insistenza a stare in compagnia. Gli devo sembrare un po’ matto.

2 giugno

            Non siamo ancora a posto che già ci sono i manifesti della mobilitazione generale; fino a cinquantacinque anni. Fanno sul serio. Arriva qualche nuova recluta. Come esercito di conquista non c’è male. Si parla sempre di invadere il Kenia. Ma come è possibile? Ho conosciuto anche gli ufficiali. Pare che nessuno abbia mai fatto un giorno di vita militare. Tutti goffi, spaesati, sventati.

4 giugno

Siamo stabiliti in un accantonamento alla periferia di Addis Abeba, nemmeno troppo lontano. Baracche. Gli eucaliptus hanno fornito una branda unica che si allunga sui lati intervallando le porte. Non ci sono finestre. Mi sono messo fra Pagani e Carrara. C’è ancora Delfini un milanese simpatico e Lampronti, sempre triste con occhi pesanti da bracco.

5 giugno

Pochissima quasi niente istruzione. Ci mandano intorno alla città a tagliare alberi: eucaliptus.

Non ci sono che quelli. E noi siamo zappatori. E i soldati lavorano. Io non ho particolari mansioni di comando. Lavoro anch’io e imparo a tagliare gli alberi. Secondo il sole, secondo il vento, col taglio giusto per farli cadere dove si vuole. Mi piace e mi fa bene.

Ma, senza saperlo, senza volerlo ho suscitato una rivoluzione. Sono il solo graduato che lavora. I soldati l’hanno notato e lo fanno notare con sottintesi o apertamente agli altri graduati. Alcuni fra loro, vecchi genieri dicono che nell’arma del genio anche i sottufficiali lavorano. Qualche volta anche gli ufficiali. “Non siamo mica in fanteria!”

6 giugno

            Stamane non posso tagliare un albero da solo. Ci ho tutti intorno. Stanno a guardarmi e ridono sorridono benevoli sornioni maliziosi. Ieri sera hanno compreso che, malgrado le mie arie, non sono uno dei loro. E’ andata così!

Nelle due ore di libera uscita, dalle diciassette alle diciannove ho fatto un salto a casa. Tesfai mi aspetta sempre, accoccolato sull’uscio. Ho fatto un bagno, ho mutato biancheria, son corso ad acquistare roba da mangiare in una rosticceria e poi siccome si è fatto tardi sono rientrato all’accampamento in tassì. Arrivato nella mia baracca con fiaschi di vino pollo e pane abbiamo banchettato. Io con un appetito mai conosciuto. Dopo Delfini mi dice “Tu devi saper giocare a scacchi!” Un po’ sorpreso gli rispondo che si, un poco. Tira fuori una scacchiera e gli scacchi e sta per venire dal mio giaciglio. Gli dico di non muoversi di mettere i pezzi e di annunciarmi le mosse, se ne conosce il sistema. Lo conosce e comincia, meravigliato e incredulo. Fra lui e me c’è di mezzo Pagani; di più volto la schiena. Svolgo il gioco di gambetto di cavallo di re. Gli do scacco matto alla tredicesima mossa. Ci sono cinquanta militari intorno. Non capiscono non credono e mi guardano come una bestia rara.

Poi si dorme. E’ andata così ieri sera e stamane si divertono a vedermi tagliar fusti allegri.

            “Caporal maggiore!” Mi chiama da poco distante un ufficiale. Accorro. E’ un maggiore dei granatieri. Mi pare di conoscerlo ma non lo ritrovo nella mia memoria. Comincia a redarguirmi, mentre sto sull’attenti, della mia opera. “Il graduato deve saper comandare, non lavorare:” ma nel Genio …” salta su di voce e mi passa un liscio e brusco di cui non afferro la causa. Intanto dalla mia memoria viene fuori un impiegato della Banca del Lavoro il quale per causa mia ma non per mia colpa si era preso una lavata di testa dal direttore, tempo prima quando ero ancora civile. Si è preso la rivincita. Ma che figuraccia sta facendo di fronte ai miei soldati. Son sicuro che stanno mugugnando. Quando son lasciato libero Pagani e Carrara vorrebbero sterminare i granatieri che lavorano con noi. Mi ci vuole del bello e del buono per ammansirli.

