DIARIO DI GUERRA 5 – Verso Keren

24 Gennaio 1941

Domani si parte per ignota destinazione. Autotrasportati. Non sanno i soldati se vanno in guerra o se vanno a nozze. Bel modo di preparare gli spiriti

Gli inglesi hanno sfondato la frontiera del Sudan, nel Bassopiano occidentale dove andavo a caccia grossa con i Dalmasso. Siamo destinati a zone già conosciute. Dove ci incontreremo con gli inglesi?

25 Gennaio

Stamane partenza. Abbastanza ordinata. Teloni abbassati e mimetizzati con frasche. Lasciamo la città alle dieci. Ancora una tappa alla porta di Dessiè , poi si continua fucile tra le gambe.

Ci fermiamo a sera poco oltre Debraberan. Ci attendiamo. A notte ci passano il rancio. Acqua lunga. Si vede che i cuochi non sono ancora abituati alla cucina scomoda.

26 Gennaio

Partiti presto entriamo a Naldia. Ci passano davanti i bersaglieri autotrasportati da Mercedes. In omaggio alla tradizione che lo vuole un corpo celere devono precederci. Da un telone sollevato sul dietro di una macchina mi saluta un faccione sorridente. Lo riconosco. E’ Lionetti. Lascia cadere il fez rosso. Rincorro la macchina che ha attaccato la salita e tendo il fez all’amico. Mi son meravigliato dello scatto. Sono allenato.

27 Gennaio

Lunghissima la tappa. Abbiamo passato il Termaker, Desiè e siamo arrivati a notte alta. Ci hanno accampati nelle scuole. Poi è venuto il rancio. Domani pulizia e riposo.

28 Gennaio

Adunata. Il maggiore  parla al battaglione. Finalmente ci mette al corrente della situazione. Andiamo incontro agli inglesi. Non ci dice come il generale  che prima di sparare contro i carri armati dobbiamo guardare i conducenti nel bianco degli occhi. Il maggiore parla col cuore. Direi che piange. Finisce con l’augurio che tutti possiamo un giorno dire”C’ero anch’io!”.

Per lui i soldati sono uomini si vede. Non sarà perciò un Napoleone.

Nel pomeriggio esplosioni lontane soffocate ma distinte. Stanno bombardando vicino. Forse Gula dove c’è il campo d’aviazione.

30 Gennaio

Accidenti che giornate. Ieri siamo giunti all’Asmara. Siamo passati da Godaif davanti alla fabbrica di Dalmasso. E fermati poco dopo. Chiamo un negretto. Scrivo in fretta un biglietto per i Dalmasso e gli do cinque lire perché lo recapiti. I camions ci scaricano alla stazione sulla piazza ci imbarcheremo poi sul treno. Il viaggio finirà dove troveremo gli inglesi.

Nel pomeriggio scorgo Marino e Beppe che mi cercano fra i soldati. Ridenti mi abbracciano e subito mi propongono l’immediato esonero. Mi dicono che le notizie sono di guerra vera, carri armati ecc. Di non andare. Li ringrazio ma non posso lasciare i miei amici. Intanto mi mettono al corrente dei fatti loro. Hanno ambedue partecipato, all’apertura delle ostilità, alla conquista di Kassala. Come motociclisti. La fabbrica di piastrelle è diventata mulino per la soia. Fabbricano farina olio cioccolata ecc.

Non vorrebbero lasciarmi partire hanno forti amicizie a Palazzo. Non mi capiscono. Vanno via solo quando il treno si muove.

Siamo arrivati alla stazione di Keren in tempo per ricevere il primo bombardamento di aerei inglesi la mattina del trenta. Poi altri camions ci imbarcano e ci portano sulla sinistra di Keren.  Lasciamo la strada, ci arrampichiamo sulle alture e sostiamo in una selletta davanti alla quale si stende la pianura del Bassopiano Occidentale. All’orizzonte una fascia scura. Devono essere le palme dum del Barca.

31 gennaio

Prina notte all’addiaccio con pioggia. Malgrado i teli siamo fradici infreddoliti e affamati. Niente rancio. Ma arriva il sole a scaldarci. Nessuno dà ordini. E stiamo tutti li ad aspettare come si fa la guerra.

Osservo la pianura che si stende ai piedi delle alture. Ricordo le partite di caccia a Biscra : due cacciatori di leoni, i baobab, le gazzelle, la paura e le sorprese della prima caccia, gli amici Dalmasso.

Ad un tratto mentre l’occhio scorre la fascia scura del Barca mi pare di scorgere luccichii intermittenti. Il cannocchiale Zeiss fa miracoli. Non distinguo che cosa ci sia laggiù ma è una colonna di mezzi, uomini e animali. Vado dal capitano, lo informo di quanto mi pare di aver visto. Ride quando gli porgo il minuscolo cannocchiale grosso poco più del mio pollice. Ma osserva. “Sono proprio loro” dice. Gli chiedo come devo sistemare il plotone.

La nostra compagnia è schierata su una selletta di circa seicento metri di larghezza. A destra un avvallamento a circa 300 metri. A sinistra il letto di un uadi impilato. Oltre gli avvallamenti a destra il Kaddok (1800) a sinistra il Laalamba (2100).

Il mio plotone deve essere schierato poco sotto la cresta. Il capitano mi nomina scherzosamente direttore delle fortificazioni. Si trova ancora con me quando gli viene portato un fonogramma il n° 1. Testuale:

Mezzi corazzati e automezzi nemici sono stati avvistati verso il Narfa. Da questo momento considerarsi in prima linea. Firmato Colonnello Corsi

E’ il comandante del 2° Reggimento Granatieri di Savoia. La compagnia si appresta a disporre la zona di difesa. Mentre vado in cerca di attrezzi vedo alzarsi verso la metà della selletta le tende del Comando della Cucina degli Ufficiali. Spiccano sulla terra brulla che è una bellezza. Ma Santo Dio! Che idea hanno della guerra questi signori? Ritorno ai miei senza attrezzi. Non ce ne sono.

Dispongo le squadre. Li persuado a scavare dei ripari rinforzati e protetti con un muricciolo di sassi. Disposti a scacchiera per due posti. Agli uomini non gli va di scavare con gli attrezzi in dotazione. Lo fanno mal volentieri. Ma almeno qualcosa è fatto. Li convinco poi a fare ancora delle buche sul versante opposto della selletta subito sotto la cresta. So che mi sto guadagnando la fama di fifone. Insisto e cerco di convincerli perché so che purtroppo non passeranno molti giorni che dovranno riconoscere utili i miei espedienti.

Il guaio è quando devo cercare di convincere il sergente maggiore che ha trovato un bello spiazzo di circa 10 metri quadrati. Ci ha piazzato le armi. Intorno un riparo di sassi di mezzo metro. Accanto alle armi le casse di munizioni e gli uomini stanno lì. La prendo alla larga. Parlo di cannoni, di fucilate, di mitragliatrici di guerra e di fantasia. Capisce ma se cedesse a riparare meglio uomini e armi dimostrerebbe di aver paura. Maledetto chi ha addestrato questi uomini. Sono un punto più degli ascari. [è una parola araba che significa “soldato”. Con questo nome furono chiamati, durante il colonialismo europeo in Africa, i soldati indigeni reclutati dalle potenze coloniali ] . Chi gli farà capire che un uomo coraggioso morto val molto meno di un fifone vivo? Mi limito pensare ai miei. Mi chiama il capitano. Devo accompagnare una piccola pattuglia a prendere contatto sulla destra con le “Penne di Falco” (cavalleria indigena) che è schierata sulle pendici del Kaddok.

Mi presento al sottotenente. Lo trovo pronto. Pantaloni corti, camicia a maniche corte casco coloniale, stivaloni gialli. Pantaloni e camicia bianchi di bucato. Allibisco.  Io ho mandato a farsi benedire molta gente ma lui lo picchierei. Ma come si fa a dirglielo? Partiamo. Ordino ai quattro uomini che sono con noi di star dietro e di tenersi sempre al coperto, dove possibile. Mi capiscono. Mentre procediamo espongo i miei dubbi sul potere mimetizzante della divisa del tenente. Ne ho conferma quando fischiano le prime pallottole inviateci dalle Penne di Falco. Il contatto è preso. Lo assicuriamo.

Osservo l’avvallamento chiamato la “Carena” per la sua forma di nave. Di lì dovrebbero passare gli inglesi. E noi dovremmo impedirlo. Si stanno improvvisando nel fondo ostacoli anticarro. Quelle son cunette. Non fermeranno nessuno. Ritorniamo . Troviamo un fonogramma il n° 2 scritto a matita su un foglio di carta da taccuino, quadrettato:

I granatieri dovranno eseguire le corvè in maniche di camicia per non sciupare le giubbe, firmato Colonnello Corsi” va bene!

Un ricognitore volteggia fino al tramonto sulle nostre teste. Viene sparsa la voce che stanotte passeranno, provenienti dalla piazza, truppe e profughi. Lasciarli passare.

1 Febbraio

Stanotte un gran tramestio confuso ma nessuno ha visto truppe e profughi. Alle dieci il primo bombardamento sulle linee. Sei Blenheim seminano bombe. Al primo passaggio vanno all’aria le tende del Comando e delle Cucine. I miei uomini sono appiattati nei ripari che ho fatto scavare. Troppo presto devono convenire con me che la mia fifa è benedetta.

Saltate le cucine di compagnia niente rancio. Ordine di consumare i viveri di riserva. E chi ce li ha più. Le due gallette e la scatoletta si sono già volatilizzati da un pezzo con tutti i pasti che abbiamo saltato dopo la nostra partenza da Addis Abeba. Come è lontano quel giorno! Ed è appena passata una settimana!

Però noi senza rancio, ma gli ufficiali no. Avevo sorpreso il menu. Rognoni e spaghetti. Poverini loro!

