LA CABA A BARCELLONA E IN ALGERIA (1932)

Giuseppe Balbo davanti alla CABA con il cagnolino Billy

Mario Cavalla e Giuseppe Balbo – 1932

24 aprile 1932  “Dopo qualche chilometro Barcellona si annuncia col suo movimento imbarazzante. Troviamo un garage. Domandiamo ospitalità e siamo informati che comincia oggi la settimana catalonista per l’autonomia della Catalogna. Capitiamo a proposito per vedere un po’ di rivoluzione od almeno almeno qualche grande dimostrazione. Ci rechiamo subito verso il porto per cercare informazioni per il nostro passaggio verso Algeri.

Gironzoliamo sulle banchine. Su di un piroscafo sventola una bandiera ita- liana. È roba nostra. Patria. È una parola per chi non se ne è mai staccato. Per noi che l’abbiamo abbandonata “sine die” è qualcosa. Ci fermiamo a guardare. Il piroscafo si prepara a lasciare il porto. Non è una partenza in grande stile. Pochi viaggiatori. Pochi spettatori. Non salutiamo nessuno, ma salutiamo l’Italia tutta.

Ancora qualche passo sulle banchine. Marinai di tutti i lidi si appoggiano pigri alle murate. Fanno mostra dei tatuaggi raccolti chi sa dove. Sanno di avventura e li guardiamo con un po’ di invidia!”

Ritorniamo all’ombra del monumento a Colombo. Ci sediamo ad un caffè. Mentre gustiamo un “Martini e Rossi”comincia l’animazione. Appare una bandiera. Strisce gialle e rosse. La dimostrazione per l’indipendenza della Catalogna ha inizio qui. Tanto meglio. Siam capitati bene e non ci muoviamo. Soli, a gruppi, a moltitudini, giungono bandiere e uomini, uomini e cartelloni.    Ma tutti con un’aria di paese che, forse, ci disillude. Il raduno è appena cominciato e non perdiamo la speranza di assistere ad un po’ di rivoluzione.”

Ad un tratto battimani, urla e fischi ci fanno mirare ad un punto. Un uomo a cavallo, in borghese, berretto frigio in testa, vecchiotto anziché no”.

“Mario si fa sotto a fotografarlo. Il vecchio gli fa un saluto militare. Il cameriere ci spiega essere l’uomo a cavallo l’unico superstite delle guerre d’Africa del’70. Questo a dimostrare che tutti i partiti della Catalogna festeggiano l’indipendenza. Senza parzialità se la merita ! Perché l’attività di questa popolazione è al pari di quelle delle altre nazioni e la ribellione nascosta verrebbe in chiaro solo dal fatto che i più parlano in catalano. Si domanda in spagnuolo–bordigotto–franco– piemontese. Si risponde in catalano. Hanno completa coscienza e non tollerano che il resto della Spagna abusi del loro lavoro e della loro produzione. La dimostrazione che ha avuto inizio alle undici si svolge piuttosto lentamente. Ad una ad una giungono le bandiere di tutti i partiti. Verso l’una le bandiere sono nugoli, gli uomini diventano moltitudine. Adagio si forma il corteo. Noi ne abbiamo abbastanza dell’integrità dello statuto catalano. Pensiamo sia meglio recarci a provvedere all’integrità del nostro stomaco.”


6 maggio 1932  “Domani dobbiamo partire. Naturalmente cominciamo i preparativi. Prima però ci alleniamo all’Africa. Così dice Mario. Incantiamo il serpente.”

Balbo e Cavalla incantano il serpente

La Caba è a bordo. Tutte le complicate manovre descritteci dall’agente consistevano poi in un breve lavoro di una gru elettrica e di quattro uomini. La macchina viene assicurata sopra coperta e noi ci troviamo finalmente in cammino per un continente da cui ci attendiamo non poche sorprese.                Un carico di banane fa tardare la partenza fino alle undici. Siamo chiamati a tavola.”

Mentre il piroscafo esce e manovra lentamente, consumiamo una colazione non eccellente. Improvvisamente scosse che da leggere vanno sempre aumentando ci annunciano che abbiamo preso il largo. Per prudenza saliamo sopra coperta. La costa va sempre più allontanandosi. Le onde si trastullano con l’España. Io comincio a sentire la testa farsi pesante. Mi ritiro in cuccetta. Inauguro il sacchettino. Prevedo che il viaggio non sarà per me di piacere. Anche gli altri passeggeri faranno come me. Il mare è brutto. Io ormai non abbandono più la cuccetta. Mario va a cena. L’orario di arrivo è alle sette. Ma a quell’ora siamo ancora ben lontani da Algeri.”

All’una del pomeriggio Mario mi viene ad avvertire che l’Africa si profila all’orizzonte. Salgo sopra coperta.”