7 giugno

Oggi abbiamo fatto una marcetta. Mentre siamo sulla strada di Dessiè in colonna ai lati della strada avanzano dei camions. Li scorgo da lontano. E’ l’ultimo carico di cemento che mi arriva da Assab. Devono essere quattro. Circa mille quintali. Mi piazzo nel mezzo della strada a braccia aperte. Il primo si ferma mentre i miei camerati stanno meravigliati a guardare. Gli autisti mi riconoscono ridono e prendono ordini.

            Appena sono ripartiti il tenente comandante del mio plotone mi avvicina mi chiede se so qualcosa di quel cemento. E’ impresario mi dice e ha urgente bisogno di duecento quintali di cemento. Quasi non creda quando glieli assicuro.

            “ Ma cosa sei venuto a fare negli zappatori?” mi dice.

9 giugno

            Oggi sono stato in permesso. La candela sta bruciando. Non si possono trasferire capitali. Non si può telefonare in Italia. Mentre sono sovrappensiero al bar Sabaudia mi sento chiamare. E’ Chiusonno Federico. Ha un appuntamento telefonico con Bordighera. E’ uno degli ultimi. Lo incarico di salutare i miei. Ci separiamo.

La guerra è vicina. Se lo chiedono tutti l’un l’altro per la strada guardandosi negli occhi. Se uno qualunque osasse dire che c’è stata la dichiarazione di guerra tutti ci crederebbero subito.

10 giugno ore 10

            Siamo in marcia per il nostro lavoro quando veniamo sorvolati da un aereo, poi un altro un altro e un altro ancora. Son sei. Vanno a oriente. Nulla sappiamo ancora ma lo sentiamo. Difatti poco dopo l’ordine di rientrare all’accampamento.

L’annuncio. Discorsi. Presentat armi. Eia. E restiamo mosci!

 

© Archivio Balbo 2018

 



 

 

DIARIO DI GUERRA

aotoritratto 1942

Comincia oggi la pubblicazione in questa pagina del “Diario di guerra” di Giuseppe Balbo scritto dal 22 maggio 1940 al 9 giugno 1941. E’ la testimonianza diretta della sua partecipazione al conflitto in Africa Orientale e un prezioso documento storico degli avvenimenti che portarono al crollo dell’Impero coloniale.

omaggio a Enzo Maiolino

maiolino

Sabato 11 Novembre 2017, alle ore 17, nella sede dell’UDC-ANPI-Cittadinanzattiva di via Al Mercato n. 8 di Bordighera, si inaugura la mostra di ‘Serigrafie’ del pittore Enzo Maiolino, a un anno dalla sua morte.  In suo ricordo voglio riportare una sua acuta analisi della pittura di Balbo, scritta nel marzo del 1972.

L’INFORMATORE LIGURE

Personale del Pittore G. Balbo

alla Galleria dell’Accademia

Quest’anno Giuseppe Balbo festeggia il suo settantesimo compleanno. Un traguardo particolarmente importante nella vita di questo pittore il quale, con un cinquantennio di pittura alle spalle, lo raggiunge con spirito giovanile, con la passione e l’entusiasmo di sempre. Nessun segno di stanchezza nella sua più recente produzione. Al contrario nel pieno e consapevole possesso dei suoi eccezionali mezzi espressivi, il pittore appare sempre più teso verso realizzazioni di pura, meditata pittura.

Tuttavia non mancano le crisi e i dubbi. Ma sono proprio questi aspetti che ci avvicinano maggiormente al pittore e ce lo rendono più caro. Come quando, ad esempio, ci sorprende con questa straordinaria confessione: – A volte penso che bisognerebbe ricominciare tutto daccapo! –

La personale che Balbo ha allestito dal 4 al 19 marzo nella Galleria della “sua” Accademia di Bordighera, in occasione del suo settantennio, vuole essere soprattutto una specie di “omaggio” agli allievi attuali. Un modo cioè, di rispondere alle loro curiosità per il lavoro del Maestro, sottoponendo una serie di esempi ad integrazione dell’insegnamento impartito con l’impegno e la generosità che tutti sanno. Rispetto alle due vaste rassegne precedenti dell’opera di Balbo (quella di Torino del 1966 e la successiva al Palazzo del Parco di Bordighera del 1967), l’attuale personale presenta un vantaggio: l’ambiente più intimo che accoglie la mostra, e il minor numero di opere (scelte però con evidente rigore), permettono un accostamento più cordiale all’opera del pittore.