Tuttavia non so cosa sia successo. Ad un tratto vediamo arrampicarsi su per la china dalla parte del Buorchenà, il fiume che ci sta dietro, una colonna di animali. Ci giungono grida scomposte e grugniti. Ma sono cammelli caricati con casse di cottura. Sorpresi attendiamo il rancio. I granatieri ci informano che il bombardamento ha fatto fuori tutte le salmerie.  Qualcuno ha pensato a noi e i granatieri si sono improvvisati cammellieri. Bravi ragazzi ci sarebbe da far miracoli con loro!

Stasera mi sorprendo ad osservare la posizione delle stelle. Sulla nostra sinistra, man mano che annotta si scorgono le alture di Keren. Ad un tratto una forte esplosione . Sono arrivati di già? Certo che si, perché le esplosioni che si sono seguite sono la strada e la galleria che sono saltate.

 


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DIARIO DI GUERRA 4 – Balbo ufficiale, prove di guerra.

 

8 novembre 1940

Il popolo si riunisce sempre in piazza Littorio ad ascoltare il bollettino. Affondamenti a centinaia di migliaia di tonnellate. Ma quanto sono grandi le marine mercantili!

9 novembre

Ho visto il mio padrone di casa di Asmara. [ Balbo nel 1937 abitava ad Asmara in Eritrea e frequentava la famiglia Dalmasso; aveva aperto anche uno studio ] Gli ho pagato l’affitto fino a tutto il mese. Lo prego di consegnare all’amico Vannini di Asmara tutto lo studio.

            Da Asmara. È morto Beppe Dalmasso. Così all’improvviso. Sono addolorato. Come poteva resistere ai disagi ai bombardamenti di Massaua, di Asmara?

            La cosa sarà lunga. Lunga per tutti se non per noi.

15 novembre

Esami orali per diventare ufficiale. Sono uno degli ultimi a essere interrogato. Non so che quello che mi hanno insegnato gli istruttori e sono stanco per il lavoro di ufficio. Ma ci tengo a essere promosso ufficiale? Non ho mai sopportato esame così tranquillo. Mi squadrano con curiosità. Il colonnello Messina ha fra le mani il mio tema. Mi chiede la gittata della Schwazlose. [ La Schwarzlose M.07/12 era la mitragliatrice pesante d’ordinanza dell’Imperial regio Esercito durante la prima guerra mondiale. Fu anche impiegata, durante la seconda guerra mondiale dall’ esercito italiano ] 3500!? Sorridono. “Un po meno” 2500!? Così così.

Dico alla Commissione che non ho aperto un libro che ho compreso i concetti che conosco le armi ma i dati non li ho mai visti. Il colonnello benevolo dice: “Visto che non sa rispondere alle domande di Pierino ci parli della zona di difesa”. Vado alla lavagna disegno spiego. Ne hanno abbastanza. Anch’io. Saluto e mi ritiro.

5 dicembre

            Ho traslocato. Ho lasciato la villetta di viale Mussolini. Ho licenziato il boy Tesfai e gli ho regalato una mensilità (300 lire). L’ho raccomandato e fatto entrare alla Banca d’Italia. È contentissimo.

            Io ho avuto ospitalità per le mie collezioni e la mia roba da Cantimori in via Lanza 26. dovrei essere in licenza già da qualche giorno ma il Piano me l’impedisce.

6 dicembre

            Incontro in piazza Littorio un alpino, vecchio amico: Gastone Olivieri. Si parla di tutto anche di ricordi. Si cene si beve: vado a dormire a casa sua. Sembra un appuntamento con le jene. Mai sentite tante, e siamo a cento metri da piazza Littorio.

Al mattino Gastone mi dice che la notte mi lamento nel sonno. Non mi meraviglio. Sono calmo tranquillo fuori. Ma dentro? E quando il sonno fa svanire l’aspetto esterno resta il “dentro”.

8 dicembre

Incontro Manlio Siccardi di Borghetto. È ancora borghese. Lavora a mimetizzare capannoni. “Come finirà?” Mah! Anch’io sono in borghese.

12 dicembre

Stamane all’accantonamento 2° Battaglione Granatieri di Savoia per il corso pratico. Ci vestono. Kaki coloniale elmetto aerodinamico e buffe uose bianche per distinguere il nostro plotone. Siamo una quarantina.

13 dicembre

Si dorme sulla paglia. Istruzione a parte del Battaglione. La preparazione comincia a farsi seria.

19 dicembre

            Il tenente Stefanini ci porta per una piccola marcia. Si arriva ad uno stretto corso d’acqua fangosa. Lui con gli stivali entra nell’acqua e passa.

Gli allievi devono fare quello che fa l’ufficiale istruttore” dice ma non sta a controllare. La maggior parte entra in acqua con le uose bianche. Io assesto due pietre per due gambate. Passo e col fucile aiuto gli altri a salvare le uose per la libera uscita.

20 dicembre

Siamo in azione dimostrativa. Sono stati notati ribelli in giro alla città. Il comandante in una pausa viene a parlare con noi. È molto moschettiere. Deve essere uomo d’azione e sa attirarsi molta simpatia. Ci parla di ribelli. Siamo attenti a seguire le sue parole, tanto che l’improvvisa comparsa di un negretto fra l’erba ci fa scattare in piedi imbracciando le armi. Ognuno dentro di se è sul chi vive. È palese.

21 dicembre

            Le cose si fanno serie. Siamo prossimi al campo d’aviazione.

22 Dicembre

            Destinati ognuno degli allievi a plotoni diversi, io mi trovo solo al primo plotone. Naturalmente non è più concessa la confidenza che avevo al primo richiamo con i Genieri. Ma mi conquisto la simpatia dei commilitoni. Son tutti meridionali eccetto un lombardo. I l Battaglione non è completo nei quadri. Scarso di ufficiali e sottufficiali. Qualche plotone è comandato da sergenti.

Io comando il mio il 1° e la prima squadra. Siamo accantonati nelle prossimità del campo di aviazione sulla strada di Giuma parecchi chilometri lontani dal centro. Il punto più vicino è la stazione. Circondati da un muro di cinta con torrette e piazzole disposte in regola d’arte.

Il maggiore mi ha richiesto ritenendo gli sia utile, mi fa disegnare il campo e controllare il tiro delle mitragliatrici. Tutto a posto. I tiri sono efficaci e incrociati. C’è aria di guai. Ho preparato i disegni per la marcia di domani. Il maggiore mi dice di fare come voglio. Cioè fare o no la marcia. Gli rispondo che sento che ho bisogno di allenamento in vista di ciò che potrà capitare. Mi approva.

23 Dicembre

            Marcia. Per quanto sia di addestramento sentiamo tutti che si fa sul serio. Pattuglie, fiancheggiatori. Non si canta. Nessuno ha voglia di scherzare.  

Ho voluto arrivare fino alla stazione. Nel palazzo Reiteri c’è un bel caffè. Mi fermo e passando dal banco vedo mandarini di Harrar. Grossi molto più delle nostre più grosse arance. Bellissimi, mai visti così. Quante cose da vedere.

Addis Abeba comincia a farsi lontana. Stento a credere che lassù, in capo alla salita del lunghissimo viale Mussolini ci sia la città. Qui dove mi trovo dovrà sorgere la città nuova. Dappertutto fabbricati nuovi o iniziati. Grandiosi. Ma sorgerà la città?

26 Dicembre

            Stamane riposo. Ma tutti rassegnati. Dalla vigilia di Natale. L’altra notte e ieri notte abbiamo fatto pattuglioni di un plotone fino a giorno ci siamo spinti fin oltre il campo di aviazione. Gli ufficiali hanno ordini precisi ma come sempre la truppa è tenuta all’oscuro di tutto. Perché non metterla al corrente? Tosto o tardi la situazione si rivelerà e sarà peggio.

            I ribelli cominciano a dar fastidio. Non sono i soliti ribelli. Sono organizzati dagli inglesi. Anche in Addis Abeba devono circolare le spie, le radio clandestine, le segnalazioni.

            E così è passato Natale. Qualcuno ha mugugnato. Non molti. Son pochi i richiamati di città. Ma per quei pochi si verifica un fatto strano. Oggi son venute le mogli, i parenti a vedere perché non si sono recati a casa per Natale. Stranezze dei Comandi. Proprio a Natale.

Ma perché non riveliamo apertamente a tutta la popolazione che bisogna prepararsi al peggio, che all’interno i ribelli si faranno seri e che dall’esterno ci attaccheranno in forze gli inglesi?

29 Dicembre

            Ieri marcia di 35 chilometri. Comincio a resistere abbastanza bene.

Oggi ho sentito bisogno di lavorare. Ho fatto diversi acquerelli. Dentro e fuori dell’accantonamento. Mi sto preparando un bagaglio tutto in miniatura, come se dovessi restare autonomo. Non ho pensato ai viveri, ma ho tutto il resto. Tavolozzina, album tascabili con molti fogli di carta sottilissima. Anche un compasso. Tutto in astucci. Il rasoio è smontabile. Ho anche un cannocchiale Zeiss a otto ingrandimenti. Non ho visto nessun ufficiale col binocolo, o non se ne trovano o sono considerati aggeggi superflui. O ancora hanno tutti occhi di falco.

2 Gennaio 1941

E’ passato anche capodanno. Si vede che scarseggiano anche i preti. Di fatti in tutte queste ricorrenze non c’è stata una Messa al campo. E nessuno, credo, ha protestato. Si comincia a capire.

Non ho mai pensato a scovar le regioni di questo mio distacco così completo dalle azioni degli uomini che mi sono lontani. Eppure le cose e gli uomini che vedo sono così pieni di interesse! E nemmeno l’attesa di qualcosa è impaziente tanto meno spasmodica.

3 Gennaio

Quasi tutte le notti pattuglioni . Ma si passa il tempo a chiacchierare. Del più e del meno. Quasi mai sulla situazione.

8 Gennaio

Addis Salem è un paesino a settanta chilometri dalla capitale. Circa quaranta bersaglieri sono stati massacrati in un fortino che presidiavano . Di sorpresa, il giorno dell’Epifania. Dentro la cinta del fortino si trovava la chiesa copta perciò gli indigeni vi avevano libero accesso.  Gli sciarma nascondono le armi a meraviglia. Il massacro è stato improvviso rapido e completo.