Balbo vede per la prima volta l’Africa

Balbo e Billy

Appena l’España si è attraccata, un nugolo di arabi o meglio di indigeni è sul ponte. Le facce bronzee di quella gente si distinguono fra gli stracci che a loro servono come vestito. Ve ne sono di tutte le età. Non si sa come abbiano fatto ad arrivare sul ponte. In pochi minuti ogni passeggero si vede attorniato da tre o quattro di questi individui che gli strappano valigie, pacchi, offrendogli, in un amicale francese, i più disinteressati servigi.  Anche noi subiamo la sorte degli altri passeggeri. Veniamo assaliti da due o tre tipi. Ce ne sbarazziamo di qualcuno. Uno resta. Non sappiamo come ha fatto. È informato che la macchina grigia è nostra. Non ci lascia respiro. Rifiutiamo i suoi servigi ma egli non ci rifiuta la sua compagnia.

“Come ti chiami?”

“Mohamed”

“Maumetu”

“Oui, c’est la même chose. Alors, misiù, ti veut debarqué la machine ? Vien avec moi ! »

Invece di andare noi con lui, è Mohamed che ci segue passo passo. Rispettoso, avanza ogni tanto un’informazione. Nel mentre si procede allo sbarco della macchina. La Caba, imbragata, viene scesa sul pontone, e di là passata sul molo. Una folla attornia la macchina. Ci si domanda se è una spedizione di caccia, scientifica. Rispondiamo a casaccio.”

La CABA arriva ad Algeri

Ultimate le operazioni di polizia e di dogana Mario si mette al volante. Io al suo fianco. Mohamed ci accompagna sul predellino. Dall’algerino ci facciamo accompagnare ad un serbatoio di benzina. Attraversiamo così parte della città.”

Algeri 1932

Belle strade, palazzi moderni, molto traffico. Facciamo qualche provvista, e prima di lasciare Algeri regoliamo il nostro debito verso la guida. È tutta un’operazione di alta finanza. Discussioni. Sulla base di dieci franchi Mohamed protesta indignato. Saliamo a quindici. Lo salutiamo. Lui resta. Vuole i soldi per il tramway. Ce ne liberiamo a diciassette.

Attraversiamo i sobborghi di Algeri. Appena in aperta campagna guidiamo la macchina nel mezzo di una piazzola a lato della strada. Il digiuno forzato che abbiamo fatto durante la traversata ci ha lasciato un appetito formidabile.

Il primo tramonto africano ci mette entusiasmo. Caldo e vaporoso è molto diverso da quelli che conosciamo ma non ancora come ci aspettavamo. Da ogni parte estensioni di campagna coltivata. La vegetazione rigogliosa e densa contrasta con gli arabi macilenti e sporchi che di quando in quando passano lentamente, appena degnando di un obliquo sguardo curioso la nostra vettura.”

Si riparte


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Tutte le foto sono di Mario Cavalla e Giuseppe Balbo © Archivio Balbo


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Nel prossimo post: il reportage fotografico di Giuseppe Balbo in Algeria

BALBO, CAVALLA E SEVERO POZZATI ( SEPO)

Dopo una breve permanenza nella Savoia,  Balbo e Cavalla con la loro CABA visitano Parigi.

Balbo scrive nel suo diario di bordo: “La nostra meta è Parigi. Meta da turisti per ora, perché i nostri intendimenti sono questi. Avere una rapida impressione della città e continuare per il giro. Giunti a Villeneuve ci accorgiamo dal movimento che ormai la provincia è lontana. Ed anche dal “pavé  che rende assassina la marcia; facciamo alt ad Alfortville perché non vogliamo avventurarci in Parigi con la Caba. Troviamo rifugio nel cortile di un piccolo albergo e dopo una rapida pulizia ci avviamo verso la città.”

Balbo – I nostri padroni di casa ad Alfortville 1931

Le impressioni che suscita l’entrata in città si potrebbero si descrivere, ma occorrerebbe al proposito trovare un sistema di narrazione confuso come quelle. Per noi poi, senza guida, senza cognizioni, trovarci su di un tram che non sapevamo dove ci portasse!  Vedere aumentare man mano il movimento, sentire un brusio prima, accentuato in rumore, assordante frastuono poi di macchine, stridore di freni, sibili di fischietti, sirene di vaporini, trombe, clakson e tutto quel po’ po’ di roba inventata per rompere i timpani alla gente…”

Abbiamo visitato Parigi di notte o meglio Parigi illuminata. Per quanto esistano e descrizioni e riproduzione l’idea è molto lontana dalla realtà. Non parlando dello sfoggio e del risalto che dà ai magazzini la festa multicolore delle più vivide illuminazioni, il velario che di giorno pesa quasi sulla città, è di notte il migliore sfondo che si colora a seconda della luminosità delle reclame più o meno intensamente secondo il numero di esse. Il movimento anche sembra aumentare, e la fiumana di automobili che scorre lungo le vie, sempre incessante, impressiona maggiormente per la miriade di fari e fanalini che corrono in tutti i sensi. “

Man-Ray, La ville Paris – 1931

Oggi giornata molto calma. Una scorsa lungo i quai della Senna. A mezzogiorno abbiamo fatto la conoscenza di Severo Pozzati che a Parigi si è fatto un nome come pittore di affiches. E’ più conosciuto sotto il nome di Sepo, lo pseudonimo con cui firma i suoi lavori.”