L’”eclettismo” di Balbo, più appariscente nelle due precedenti mostre, appare in questa più contenuto e un attento esame delle opere esposte ci permette una più serena riflessione sulla sia opera. La quale, a nostro avviso, presenta due aspetti fondamentali : il primo riguardante il diretto contatto del pittore con alcuni aspetti della realtà circostante; il secondo, l’estrinsecazione del suo mondo fantastico nel quale confluiscono spesso suggestioni letterarie e una sincera componente “surrealista”.

“L’uliveto” del ’70, la “Casa fra gli ulivi”, “Scogli con villa Garnier”, “Aringhe” del ’67, “Nespole” “Papaveri”, sono forse le opere più significative nelle quali l’emozione del pittore di fronte al dato naturale e la conseguente trasposizione pittorica raggiungono un perfetto equilibrio. In esse rigore compositivo, finezza di tono e freschezza di esecuzione, si impongono all’attenzione dell’attento visitatore.

Il secondo aspetto cui prima si alludeva, quello del mondo fantastico del pittore, è documentato in questa mostra da alcune opere nelle quali il lato descritto ( o “il racconto” come oggi si preferisce dire) prevale, a volte, su quello pittorico. S’impongono tuttavia due eccezioni particolarmente significative: “Uomini e scogli” del ?69 (forse un’opera chiave per entrare nel mondo fantastico di Balbo) e “La casta Susanna” del ’71. In entrambe il dato letterario è coraggiosamente superato dall’originale interpretazione dei temi e dalla raffinata elaborazione pittorica.

Circondato dai suoi allievi, vecchi e nuovi, che ancora una volta hanno festeggiato il maestro in occasione della inaugurazione di questa mostra, l’operoso Balbo continua il suo lavoro, riprendendo incessantemente i temi che gli sono cari, ogni volta “ricominciando daccapo”. Augurandogli altri lunghi anni di sereno lavoro, sentiamo che ci riserverà ancora delle sorprese. (il suo recente entusiasmo per alcune tecniche calcografiche mai prima sperimentate, ci fa ben sperare in tal senso).

ENZO MAIOLINO

uomini e scogli 1969 – olio cm 130×80

uomini e scogli 69

la casta susanna 1971 – olio cm 100×60

1971 la casta susanna - 100 x 60

con la collaborazione di Maiolino, pochi mesi dopo Balbo darà vita a una bella serie di acqueforti, che vi mostrerò nel prossimo articolo.

Un bellissimo articolo di Carlo Betocchi.

5 bettole 56

Bordighera, premio cinque bettole 1956: da sinistra Giacomo Natta, Carlo Betocchi e signora, in piedi i pittori Camarca, Balbo e Omiccioli. foto di Beppe Maiolino.

Rapporto ligure – di Carlo Betocchi – popolo ligure febbraio 1957

Ricordavo Ventimiglia di trent’anni fa: una stazione grande, lunga; noiosa e burocratica; senonchè sui marciapiedi si incontravano doganieri italiani e francesi; e questa era una novità per lo spirito giovane. Anche fuori se ne incontrava qualcuno, che tra due servizi ciondolava sulle panchine del grande viale di palme che andava al mare, lungo il mercato dei fiori. Tra qualche palma rimasta, quel viale oggi è diventato di platani, e la stazione è più bella. Ho cercato là in fondo la vecchia passerella di legno che cavalcava la foce del Roja; ce né un’altra di cemento. Non ho voluto vedere altro che la lunata, derelitta spiaggia di ciottoli che geme di sporchi relitti, slabbrata dalla foce del fiume: sempre eguale. Dal breve frangiflutto di massi ho ficcato gli occhi lungo l’ispido letto ciottoloso, verso le Alpi, per la cara via che porta al colle di Tenda : cara Liguria estrema, Liguria di monte!