            I soldati cominciano a capire di essere sul piede di guerra. La popolazione è sgomenta. Non si vuole vendetta (strano!), si esige sicurezza. Ma a chi affidarsi per essere protetti?

10 Gennaio

L’esercitazioni si compiono più assiduamente e più seriamente. Poi la sfilata in città. Per rincuorare la popolazione e incutere rispetto agli indigeni. Ma fra la popolazione che fa ala al nostro passaggio, quanti occhi non ci risparmiano ironia e ostilità! Ma non ci sono ancora state dimostrazioni d’antifascismo.

 


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DIARIO DI GUERRA 3 – Balbo cartografo

 

4 Settembre 1940

Son chiamato al Comando. Il maggiore Zavarrone mi dice che sono richiesto dal Comando Divisione Granatieri come disegnatore. Non ci vorrei andare. Glielo dico. Me ne è grato ma insiste. Inizia un lavoro che non mi piace ma che imparerò volentieri.

6 Settembre

In ufficio disegno. C’è da fare una carta del mar Rosso. Almeno di Suez. Sarà per una prossima invasione dell’Egitto. Lionetti mi insegna a fare il mare. Pastello e un fiocco di cotone per sfumare ed ecco il mar Rosso di un bel cilestrino.

8 Settembre

Il maggiore Diambrini mi affida una carta del Kenia. E’ una carta inglese. A l 2 milioni. Si tratta di disporre un piano operazioni per l’invasione del Kenia. Controllando distanze località, corsi d’acqua. Con informazioni che ci giungono man mano. Mi affida il compito ma senza una gran persuasione.

10 Settembre

Io la prendo sul serio. Da un primo studio risulta un errore di una cinquantina di chilometri su una pista di duecento circa. Ne riferisco al maggiore. Mi guarda un poco poi mi dice ”Lasci fare”. Mi accorgo che non crede troppo alla possibilità di invadere il Kenia. Io a queste cose non ci penso troppo.

Sto vivendo un’esperienza, del tutto distaccato dal come le cose si mettano e dal come potranno andare. Non ho mai pensato seriamente ad una conclusione. Osservo gli uomini e son preso dallo spettacolo che mi presentano sempre vario sempre nuovo così differente contrastante.

Non mi sto facendo una buona impressione degli ufficiali italiani. Credevo che ognuno si appassionasse alla guerra e vi partecipasse così come se fosse un fatto personale. Ma è ben diverso!

Allarme aereo. Dopo aver consegnato in cassaforte le carte mi reco ai paraschegge. Aerei inglesi bombardano il campo d’aviazione. Fino ad ora hanno sempre lasciato in pace la città.

Cessato allarme. Quando si rientra il dottore si mette a parlare di una febbre portata da cimici di bosco. E’ molto diffusa fra i militari.

 

15 Settembre

Ha inizio il corso teorico. Il comandante fa un lungo preambolo per dirci che l’Italia è impreparata, che l’esercito è in crisi e che nell’impero non abbiamo armi. Che però ecc. ecc. Poi cominciano le lezioni. E io comincio a capire che veramente si cerca di livellare dal basso. Lo sospettavo ma non lo sapevo.

16 Settembre

E’ un corso affrettato insegnato e imparato senza grande convinzione. C’e da disperare sulla preparazione militare dell’impero. Ma tutti confidiamo nella grande alleata. C’è anche un tedesco con noi.  Non mi è simpatico. Mieloso guardingo subdolo.

20 Settembre

Tutto va bene su tutti i fronti. Ma c’è qualcosa in aria. Io non cerco non indago. Sono uno spettatore calmo, disciplinato. Preferisco che gli avvenimenti mi si svolgano sotto gli occhi senza cercare di prevederli e di antivederne le conclusioni.

Oggi mi ha chiamato il colonnello. Mi ha incaricato di disegnare il “Piano di Allarme di Addis Abeba”. Massima segretezza. Ne ho preso visione. Vi è tutto previsto. Insurrezioni allarmi, anche in invasione da parte degli inglesi, questo non mi sorprende eccessivamente. Non riesco ad immaginarmi come ciò potrà avvenire; penso che io non starei ad aspettare gli Inglesi, penso che forse saremo tutti morti e penso che prevedere e provvedere ai piani per tale evenienza sarà forse doveroso da parte di un Comando ma è una estrema ratio un po indigesta.

Segreto anche per gli ufficiali che lavorano con me nell’aula e che sovente insistono nelle sbirciatine ai disegni. Accidenti che segretezza. Sarà un lavoro lungo. Ci do sotto con alacrità e non mi rimarrà molto tempo per dedicarmi allo studio dei manuali di preparazione.

26 Settembre

Occorre far domanda per l’Arma. Malgrado l’assoluta indifferenza per un corpo più che per un altro devo decidermi. Non si tratta di manifestare preferenza ma di stabilire quale sarà la migliore esperienza per me senza procurar guai agli altri.

Pur avendo notato l’incoscienza e l’assoluta mancanza di preparazione di quasi tutti, insegnanti allievi devo rispettare la mia dignità e il mio senso di responsabilità. Osservatore ma anche attore. Pesati i pro e i contro stabilisco che sarei un cattivo ufficiale del Genio ma potrei essere mediocre come Fanteria. Scelgo Fanteria e stendo la domanda.

4 Ottobre

Assoluta segretezza per il Piano d’Allarme. Sono andato nell’Ufficio del colonnello per ritirare i disegni e iniziare il lavoro. La cassaforte era aperta. Il Comandante al lavoro e per terra accanto a lui suo figlio (un bimbo di circa sei anni) giocava con i Piani. Un altro grano del rosario!

16 Ottobre

Son stato a far colazione nel mio ristorante preferito dei tempi civili. Da Ascalone in Viale Mussolini.

Ascalone mi ha accolto con gioia e pure i boys, sempre gli stessi. Memori delle laute mance cui li avevo abituati mi erano sempre attorno. Ciò ha dato fastidio a un capitano seduto a un tavolo con una signora. Mi ha fatto cenno e in un locale appartato mi ha fatto capire molto educatamente che quello non era locale per me. Non ho fatto obbiezioni di alcun genere e non mi son preso nessuna rivincita. Un altro grano al rosario!

17 Ottobre

Le cose si mettono male. C’è nervosismo al Comando. E’ partito aerotrasportato un reparto, una compagnia mitraglieri, di granatieri per Metemma e Gallabat ai confini nord col Sudan. Dal “Jim” ho saputo che con una infiltrazione nostra nel Sudan c’è Paolo Montolivo, un bravo ragazzo di Bordighera. Ne sono orgoglioso.

18 Ottobre

Il lavoro in ufficio aumenta. La carta del Kenia è accantonata. Così pure la zona di Suez. Precedenza al Piano di Addis Abeba.

19 Ottobre

Gli ufficiali cominciano a essere sovrapensiero.

27 Ottobre

Siamo sulla fine del corso teorico. In città si avverte un senso di penuria e di disagio.

6 Novembre

Nervosismo al Comando. Parlottano i Maggiori, poi fra loro i Capitani e i Tenenti. “Metemma e Gallabat”.

È successo qualcosa. Me ne informa, per certe carte il maggiore Corriglio, molto commosso. Il tenente De Micheli schiacciato dai cingoli di un carro armato inglese nel fortino di Metemna. I granatieri morti o prigionieri. La maggior parte aveva la febbre malarica e soffriva di dissenteria. Ma questa non è una scusa.

Gli inglesi stanno preparando un’avanzata in forze e questo è l’attacco d’inizio. Così comincia la fine! Il piano d’allarme per Addis Abeba era molto previdente. Sarà poi la volta del Somaliland e lo sfondamento da Morale alle frontiere del Kenia. Di là stanno arrivando le sezioni di Carterpillar. I trattori si infangano per la pioggia.

È la ritirata?

 


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DIARIO DI GUERRA 2 – Al fortino

 

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11 giugno 1940

            Il mio plotone deve andare in distaccamento a presidiare il fortino Fanni della cinta di fortificazioni di Addis Abeba. Il tenente è comandato altrove. Ci accompagna un sottotenente. Il sottufficiale si ammala subito e, prima di sera, mi sorprendo a comandare un plotone del Genio zappatori e un fortino.

E se vengono i ribelli? Mi consulto con gli amici. Faremo le cose per bene. Armi: 91 fucili.  Comincio col rancio. Abbiamo i viveri in natura. Io aggiungo venticinque lire al giorno per il miglioramento. E ora lavoriamo, per salvare la pelle. Sentinelle e sbarazziamo il terreno dagli eucaliptus che possono favorire l’avvicinamento dei ribelli. E lontani gli indigeni, anche e soprattutto le donne. I ragazzi ci stanno.

12 giugno

            Siamo in guerra. La prima notte di presidio è passata. Pochi di noi hanno dormito. E’ un affare in famiglia. Il cambio delle sentinelle, le ispezioni. Così concepisco la guerra in Africa.   Tutti d’accordo per salvare i coglioni! Non dormo perché temo che le sentinelle siano capaci di sparare anche a chi gli dà la parola d’ordine..

13 giugno

            Tutto a meraviglia. Si sta disboscando intorno a noi. Gli uomini hanno per di più il coraggio di rinviare le “sciarmutte” che si avvicinano.[ Termine usato dagli Italiani, durante l’occupazione delle colonie dell’Africa orientale e settentrionale, per indicare le prostitute indigene ] Che pacchia poterne infilare qualcuna nel fortino che potrebbe aiutarci a far cucina. Ma rinunciano sospettosi e le fanno allontanare con gentilezza lasciandogli i sensi appresso.

Ottimo il rancio e si comincia a dormire bene a turno sicuri che chi veglia ci protegge bene.

18 giugno

            Sto passando giorni bellissimi al fortino. Devo essere ingrassato. Ma ce ne sarà per poco. Stamane son stato chiamato al comando. E’ venuto a sostituirmi il sergente Iorio. Gli lascio gli uomini con rammarico. Anche per loro è finita.

Al Comando mi informano che, dati gli studi che ho fatto sono obbligato a fare un corso ufficiali  il  “306” che inizierà a giorni. Faccio la domanda e sento il brivido della vertigine.

Resto a casa. Non ho ancora licenziato Tesfai. Egli resta sempre a guardia. Dormo in villa la notte. Sono svegliato da un fruscio. Sorrido al pensiero che la bella signora europea che è a fianco riceverà qualcuno in assenza del marito. Ma sobbalzo sulla brandina. Non è così. Cercano di forzare la porta della mia camera. Accidenti. Al buio ritrovo il 91. lo armo e metto la pallottola in canna. Con un maledetto rumore di ferraglia. Passi strusciano rapidi intorno la casa. Dalla finestra nel chiaro di luna scorgo uno sciamma [ la toga, fatta di cotone, indossata ugualmente da uomini e donne ] che fugge e svanisce nell’oscuramento di guerra.

            Dovrò pensare a smobilitare le collezioni e le cose che mi stanno a cuore. Per ora dirò a Tesfai di dormire nella villa.

Giugno

            I giorni passano in lavori stradali, opere varie un po’ d’istruzione. In attesa. Nulla di accelerato, di importante, di formativo per dei soldati che dovranno fare la guerra. I genieri non sono contenti delle mostrine dei granatieri di Savoia. Loro sono del genio – dicono – e, malgrado le spiegazioni degli ufficiali, continuano a brontolare.

            Rivedo Nasia ogni tanto. Vado ancora qualche volta a mangiare in ristoranti conosciuti. Poi avverto come i borghesi tengono lontani i militari e poco a poco mi ritrovo nelle bettole dei soldati. Il fascismo non ha cambiato niente. La guerra ancora meno. Altro che prestigio! La divisa allontana sempre. Si comincia a parlare di imboscati. È considerato un fesso chi è soldato.

            Non si risente ancora penuria di viveri. I generi non hanno ancora subito rincaro. Strano. Le notizie di guerra sono sempre buone. Quelle dell’alleato. Io sento dalla radio quanto succede dalle mie parti. Un treno blindato si fa colpire alla Mortola. Suicida! Le popolazioni sgombrate. Sfollamento, bombardamenti. Poi l’armistizio. Mi immagino il mio paese in confusione. I nipotini?

 

BALBO LIBIA ok 1

Luglio

            Accantonamento. Ogni tanto piazza d’armi. Ci si ritrova diversi battaglioni. Genio alpini, bersaglieri, granatieri. Poco a poco l’istruzione si fa seria si fa dura. Gli ufficiali, quasi tutti richiamati non sanno che fare. Non sono aggiornati su niente, nemmeno sul saluto. Poi si fa vedere un generale. È duro. Vuole la testa alta e vuole che si batta il piede sinistro sul colpo di tamburo, quando suona la banda militare. E la fa suonare fino a far scoppiare i suonatori. Raduna spesso gli ufficiali. Superiori e subalterni. Li inquadra vicino alla banda e fa intonare una marcia. Al colpo di grancassa tutti devono battere il piede sinistro.

            Col mio plotone e la mia squadra faccio miracoli. C’è poco da nascondersi. La piazza è vastissima, liscia come un biliardo; ma trovo sempre modo di non fare sfacchinare i miei.

Un bel giorno il generale viene a trovarci all’accantonamento. Buono buono con un pancione voluminoso come un contrabbasso. Non fa complimenti. Raduna il battaglione dice che siamo delle merde e se ne va. Niente di cambiato. Schifo!

            Episodi. Gennaro un battirame infermo. Monta di sentinella. Sulla strada non deve passare nessuno. Ma ci capita un colonnello. Vuole passare. Gennaro niente. O te ne vai o ti sparo. Manco a dirlo gli arriva l’elogio e un premio in denaro.

Mi dà a pensare. Che forse i comandi ci vorrebbero tutti uguali a Gennaro?

16 luglio

            Son stato d’ispezione: son montato ieri sera un po nervoso. E’ la prima volta. Sento responsabilità. Durante la notte una iena brontola proprio accanto al corpo di guardia. Verso le quattro un indigeno resta impigliato nei  reticolati. E’ la sua paura che vi è restata agganciata.

Luglio

            Si cominciano ad avvertire i primi sintomi. Qualche genere comincia a scarseggiare. Cominciano a girare le prime auto a gas. Fornelli di carbone del tutto primitivi. Ma vanno. Sono i benefici dell’autarchia. Tipi di bagarini stanno appollaiati in Piazza  Vittorio come avvoltoi in attesa della preda.  Ci guardano con occhi vuoti. Si parla di azioni nel Somaliland, girano militari con speciali uniformi. Bandoliere gialle, fondine gialle, pistoloni, teschi.

In tutta segretezza tutti sanno che fanno parte di un corpo di 300 volontari che saranno condotti dal console Bonaccorsi alla conquista di Aden con un colpo di mano. Molti ci lasceranno la pelle. Quindi si prendono un anticipo di gloria.

            Arrivano notizie dal Somaliland. Conquistato. Le truppe inglesi son scappate come lepri. Nemmeno un prigioniero. Berbera Zeila sono nostre.

            Assisto al trionfo del colonnello Lorenzini. In piazza 5 Maggio. E’ circondato dalle sue truppe. Barbetta brizzolata. Occhiali d’oro a stanghetta. Tutto il contrario del conquistatore. Siamo tutti leoni.

10 Agosto

            E’ domenica. Siamo all’accantonamento a poltrire. Si sente rumore di motori. Una formazione un po insolita gira per Addis Abeba. Poi cominciano gli scoppi le esplosioni; si levano colonne di fumo laggiù verso il campo di aviazione. Confusione in tutto il battaglione. Poi il tenente  cerca di mettere ordine prende il comando. “ Tutti fuori col fucile! ”. Ci troviamo intorno all’accantonamento, fra gli eucaliptus col 91 fra le mani. E’ la nostra antiaerea. Vediamo levarsi un nostro caccia. Sparisce alla nostra vista . Gli inglesi se ne vanno calmi.

            Ancora ieri il generale comandante dell’aviazione aveva dato assicurazioni che gli inglesi non potevano arrivare ad Addis Abeba.

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14 Agosto

            Un caso di tifo petecchiale. E’ colpito il furiere. Arde di febbre nella tenda. E se qualche pidocchio si fosse preso confidenza anche con me? Il malato è prelevato. Disinfestazione generale. Quarantena. Per quanto?

Agosto

  Siamo isolati e lo saremo forse per venti trenta giorni.

 

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DIARIO DI GUERRA 1 – Arruolamento nel Genio

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Giuseppe Balbo è ad Addis Abeba da circa due anni e gestisce un’impresa di materiale edile.


 

ADDIS ABEBA – 22 maggio 1940

Mi capita in ufficio Robertino Nasia. “Ci siamo“ fa, allegro e ridente e sventola una cartolina rosa. E’ il richiamo. Resto allibito dalla sua incoscienza. Io sento il brivido della vertigine. Sento che la cosa mi tocca molto da vicino. Non mi interessano gli affari ormai agli sgoccioli.

Bene verrò anch’io”. Resto solo. Rifletto un poco non tanto.

Potrei ritornare in Italia. Ci sarà la guerra. Forse ne possono dubitare in Patria. Qui ad Addis Abeba no. Ne siamo sicuri. Noi, gli stranieri, gli indigeni. L’Italia sembra ancora più lontana. Ho già scritto a Silvio di non venire. Ho già avuto la risposta. Non verrà.

Per chi ho fatto seminare da Tesfai le viole del pensiero?

Tutto da rifare. Ma io resterò. A far la morte del topo come tutti diciamo.

24 maggio

Eccomi qua. E’ Nasia. Il sergente Nasia. Sempre incosciente. Come è possibile? Invece di inveire di maledire di rammaricare mi informa che è al battaglione Genio, che si è fatto amico del maggiore, che c’è una gran confusione. Si dice che partiranno presto per invadere il Kenia.

Dimmi, Roberto. E se venissi anch’io?”

Dove, nel Genio?”

Stabiliamo il piano. E gliene parlerà al maggiore.

27 maggio

Mi sono arruolato volontario. Nel Genio. Mi son denunciato come caporal maggiore. Dovrei essere sergente. Ma non mi piace quel grado. Posso mentire. Intanto non ci sono i fogli del mio distretto.

La sera mi trovo sotto la tenda con altri tre; giovani, richiamati. Un ladro di polli lombardo, due bergamaschi Pagani e Carrara. Pagani alto grosso biondo ingenuo. Carrara tozzo piccolino nervoso, tutta malizia.

Piove. Piccola pioggia.

29 maggio

            Ho conosciuto il comandante del Battaglione Genio il maggiore Zavarrone. Vorrebbe che io andassi in un ufficio. Si meraviglia della mia insistenza a stare in compagnia. Gli devo sembrare un po’ matto.

2 giugno

            Non siamo ancora a posto che già ci sono i manifesti della mobilitazione generale; fino a cinquantacinque anni. Fanno sul serio. Arriva qualche nuova recluta. Come esercito di conquista non c’è male. Si parla sempre di invadere il Kenia. Ma come è possibile? Ho conosciuto anche gli ufficiali. Pare che nessuno abbia mai fatto un giorno di vita militare. Tutti goffi, spaesati, sventati.

4 giugno

Siamo stabiliti in un accantonamento alla periferia di Addis Abeba, nemmeno troppo lontano. Baracche. Gli eucaliptus hanno fornito una branda unica che si allunga sui lati intervallando le porte. Non ci sono finestre. Mi sono messo fra Pagani e Carrara. C’è ancora Delfini un milanese simpatico e Lampronti, sempre triste con occhi pesanti da bracco.

5 giugno

Pochissima quasi niente istruzione. Ci mandano intorno alla città a tagliare alberi: eucaliptus.