Ma il mio nido quest’anno, l’ho fatto a Bordighera, e sempre, anche dal mare di Bordighera, dai giardini di palme tra siepi di gelsomino, guardavo la collina. Le serre, gli orti, i campi di garofani strapazzati tra le case sulla breve fascia del litorale, mi invitavano a quell’altra pace, anch’essa di lavoro, ma più rispettata e recondita; e sempre, nel frastaglio degli interessi, cercavo di capire e di intendere il segreto delle intime forze che fanno così viva quella parte della Liguria.

I muratori chiamano “ a cuci e scuci “ il lavoro col quale rassettano un muro malandato, con sassi nuovi in calce migliore, scartando il vecchio e slegato. In nessuna regione d’Italia, come lungo le coste e le colline liguri, se se ne tolgono i grandi complessi industriali, la vita è regolata da un così paziente, assiduo minuzioso lavoro di ripresa “ a cuci e scuci “. E’ la singolarità e la industriosità di questi caratteri umani, che vi si adatta e ne vive; e il risultato consiste in una bellezza e utilità di insieme di particolari che si adatta alla necessità sempre mutevole: sulla costa necessità di turismo, tanto cambiata da trent’anni in qua e pazientemente evolutasi in campagna e sui colli necessità delle assidue, puntigliose coltivazioni; fors’anche redditizie, ma non senza la presenza costante dell’uomo, si può dire, su ogni metro quadrato di terra.

Di terrazza in terrazza, quale a fiori, a fragole, a ortaggio, a vigna, a uliveto, scorribandando col mio passo calmo e lo sguardo accorto in cerca di quella novità antica che è la virtù, e che si vede meglio nelle piccole cose, industriosamente ricche di essa, qui un uomo, là una donna col suo bimbetto, sempre qualcuno seguiva con lo sguardo rialzato sotto il cappellaccio di paglia il mio andare per i viottoli propri, nessuno negandomi il passo, tutti aiutandomi a ritrovarmi, e tutti in faccende.

Sboccavo in paesi, Ventimiglia alta, Bordighera alta, e più lontano, dalle strade boscose, a Sasso, a Seborga, e scoprivo nelle vie ripide la vena dell’antico esistere paesano, quando avevo appena lasciato il chiasso motorizzato e le nudità multicolori della Riviera; e tra le case vecchie l’antico silenzio, nelle chiese spesso maestose, e nell’ora meridiana deserte, una capacità d’attesa infinita, perchè la fede non si misura con le statistiche, la verità è miracolo.

La stessa letteratura ligure, splendidamente fiorita in questo secolo sulle due coste ( di ponente e di levante ), dal tempo di “ Riviera Ligure” e dei primi accenti di Mario Novaro per venire a Sbarbaro, a Boine, quindi al primo Montale ( il più ligure ), a Barile, Grande, Descalzo, Caproni, coi movimenti attivissimi di altre riviste come “Circoli”, come “Maestrale”, e poi rinnovata dopo la guerra coi narratori della resistenza ( a Bordighera è Seborga ) e i giovani di questi anni, anch’essa ha agito con questi medesimi caratteri, di assidua ripresa e cultura del tessuto della civiltà letteraria nazionale che andava a marcire nel disfarsi dei vuoti estetismi; e lo ha fatto quasi al margine, con una operazione penetrante, col rimedio di una sanità, di una schiettezza senza riserve o finzioni, sull’opera viva inserendo le sue migliorie, quasi in cantiere, senza chiasso di demolizioni: quanto meglio, si osservi, tra il ’15 e il ’30 dei suoi futuristi, o dello strapaesanesimo fiorito in Toscana. La virtù ligure nasce lì, si fa riconoscere per tale, ma ha una fioritura più diligente, se meno vistosa, una mira più lontana, dello spiccato individualismo toscano di allora: e quasi si direbbe, più pensiero delle basi su cui costruisce, di ciò che sarà, della eredità da lasciare.