Non ci sono che quelli. E noi siamo zappatori. E i soldati lavorano. Io non ho particolari mansioni di comando. Lavoro anch’io e imparo a tagliare gli alberi. Secondo il sole, secondo il vento, col taglio giusto per farli cadere dove si vuole. Mi piace e mi fa bene.

Ma, senza saperlo, senza volerlo ho suscitato una rivoluzione. Sono il solo graduato che lavora. I soldati l’hanno notato e lo fanno notare con sottintesi o apertamente agli altri graduati. Alcuni fra loro, vecchi genieri dicono che nell’arma del genio anche i sottufficiali lavorano. Qualche volta anche gli ufficiali. “Non siamo mica in fanteria!”

6 giugno

            Stamane non posso tagliare un albero da solo. Ci ho tutti intorno. Stanno a guardarmi e ridono sorridono benevoli sornioni maliziosi. Ieri sera hanno compreso che, malgrado le mie arie, non sono uno dei loro. E’ andata così!

Nelle due ore di libera uscita, dalle diciassette alle diciannove ho fatto un salto a casa. Tesfai mi aspetta sempre, accoccolato sull’uscio. Ho fatto un bagno, ho mutato biancheria, son corso ad acquistare roba da mangiare in una rosticceria e poi siccome si è fatto tardi sono rientrato all’accampamento in tassì. Arrivato nella mia baracca con fiaschi di vino pollo e pane abbiamo banchettato. Io con un appetito mai conosciuto. Dopo Delfini mi dice “Tu devi saper giocare a scacchi!” Un po’ sorpreso gli rispondo che si, un poco. Tira fuori una scacchiera e gli scacchi e sta per venire dal mio giaciglio. Gli dico di non muoversi di mettere i pezzi e di annunciarmi le mosse, se ne conosce il sistema. Lo conosce e comincia, meravigliato e incredulo. Fra lui e me c’è di mezzo Pagani; di più volto la schiena. Svolgo il gioco di gambetto di cavallo di re. Gli do scacco matto alla tredicesima mossa. Ci sono cinquanta militari intorno. Non capiscono non credono e mi guardano come una bestia rara.

Poi si dorme. E’ andata così ieri sera e stamane si divertono a vedermi tagliar fusti allegri.

            “Caporal maggiore!” Mi chiama da poco distante un ufficiale. Accorro. E’ un maggiore dei granatieri. Mi pare di conoscerlo ma non lo ritrovo nella mia memoria. Comincia a redarguirmi, mentre sto sull’attenti, della mia opera. “Il graduato deve saper comandare, non lavorare:” ma nel Genio …” salta su di voce e mi passa un liscio e brusco di cui non afferro la causa. Intanto dalla mia memoria viene fuori un impiegato della Banca del Lavoro il quale per causa mia ma non per mia colpa si era preso una lavata di testa dal direttore, tempo prima quando ero ancora civile. Si è preso la rivincita. Ma che figuraccia sta facendo di fronte ai miei soldati. Son sicuro che stanno mugugnando. Quando son lasciato libero Pagani e Carrara vorrebbero sterminare i granatieri che lavorano con noi. Mi ci vuole del bello e del buono per ammansirli.

7 giugno

Oggi abbiamo fatto una marcetta. Mentre siamo sulla strada di Dessiè in colonna ai lati della strada avanzano dei camions. Li scorgo da lontano. E’ l’ultimo carico di cemento che mi arriva da Assab. Devono essere quattro. Circa mille quintali. Mi piazzo nel mezzo della strada a braccia aperte. Il primo si ferma mentre i miei camerati stanno meravigliati a guardare. Gli autisti mi riconoscono ridono e prendono ordini.

            Appena sono ripartiti il tenente comandante del mio plotone mi avvicina mi chiede se so qualcosa di quel cemento. E’ impresario mi dice e ha urgente bisogno di duecento quintali di cemento. Quasi non creda quando glieli assicuro.

            “ Ma cosa sei venuto a fare negli zappatori?” mi dice.

9 giugno

            Oggi sono stato in permesso. La candela sta bruciando. Non si possono trasferire capitali. Non si può telefonare in Italia. Mentre sono sovrappensiero al bar Sabaudia mi sento chiamare. E’ Chiusonno Federico. Ha un appuntamento telefonico con Bordighera. E’ uno degli ultimi. Lo incarico di salutare i miei. Ci separiamo.

La guerra è vicina. Se lo chiedono tutti l’un l’altro per la strada guardandosi negli occhi. Se uno qualunque osasse dire che c’è stata la dichiarazione di guerra tutti ci crederebbero subito.

10 giugno ore 10

            Siamo in marcia per il nostro lavoro quando veniamo sorvolati da un aereo, poi un altro un altro e un altro ancora. Son sei. Vanno a oriente. Nulla sappiamo ancora ma lo sentiamo. Difatti poco dopo l’ordine di rientrare all’accampamento.

L’annuncio. Discorsi. Presentat armi. Eia. E restiamo mosci!

 

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DIARIO DI GUERRA

aotoritratto 1942

Comincia oggi la pubblicazione in questa pagina del “Diario di guerra” di Giuseppe Balbo scritto dal 22 maggio 1940 al 9 giugno 1941. E’ la testimonianza diretta della sua partecipazione al conflitto in Africa Orientale e un prezioso documento storico degli avvenimenti che portarono al crollo dell’Impero coloniale.

omaggio a Enzo Maiolino

maiolino

Sabato 11 Novembre 2017, alle ore 17, nella sede dell’UDC-ANPI-Cittadinanzattiva di via Al Mercato n. 8 di Bordighera, si inaugura la mostra di ‘Serigrafie’ del pittore Enzo Maiolino, a un anno dalla sua morte.  In suo ricordo voglio riportare una sua acuta analisi della pittura di Balbo, scritta nel marzo del 1972.

L’INFORMATORE LIGURE

Personale del Pittore G. Balbo

alla Galleria dell’Accademia

Quest’anno Giuseppe Balbo festeggia il suo settantesimo compleanno. Un traguardo particolarmente importante nella vita di questo pittore il quale, con un cinquantennio di pittura alle spalle, lo raggiunge con spirito giovanile, con la passione e l’entusiasmo di sempre. Nessun segno di stanchezza nella sua più recente produzione. Al contrario nel pieno e consapevole possesso dei suoi eccezionali mezzi espressivi, il pittore appare sempre più teso verso realizzazioni di pura, meditata pittura.

Tuttavia non mancano le crisi e i dubbi. Ma sono proprio questi aspetti che ci avvicinano maggiormente al pittore e ce lo rendono più caro. Come quando, ad esempio, ci sorprende con questa straordinaria confessione: – A volte penso che bisognerebbe ricominciare tutto daccapo! –

La personale che Balbo ha allestito dal 4 al 19 marzo nella Galleria della “sua” Accademia di Bordighera, in occasione del suo settantennio, vuole essere soprattutto una specie di “omaggio” agli allievi attuali. Un modo cioè, di rispondere alle loro curiosità per il lavoro del Maestro, sottoponendo una serie di esempi ad integrazione dell’insegnamento impartito con l’impegno e la generosità che tutti sanno. Rispetto alle due vaste rassegne precedenti dell’opera di Balbo (quella di Torino del 1966 e la successiva al Palazzo del Parco di Bordighera del 1967), l’attuale personale presenta un vantaggio: l’ambiente più intimo che accoglie la mostra, e il minor numero di opere (scelte però con evidente rigore), permettono un accostamento più cordiale all’opera del pittore.

L’”eclettismo” di Balbo, più appariscente nelle due precedenti mostre, appare in questa più contenuto e un attento esame delle opere esposte ci permette una più serena riflessione sulla sia opera. La quale, a nostro avviso, presenta due aspetti fondamentali : il primo riguardante il diretto contatto del pittore con alcuni aspetti della realtà circostante; il secondo, l’estrinsecazione del suo mondo fantastico nel quale confluiscono spesso suggestioni letterarie e una sincera componente “surrealista”.

“L’uliveto” del ’70, la “Casa fra gli ulivi”, “Scogli con villa Garnier”, “Aringhe” del ’67, “Nespole” “Papaveri”, sono forse le opere più significative nelle quali l’emozione del pittore di fronte al dato naturale e la conseguente trasposizione pittorica raggiungono un perfetto equilibrio. In esse rigore compositivo, finezza di tono e freschezza di esecuzione, si impongono all’attenzione dell’attento visitatore.

Il secondo aspetto cui prima si alludeva, quello del mondo fantastico del pittore, è documentato in questa mostra da alcune opere nelle quali il lato descritto ( o “il racconto” come oggi si preferisce dire) prevale, a volte, su quello pittorico. S’impongono tuttavia due eccezioni particolarmente significative: “Uomini e scogli” del ?69 (forse un’opera chiave per entrare nel mondo fantastico di Balbo) e “La casta Susanna” del ’71. In entrambe il dato letterario è coraggiosamente superato dall’originale interpretazione dei temi e dalla raffinata elaborazione pittorica.

Circondato dai suoi allievi, vecchi e nuovi, che ancora una volta hanno festeggiato il maestro in occasione della inaugurazione di questa mostra, l’operoso Balbo continua il suo lavoro, riprendendo incessantemente i temi che gli sono cari, ogni volta “ricominciando daccapo”. Augurandogli altri lunghi anni di sereno lavoro, sentiamo che ci riserverà ancora delle sorprese. (il suo recente entusiasmo per alcune tecniche calcografiche mai prima sperimentate, ci fa ben sperare in tal senso).

ENZO MAIOLINO

uomini e scogli 1969 – olio cm 130×80

uomini e scogli 69

la casta susanna 1971 – olio cm 100×60

1971 la casta susanna - 100 x 60

con la collaborazione di Maiolino, pochi mesi dopo Balbo darà vita a una bella serie di acqueforti, che vi mostrerò nel prossimo articolo.

Un bellissimo articolo di Carlo Betocchi.

5 bettole 56

Bordighera, premio cinque bettole 1956: da sinistra Giacomo Natta, Carlo Betocchi e signora, in piedi i pittori Camarca, Balbo e Omiccioli. foto di Beppe Maiolino.

Rapporto ligure – di Carlo Betocchi – popolo ligure febbraio 1957

Ricordavo Ventimiglia di trent’anni fa: una stazione grande, lunga; noiosa e burocratica; senonchè sui marciapiedi si incontravano doganieri italiani e francesi; e questa era una novità per lo spirito giovane. Anche fuori se ne incontrava qualcuno, che tra due servizi ciondolava sulle panchine del grande viale di palme che andava al mare, lungo il mercato dei fiori. Tra qualche palma rimasta, quel viale oggi è diventato di platani, e la stazione è più bella. Ho cercato là in fondo la vecchia passerella di legno che cavalcava la foce del Roja; ce né un’altra di cemento. Non ho voluto vedere altro che la lunata, derelitta spiaggia di ciottoli che geme di sporchi relitti, slabbrata dalla foce del fiume: sempre eguale. Dal breve frangiflutto di massi ho ficcato gli occhi lungo l’ispido letto ciottoloso, verso le Alpi, per la cara via che porta al colle di Tenda : cara Liguria estrema, Liguria di monte!

Ma il mio nido quest’anno, l’ho fatto a Bordighera, e sempre, anche dal mare di Bordighera, dai giardini di palme tra siepi di gelsomino, guardavo la collina. Le serre, gli orti, i campi di garofani strapazzati tra le case sulla breve fascia del litorale, mi invitavano a quell’altra pace, anch’essa di lavoro, ma più rispettata e recondita; e sempre, nel frastaglio degli interessi, cercavo di capire e di intendere il segreto delle intime forze che fanno così viva quella parte della Liguria.

I muratori chiamano “ a cuci e scuci “ il lavoro col quale rassettano un muro malandato, con sassi nuovi in calce migliore, scartando il vecchio e slegato. In nessuna regione d’Italia, come lungo le coste e le colline liguri, se se ne tolgono i grandi complessi industriali, la vita è regolata da un così paziente, assiduo minuzioso lavoro di ripresa “ a cuci e scuci “. E’ la singolarità e la industriosità di questi caratteri umani, che vi si adatta e ne vive; e il risultato consiste in una bellezza e utilità di insieme di particolari che si adatta alla necessità sempre mutevole: sulla costa necessità di turismo, tanto cambiata da trent’anni in qua e pazientemente evolutasi in campagna e sui colli necessità delle assidue, puntigliose coltivazioni; fors’anche redditizie, ma non senza la presenza costante dell’uomo, si può dire, su ogni metro quadrato di terra.

Di terrazza in terrazza, quale a fiori, a fragole, a ortaggio, a vigna, a uliveto, scorribandando col mio passo calmo e lo sguardo accorto in cerca di quella novità antica che è la virtù, e che si vede meglio nelle piccole cose, industriosamente ricche di essa, qui un uomo, là una donna col suo bimbetto, sempre qualcuno seguiva con lo sguardo rialzato sotto il cappellaccio di paglia il mio andare per i viottoli propri, nessuno negandomi il passo, tutti aiutandomi a ritrovarmi, e tutti in faccende.

Sboccavo in paesi, Ventimiglia alta, Bordighera alta, e più lontano, dalle strade boscose, a Sasso, a Seborga, e scoprivo nelle vie ripide la vena dell’antico esistere paesano, quando avevo appena lasciato il chiasso motorizzato e le nudità multicolori della Riviera; e tra le case vecchie l’antico silenzio, nelle chiese spesso maestose, e nell’ora meridiana deserte, una capacità d’attesa infinita, perchè la fede non si misura con le statistiche, la verità è miracolo.

La stessa letteratura ligure, splendidamente fiorita in questo secolo sulle due coste ( di ponente e di levante ), dal tempo di “ Riviera Ligure” e dei primi accenti di Mario Novaro per venire a Sbarbaro, a Boine, quindi al primo Montale ( il più ligure ), a Barile, Grande, Descalzo, Caproni, coi movimenti attivissimi di altre riviste come “Circoli”, come “Maestrale”, e poi rinnovata dopo la guerra coi narratori della resistenza ( a Bordighera è Seborga ) e i giovani di questi anni, anch’essa ha agito con questi medesimi caratteri, di assidua ripresa e cultura del tessuto della civiltà letteraria nazionale che andava a marcire nel disfarsi dei vuoti estetismi; e lo ha fatto quasi al margine, con una operazione penetrante, col rimedio di una sanità, di una schiettezza senza riserve o finzioni, sull’opera viva inserendo le sue migliorie, quasi in cantiere, senza chiasso di demolizioni: quanto meglio, si osservi, tra il ’15 e il ’30 dei suoi futuristi, o dello strapaesanesimo fiorito in Toscana. La virtù ligure nasce lì, si fa riconoscere per tale, ma ha una fioritura più diligente, se meno vistosa, una mira più lontana, dello spiccato individualismo toscano di allora: e quasi si direbbe, più pensiero delle basi su cui costruisce, di ciò che sarà, della eredità da lasciare.

I suoi documenti hanno una precisione che alla lunga determina la validità della carica umana nel tessuto sociale, meno immodesto dei documenti toscani, più appropriata a una vita in continua trasformazione ma che va legalizzata puntualmente con appositi strumenti: e non a caso rammento, come la vidi vent’anni fa, l’antica e rispettata casa notarile di Sestri Levante dalla quale

Carlo Bo è venuto ad essere uno degli spiriti più preziosi dell’Italia moderna: la cui informazione e documentazione, e le cui proposte per il futuro, sono fatte sul vivo d’una ricerca spirituale fondata su un patrimonio autentico, su dei beni reali. Ricordo, nell’anticamera dello studio notarile paterno, la buona gente che s’aspettava l’entrata, come usa, col pugno chiuso nell’altra palma aperta, la testa china, quasi stringendo nel gesto gli interessosi pensieri: e accompagnando Carlo più giovane, ma grande e grosso anche allora, per le strette vie dietro il porticciolo di Sestri, quel ricambio fitto ma schivo di saluti che lo accompagnava, sugo di conoscenza vecchia, di meritata stima e di familiare rispetto.

Su queste basi di probità, tra l’altro, è nato a Bordighera in questi anni il premio letterario “Cinque Bettole”, che si circonda di altri di pittura e di giornalismo. Quello letterario fu vinto l’anno scorso da Giacomo Natta, originale ed estroso scrittore in cui si raccoglie, si può dire tradizionalmente, lo spirito vivo dei rapporti tra la letteratura ligure militante e la migliore cultura italiana; quest’anno, diventato di insospettata larghezza ha premiato un racconto già stampato in giornali o riviste con mezzo milione ( meritato da Giuseppe Berto ); aggiunti altri premi, d’incoraggiamento, per dei racconti inediti di giovani. È un premio che promette di crescere, perchè non è soltanto di ambizione locale, o di mondanità, ma legato ad attività e interessi precisi culturalmente definiti e in sviluppo.

E forse per questo ha una originalità che appare sana ed evidente, quando si rivela nell’impianto della bella serata in cui viene assegnato. Nasce dalla Azienda autonoma del Turismo, tra i giardini, le spiagge e gli alberghi, e gli interessi che vi sono collegati; ma viene consegnato nella vecchia cornice di Bordighera alta, dal sagrato della chiesa, e si sente che non è per far colore, ma per restituire al popolo quello che è suo, il quale affolla la piazza, una folla di donne, di pescatori e di agricoltori, e in prima fila una ciurma di bambini: e finisce con una cena imbandita dalle molte osterie, che non so se sono cinque, a lunghe tavolate per le ripide strade, e sotto gli archi scuri, mentre dalle mura lievitate dal salino pendono i quadri del parallelo concorso di pittura.

Vederla, per esempio, questa pittura; come mai si è formato un centro d’interesse per la pittura, così vivace ed attivo, a Bordighera. È Giuseppe Balbo, buon pittore e segretario di tutti i premi, che ha fatto questa sua scuola; e che spera di animare se avrà i mezzi, un artigianato di ceramiche artistiche.

C’è a Bordighera un gruppo di artisti attivissimo; e un vivaio di giovani. Mi sono avvicinato ad uno di essi, Maiolino, che insegna disegno ai ragazzi nelle scuole medie, e ne ottiene dei risultati eccellenti. Si va da Maria Pia, alla Piccola Libreria, dove si può sapere sempre qual’è un libro buono, dov’è uno spirito fine, da quelle parti; e mi ha fissato un appuntamento col giovane pittore. Allo studio gli ho accennato a ciò che vedevo ripetersi nelle loro pitture di giovani, lì intorno, di fedeltà al loro paese, di sincerità di espressione; ed egli mi ha ripetuto, come Camarca, che deve a Balbo, oltre a tutto, la serietà dell’impegno, la passione per l’onestà del lavoro. Lontani da Roma, da Milano, da Firenze, senza albagia, pochi guadagni, punto chiasso, forse ancora modesti artisti, ma veri uomini, anime vive.

 

 

la tenda

Giornale del Sud – Catania – 23 novembre 1980 –

Dalle spine del reticolato ai fiori di Bordighera Giuseppe Balbo pittore e scultore

di Santi Bonaccorsi

Era monotona la vita nel campo di prigionia. Quello a cui mi riferisco, fa gli innumerevoli sparsi in quel tempo in ogni parte del globo terracqueo, non era certamente tra i più confortevoli. Pressoché tutta l’umanità era allora in guerra ma da lì dov’ eravamo noi la guerra si era allontanata, rumoreggiava lontano, e quelle erano divenute zone ideali per depositarvi – in un quadro di abbastanza leale rispetto di certe regole cavalleresche di belligeranza che risalivano al trattato di Westfalia – i prigionieri di guerra.