I suoi documenti hanno una precisione che alla lunga determina la validità della carica umana nel tessuto sociale, meno immodesto dei documenti toscani, più appropriata a una vita in continua trasformazione ma che va legalizzata puntualmente con appositi strumenti: e non a caso rammento, come la vidi vent’anni fa, l’antica e rispettata casa notarile di Sestri Levante dalla quale

Carlo Bo è venuto ad essere uno degli spiriti più preziosi dell’Italia moderna: la cui informazione e documentazione, e le cui proposte per il futuro, sono fatte sul vivo d’una ricerca spirituale fondata su un patrimonio autentico, su dei beni reali. Ricordo, nell’anticamera dello studio notarile paterno, la buona gente che s’aspettava l’entrata, come usa, col pugno chiuso nell’altra palma aperta, la testa china, quasi stringendo nel gesto gli interessosi pensieri: e accompagnando Carlo più giovane, ma grande e grosso anche allora, per le strette vie dietro il porticciolo di Sestri, quel ricambio fitto ma schivo di saluti che lo accompagnava, sugo di conoscenza vecchia, di meritata stima e di familiare rispetto.

Su queste basi di probità, tra l’altro, è nato a Bordighera in questi anni il premio letterario “Cinque Bettole”, che si circonda di altri di pittura e di giornalismo. Quello letterario fu vinto l’anno scorso da Giacomo Natta, originale ed estroso scrittore in cui si raccoglie, si può dire tradizionalmente, lo spirito vivo dei rapporti tra la letteratura ligure militante e la migliore cultura italiana; quest’anno, diventato di insospettata larghezza ha premiato un racconto già stampato in giornali o riviste con mezzo milione ( meritato da Giuseppe Berto ); aggiunti altri premi, d’incoraggiamento, per dei racconti inediti di giovani. È un premio che promette di crescere, perchè non è soltanto di ambizione locale, o di mondanità, ma legato ad attività e interessi precisi culturalmente definiti e in sviluppo.

E forse per questo ha una originalità che appare sana ed evidente, quando si rivela nell’impianto della bella serata in cui viene assegnato. Nasce dalla Azienda autonoma del Turismo, tra i giardini, le spiagge e gli alberghi, e gli interessi che vi sono collegati; ma viene consegnato nella vecchia cornice di Bordighera alta, dal sagrato della chiesa, e si sente che non è per far colore, ma per restituire al popolo quello che è suo, il quale affolla la piazza, una folla di donne, di pescatori e di agricoltori, e in prima fila una ciurma di bambini: e finisce con una cena imbandita dalle molte osterie, che non so se sono cinque, a lunghe tavolate per le ripide strade, e sotto gli archi scuri, mentre dalle mura lievitate dal salino pendono i quadri del parallelo concorso di pittura.

Vederla, per esempio, questa pittura; come mai si è formato un centro d’interesse per la pittura, così vivace ed attivo, a Bordighera. È Giuseppe Balbo, buon pittore e segretario di tutti i premi, che ha fatto questa sua scuola; e che spera di animare se avrà i mezzi, un artigianato di ceramiche artistiche.

C’è a Bordighera un gruppo di artisti attivissimo; e un vivaio di giovani. Mi sono avvicinato ad uno di essi, Maiolino, che insegna disegno ai ragazzi nelle scuole medie, e ne ottiene dei risultati eccellenti. Si va da Maria Pia, alla Piccola Libreria, dove si può sapere sempre qual’è un libro buono, dov’è uno spirito fine, da quelle parti; e mi ha fissato un appuntamento col giovane pittore. Allo studio gli ho accennato a ciò che vedevo ripetersi nelle loro pitture di giovani, lì intorno, di fedeltà al loro paese, di sincerità di espressione; ed egli mi ha ripetuto, come Camarca, che deve a Balbo, oltre a tutto, la serietà dell’impegno, la passione per l’onestà del lavoro. Lontani da Roma, da Milano, da Firenze, senza albagia, pochi guadagni, punto chiasso, forse ancora modesti artisti, ma veri uomini, anime vive.