Eravamo nel Kenia. Vi restammo per cinque anni e mezzo noi che provenivamo dall’effimero Impero mussoliniano e che fummo presi negli ultimi mesi della sua esistenza. Clima ottimo e nessun problema alimentare. Il vero, se non l’unico, problema era quello dell’utilizzo del tempo, come farlo passare possibilmente non sprecandolo del tutto, pensando al giorno in cui si sarebbe usciti di lì; in cui si sarebbe rivisto infine un volto di donna, gli occhi di un bambino; in cui si sarebbe passati dalla condizione di “uomini prigionieri” a quella radicalmente diversa di “uomini liberi”:

Incontri

La maggior parte, quel tempo se lo lasciò scorrere addosso, senza neppure avvertirlo, oppure se lo trascinò come una palla al piede cui si fa, infine, l’abitudine ma restandone segnati nel passo definitivamente pesante e lento, nella inguaribile stanchezza, oppure lo sopportò come una comprensione, lunga, sofferta, mai accettata, cui poi, alla liberazione, seguì lo scatto di un’attività convulsa, ansiosa, assillata dal sentimento che non si avesse più “tempo da perdere”, oppure il senso rassegnato di una perdita irrecuperabile cui non restava che rimediare in qualche modo … ma ecco, parlare di Giuseppe Balbo è dire di una di quelle felici soluzioni che solo pochi, rari, seppero dare ai lunghi giorni della prigionia di guerra, non sperperandone neanche uno, proseguendo attraverso quei giorni deserti la loro fervida traiettoria, o addirittura, sotto la spinta vigorosa d’un temperamento adeguato, instaurandola, iniziandola proprio lì. Ci sono casi ben noti, basta fare dei nomi: quello del dott. Burri che diventa il pittore Burri, uno dei maggiori artisti viventi, o quello di Giuseppe Berto, che torna dalla prigione americana con un paio d’opere già bell’e pronte per la stampa.

Giuseppe Balbo, invece, quando fu catturato prima dalla guerra e poi da coloro che la stavano vincendo, aveva alle spalle un suo bravo anche se iniziale curriculum, aveva già intrapreso la sua carriera di pittore e scultore cui si era iniziato sin dall’adolescenza, avendo come suoi primi maestri i fratelli Pasquali, di Torino, sotto la guida di Andrea Marchisio. E aveva già fatto gli incontri per lui più importanti: in Italia quello con lo scultore Wildt, un artista che patisce un’immeritata eclisse essendo stato uno dei massimi scultori “di regime”, ma la cui opera è opportunamente documentata in alcuni dei più importanti musei del mondo, e in Algeria con il fiammingo J. Van Biesbroeck, pittore e scultore, inquieto ed estroso giramondo, come a 28 anni doveva allora essere Giuseppe Balbo. Nel 1930 era appunto in Algeria, poi lo troviamo al lavoro in Francia ( nel 1931, tappa importante per il suo cammino, firma alcune significative opere di pittura e di scultura religiosa per la chiesa di Saint – Michel a Cognac, cui faranno seguito altri lavori a Limoges, a Tolosa, a Marsiglia e in altre città francesi.

E poi l’Africa. Ed è appunto in Africa che si accentua la sua maturazione, specialmente per quanto riguarda la pittura ( mentre per la scultura è soprattutto del dopoguerra la conquista di un maturo “mestiere” e il raggiungimento di una forma più personale e sicura, lontana ormai dalla giovanile infatuazione per Wildt attestata dai bronzi degli anni 20 e in particolare dal vigoroso autoritratto del 1927).

L’atelier

E’ propriamente il campo di prigionia, anzi la sua baracca e nella baracca quell’angolino in cui si era ritagliato il suo “atelier”, vicino al letto da campo, col rudimentale deschetto costruito con materiali e strumenti di fortuna, dove egli, che non andava a trovare mai nessuno, lavorava, studiava, leggeva, insegnava a chi glielo chiedeva, e riceveva gli amici, molti dei quali conservano i delicati e sensibili, espressivi ritratti da lui rapidamente schizzati con le matite, i pastelli, i pennelli che era riuscito a procurarsi.

Ci sono anche a Catania alcune persone che furono, come me ( potrei fare subito cinque, sei nomi ) prigionieri di guerra in quel campo e si ricorderanno certamente ancora del pittore Giuseppe Balbo, del suo rigoroso impegno quotidiano di lavoro, di ricerca, assiduo, quasi obbedisse ad una regola monacale, ma lieto e sereno.

Quando nell’aprile 1955 la galleria “ la botteghina” che si era allora aperta a Catania con l’intento di presentare solo dei buoni e seri artisti, invitò Balbo a tenervi una sua personale, uno di queste persone, l’ing. Domenico Rapisardi, rievocò Balbo al lavoro nel campo di prigionia come uno dei più consolanti ricordi di quegli anni: “in quel periodo era comune a tutti noi, futuri reduci, la sensazione della solitudine e della miseria in cui avremmo ripreso a vivere. Su un panorama formato dalla sconfitta, dalla invasione della nostra terra, dentro baracche coperte da foglie di palma ciascuno cercava di saggiare e riconoscere le proprie capacità personali, sapendo che per sopravvivere e per ricominciare non restava che contare su di esse. Ricordo che in questa atmosfera angosciata visitare Balbo e vederlo lavorare dava un senso di calma e di sicurezza confortanti. In qualsiasi ora del giorno ci recassimo da lui ( egli non rendeva visita a nessuno ) lo trovavamo seduto accanto al suo lettino da campo intento a dipingere, a disegnare, a modellare l’argilla, con l’attenzione e insieme con la smemoratezza di chi scava in se stesso traendone continuamente inaspettati tesori”.

“Scavare in se stesso” è un’impressione puntuale ed esatta. Perduto ogni contatto con il mondo, con la cultura, con l’arte, diciamo pure con la vita, inchiodati ad un immobile tempo, senza più alcuna possibilità di partecipare direttamente all’elaborazione del nostro destino, che maturava altrove, senza di noi, lontano da noi, non c’era che questa risorsa: scavare in se stessi. Balbo lo fece, indefessamente, con passione e rigore e ne cavò innanzitutto una indiscutibile bravura tecnica, una scioltezza e padronanza dei suoi mezzi espressivi per cui è sempre parso un “artista facile”, capace di realizzare sulla tela o con la creta qualunque idea, qualunque progetto.

Egli che da giovane aveva fatto le sue brave armi futuriste, che si era poi innamorato del “novecentismo” wildtiano, non potendo per lungo tempo mantenere i contatti con le nuove esperienze e correnti artistiche, quando poi li riprese non aveva più, in un certo senso, “nulla da imparare”, aveva fatto tutte le esperienze che gli erano consentanee, era sceso da dentro di sé fino in fondo, aveva soprattutto imparato che ciò che conta è essere fedeli a se stessi, non corrompersi, non tradirsi, non mentire mai.

Tornato dalla prigionia – durante la quale il suo nome aveva varcato il limite, generalmente invalicabile, dei reticolati, sicchè restano opere sue al vescovato di Nieri ( Kenia ), al vescovato di Kisumu ( Tanganica ) – Giuseppe Balbo si è fissato nella sua natia Bordighera e non se n’è più allontanato, salvo per qualche breve “incursione di lavoro” in Francia, in America.

Due anni fa Bordighera gli ha reso omaggio con una manifestazione intitolata appunto “omaggio a Balbo”, festeggiato non solo come pittore e scultore e “maestro d’arte” ( riunendo in una mostra che ebbe larga risonanza opere sue e di una schiera di suoi discepoli che vivono e lavorano in Italia ed all’estero ) ma anche come appassionato “operatore culturale”.

Animatore

E’ stato sottolineato che si dovette a lui quella “Biennale di Pittura a americana” che fece conoscere in Italia artisti quali Pollock, Feininger, Ben Shan, Matta; si sono sottolineati i suoi fruttuosi rapporti con Peggy Guggenheim e con Jean Cocteau, venuti più volte a trovarlo a Bordighera, ma non fu solo questa la manifestazione culturale di alto livello di cui per merito suo Bordighera è stata sede e centro di irradiazione. E anche per questo a Bordighera tutti gli vogliono bene e lo considerano una gloria cittadina e un animatore della vita culturale che da lì si irradia su tutta la regione ligure.

Bordighera…

Di Anselmo Bucci

corriere della sera 16 /7/ 1952

Davanti a un monte, coperto di fiori, come davanti al Tempio della Vittoria in Agrigento, si resta muti. Gradi e tipi di bellezza sospendono il pensiero. Da quando sono qui, non penso più a nulla. Mi pare il miglior elogio a questo celeberrimo paese. Francesco Pastonchi mi disse un giorno: “aspetti frivoli della Riviera li han fatti gli uomini: la vera Riviera è uno scoglio alpino fiorito di rododendri”. Parola profonda. L’opulenta riva ha un provvidenziale spazio grigio: la massa dei monti, la loro struttura nuda, severa, a contrasto.

Temevo che la primavera “eterna” cedesse al confronto della tenera primavera fuggitiva delle plaghe dove c’è l’inverno. Invece regge. Credevo che in questa Riviera, sempre vestita a festa, il verde primaverile fosse invisibile. Invece, è evidente. Il canto degli uccelli pare meno nitido, fitto, avido. Ma c’è. Anche gli uccelli milionari fanno all’amore. La dominante è invisibile: l’aria. Entra da sola nei polmoni senza che il mantice ve la spinga; si frappone tra voi e gli oggetti come un cristallo, una lente tersa; eleva i rumori a suoni. Le piante vi stanno immerse, beate: vedi laggiù quell’eucaliptus con i rami sospesi come belle braccia nude e le chiome ariose, crepitanti!

La luce la vedono tutti. Qui ogni aspetto può diventar bello; bella ogni cosa, anche se piatta e frivola, come accade agli occhi degli innamorati.

Capisco che questi due vecchi, coppia secolare, che passano claudicanti col bastoncino sotto gli oleandri alternati alle palme, siano persuasi di essere felici. Non ancora la decrepitezza mi ha spinto qui, ad ammirare ancora una volta i grappoli aranciati dei datteri e i caschi verdi delle banane; ma una inattesa anzi temuta autorità di giudice, alla quale mi sento poco adatto.

Si trattava di vagliare, di premiare le opere degli Artisti americani in Europa che fanno a Bordighera la loro prima esposizione. L’idea è bella: degna la mostra, la quale echeggia tutte le risonanze pittoriche d’Europa, ma offre anche opere di un accento inatteso, acerbo; opere, appunto, americane. Acquisti – premi sono stati fatti per fondare qui una Galleria d’arte moderna; e la mostra diverrà annuale e sempre più importante.

L’arte, anzi la letteratura, rivelò la “città delle palme” soprattutto all’estero: il “Dottor Antonio” di Giovanni Ruffini, il romanzo della patetica Miss Lucy, prima noto ed apprezzato dagli inglesi che da noi; De Amicis con il “Paradiso degli Inglesi”; il Mantegazza, Matilde Serao e molti altri. Il paradiso degli Inglesi può diventare quello degli Americani. Per ora è il paradisetto degli Italiani; di cui si parla già nel mondo, da tutti i personali d’albergo, come dei migliori turisti; ma sottovoce, per non scoraggiare quegli altri.

Gli altri, eccone un gruppo là sulla strada di primo mattino; un gruppo di fanciulle nordiche alte e sottili, vestite di cenci, dai visi d’angelo, dalle scarpe di soldato, oppresse da zaini e sacchi enormi, da contrabbandiere. Viaggiano a piedi. Curve, a passi brevi e lenti, passi di condannato a morte, salgono alla vista del mare. Si fermano un istante, guardano, e proseguono il turistico calvario.

L’onda del mare sulla spiaggia ha l’impeto di uno scroscio di applausi, quando la risacca rotola la ghiaia minuta; il tipico applauso oceanico, a cui ci ha abituato la radio. Questo battimano mi sveglia alla mattina.

La chiesetta di Sant’Ampeglio piantata sugli scogli, si disegna sulla punta estrema del capo, contro il velo scintillante del mare. Con i tre piccoli tetti rossi sembra nuova fiammante, la vetusta chiesa cristiana forse troppo restaurata; ma non perde tutto il patetico di capanna di pietra, con un campaniluzzo e un portichetto. La rovina del Casinò a destra e i suoi finestroni sventrati a tutti i venti e i vuoti “occhi di bue” immalinconiscono il paesaggio.

Tre pescatori adusti con le canne a spalla scendono scendono verso il mare; due altri ne tornano con la loro cassettina di aringhe vive, che portano alla città alta, la casbah di Bordighera. Lo scintillìo del Tirreno scende a mordere gli scogli. Grandi rondini forcute violente incrinano il paesaggio in tutti i sensi. Poca gente sul Capo Sant’Ampeglio. La “stagione” non è ancora aperta. Ma pie donne cristiane con il velo nero si avviano alla messa nella chiesina, e drappelli paganeggianti di fanciulle seminude, dal passo marziale nel sandalo rosso, al mare.

Uno sperone di roccia mi impedisce di vedere da qui la vicinissima valletta amena, folta di ogni pianta verde preziosa, in cui biancheggia come neve il monumento marmoreo a Margherita Prima Regina d’Italia, stupendo per dignità e dolcezza,opera di Italo Griselli. E’, certo, la “statua seduta” più bella che si possa vedere, nell’arte del nostro tempo.

Ma sopra quella rupe si incide nel cielo una koubà, un grigio, modesto, piccolo dado in muratura con un cupolino depresso: arabo senza dubbio; la tomba di un santone, un marabath dell’Islam, in simmetria con la chiesetta. Peccato che un’imminente antenna elettrica lo disonori.

Quando me lo indicarono, e me ne meravigliai, mi si spiegò che il nome “Bordighera” non deriva affatto dal Burdigala dei Celti, né dal provenzale bourdigué che vuol dire pescaia; ma da Borj-el-gherà, forte dell’anfiteatro ( teatro o anfiteatro di collina ) e che l’atto di nascita della “città delle palme” non risale soltanto al 2 settembre 1470 con il atto di alleanza degli “Otto Luoghi” fra i quali “Bordighetta”; ma ben più in là, nei secoli bui, in cui la città fu saracena. Del resto quel dado, quella koubà, ne fa fede.

Così mi assicura il pittore Balbo, buon “tiranno” artistico di questi luoghi ( ogni città d’Italia ha un tiranno artistico ), noto africanista, che pare arabo anche lui, con quella faccia ancora giovanile, ma screpolata da meridiani e paralleli di rughe solari, tale che pare cotta al forno. Questo collega pieno di ottimo fervore patrio, e altri amici ritrovati qui, primo Bernardino detto il Nipote, pittore moderno armato di potente automobile ( ma sa disegnare ), mi hanno rivelato a volo le varie bellezze di Bordighera; e non soltanto il Circolo degli stranieri e la passeggiata lungomare e la Via romana e il Museo di antichità della Liguria; ma i colli vestiti di fiori, i monti vestiti di ulivi, lo stupendo retroterra e il paese di Sasso nitido e apparentemente deserto in una ridente solitudine; la valle del Roja austera e l’osteria della Truffa, celebre per le sue trote nee che io suppongo incrociate coi lucci, e che hanno tuttavia la carne salmonata; la frontiera di Francia affollata di macchine come piazza della Concordia; i giardini stupendi dai nomi esotici; ed infine il palmeto famoso che dà le palme al Papa per la Settimana Santa: privilegio concesso a quel marinaio di Bordighera nominao Bresca che gridò in piazza S. Pietro: “acqua alle corde!” quando vide l’obelisco egiziano in pericolo, sfidando così l’ira di Sisto V, che era Papa “cocciuto e stizzosetto”.

Tutto m’han fatto vedere questi amici, tutto; meno una cosa, di cui han sempre parlato per incidenza senza mai dire “andiamo”: delle Cinque bettole della città alta, o città vecchia. Forse ne erano umanamente gelosi, e bisogna compatire alle debolezze umane.

Questa perla, la Città vecchia, ho dovuto vedermela da me.

L’ho scoperto, solo, stasera; e m’è parsa la più bella cosa del mondo.

Raggiungo uno spiazzo, tra le agavi, le palme, i cactus, le euforbie. Un enorme “ficus” dalle foglie metalliche fa un disco d’ombra. Tre annosi navigatori riposano a colloquio sopra un sedile. Uno sta dicendo: “Ho cambiato varie sterline d’oro a Napoli, nel millenovecento…” e mi guarda passare, con due cerulei occhi non-ti-scordar-di-me.

Ecco la muraglia della fortezza smantellata qua e la, tinta a toppe di calce bianca sulle pietre vive; archi dappertutto, contrafforti, speroni, una vetusta porta isolata, di squisita fattura, rosa alla base; un vicolo chinato, lastricato di mattoni a coltello, nitido e tutto rosa.

Mi trovo in una piazzetta incantevole, da Cavalleria Rusticana, piena di marmocchi bronzei non insolenti, e di bella gente seminuda e torrefatta sull’argento dei carrettini di pesce; fra scenari dipinti che circondano una chiesa dipinta.

Entro in chiesa, buia e dorata, di un fasto d’oro fiorito – dappertutto fiori olezzanti – genovese e napoletano. Nessuno. Esco al sole. In una attigua piazzetta solitaria che ascolta il chioccolio di una fontanella, tutti i vecchioni bordigotti lassù sono schierati, lungo l’alta ringhiera, i nonni a sinistra, le nonne a destra, a prendere il sole e a godere il dominio dei paradisi sovrapposti,dei giardini, dei verzieri,dell’immenso mare. I vecchi nocchieri forse, scrutando il mare sempre deserto, senza mai una vela, scuotono la testa.

Sprofondiamoci nei vicoli, in discesa e in salita, divisi di ombra e di luce, arcuati sulle gobbe della collina. Qui il giuoco dei voltoni crea una pietrificata foresta di palme; più in la due scale esterne scendono quasi a baciarsi, lasciando giusto il passo ad una persona; oltre ci sono porte a tutte le altezze, finestre di ogni forma e statura, vicine per tutte le confidenze d’amore, per tutte le probabili e impossibili avventure. Nitore per terra; ombra colorata dappertutto. Nessun angolo in cui l’occhio non sia divertito. Tutte le ore sono presenti: la notte, il giorno, il crepuscolo, l’aurora. Tutti i mesi dell’anno e le stagioni si alternano seguendo i passi; ed ogni forma di architettura, dalla grotta tunisina imbiancata a calce e abbagliata dal neon in cui il barbiere rade il cliente, al palazzo genovese riquadrato e dipinto, nella gloria del sole. E Genova, e Venezia, e Napoli e Algeri, e tutti i porti del Mediterraneo. Intimità. Non pare di andare per via, ma di attraversare le case: certe stupende intimità di Pompei.

Ma la meraviglia sono i bastioni. Qui veramente è la fortezza moresca. “Via alle Mura” è una serie di archi di cotto altissimi che fanno il giro della cittadella, e creano un portico tenebroso, interrotto da strette zone di luce, che sono le viuzze accorrenti. La volta più larga della base dà il carattere del levante.

Mentre ammiro estatico, rare ma ben note detonazioni si annunciano alle mie spalle; uno dei fragorosi ordigni in cui i sedentari viaggiano in un assordante semicupio, minaccia da vicino. Non posso tenermi dal gridare: “anche qui!”. Purtroppo la “città del silenzio” ne è piena. L’ultima illusione della mia gioventù è distrutta. I crostacei rossi hanno invaso la collina. Nella piazzetta che melanconicamente voglio rivedere l’ultima volta, irrompe un bolide fracassante, una torpedine detonante che reca, sprofondati , un centauro grasso e un ragazzetto magro. Il finimondo è tale che i fondali e le quinte del teatrino, le architetture genovesi arabe pisane turchesche cadono, procombono una sull’altra e tutte precipitano sulla chiesa dipinta.

Mi salvo con la fuga.