Severo Pozzati, noto anche con lo pseudonimo di Sepo (1895 – 1983), è stato un pubblicitario, pittore e scultore italiano. Attivo sia in Francia sia in Italia, è stato uno dei più importanti cartellonisti pubblicitari della prima metà del Novecento. In particolare è stato uno degli artisti che ha determinato il passaggio dalla funzione tendenzialmente decorativa del manifesto a quella più attenta alla comunicazione.

Severo Pozzati  (Sepo)

Siamo stati da lui invitati a colazione “chez Pippo” un ristorante molto in voga fra l’elemento italiano di qui. Parlare convenientemente di Sepo come artista si può, ma occorre prima ben convincersi che anche la decorazione murale fatta a scopo di propaganda è un’arte. Il passante, in generale non si sofferma a giudicare quel rettangolo vistoso che gli offre la strada, o tutt’al più una sbirciatina fugace. Ma appunto per colpire immediatamente l’uomo della strada il pittore di affiche deve studiare e molto a creare il suo lavoro. Senza contare che questo deve essere reso con una certa estetica, chè altrimenti il passeggero si solleverebbe contro certe decorazioni reclamistiche rese con brutture improvvisate. Questa la nostra opinione.”

Sepo è anche in questo ordine di idee, di più aggiunge la sua pratica di reclamista. L’arte della rèclame la fa entrare in tutto il complesso di circostanze che conduce dal prodotto lanciato al passante colpito. L’artista è alle dipendenze della Casa Dorlandi, ma con ogni cliente vuol trattare direttamente. Come un ammalato deve trattare direttamente col medico. Analogamente Sepo considera ammalata la ditta che ha bisogno di lanciare un prodotto e paragona al dottore l’artista che deve compilare una affiche. Tanto più quando si sente con quale passione studia un lavoro. E per lui quello studio consiste nel cercare anzitutto a quale genere di persone vada rivolto il richiamo, osservare per questo genere che cosa più possa impressionarle graditamente. In seguito dà molta importanza al luogo dove più o meno deve essere apposto il manifesto per giungere infine a rendere con uno scopo artistico l’impressione che desidera. Giudicata da questo punto di vista la réclame è artistica certamente e maggiormente è possibile ritrarne la convinzione osservando poi la varietà e la differenza di spirito fra i vari lavori.”

Questo dalle quattro parole che abbiamo fatto con Sepo durante la colazione. Nel pomeriggio siamo stati nel suo studio mentre stava lavorando proprio ad un’affiche. Data l’urgenza del lavoro lo lasciammo con la promessa di ritornare all’indomani per visitare con maggiore comodità la sua produzione.”

“Da Sepo siamo infatti ritornati oggi. Con i nostri lavori per farli vedere a lui e per salutarlo prima di partire. Abbiamo avuto ancora il piacere di parlare con lui della sua arte e della nostra. Oltremodo cortese ed ospitale volle acquistare due nostri lavori a ricordo del nostro passaggio. La buona impressione fattaci gliela dimostrammo facendogli scrivere due righe su questo diario:

Lasciamo Parigi. Verso la Spagna, contrariamente alla prima intenzione di andare in Belgio, dove forse, o meglio certamente avremmo trovato una rigidezza di clima difficile a sopportare.”


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Nel prossimo post: La CABA viene imbarcata a Barcellona e raggiunge l’Algeria.

BALBO E MARIO CAVALLA – 1931

Mario CAVALLA (1902-1962) si forma artisticamente presso l’Accademia Albertina di Torino sotto la guida del padre Giuseppe Cavalla, di Andrea Marchisio e di Cesare Ferro. Nel 1924 giunge a Bordighera ove prende alloggio presso l’albergo Piccolo Lord. Stringe amicizia con Giuseppe Balbo.

Balbo scrisse:”Conobbi pochi pittori veloci come lui; preciso nell’esecuzione del vero sia nel ritratto che nel paesaggio. Olimpionico di sci affrontava la tela vergine sbuffando come per un salto al trampolino. Imperava allora in Italia il noioso e retorico” Novecento” e forse per quello non volle staccarsi dalla tradizione, limitandosi a ringiovanirla con la forza della sua personalità.”

Balbo ritratto da Cavalla – 1924

Con lui andai in giro per il mondo mentre si accentuava lo sgretolamento iniziato in sordina e il grande specchio dell’Arte si frantumava dando a ciascuno la possibiltà di rimirare se stesso nel suo concetto“.


Nella seconda metà degli anni Venti Balbo lavora come impiegato di banca ma nel 1931 con Mario Cavalla adatta a studio-abitazione un “camper” che viene battezzato CABA dalle prime lettere dei due cognomi. I due pittori intraprendono un viaggio di studio attraverso l’Europa (Francia, Spagna) e l’Africa mediterranea (Algeria).

Balbo nel 1931 – foto Ferroli

Nel suo diario di bordo Balbo scrive:

Eravamo in tre da Ferroli quella notte.  Flores, Mario ed io .

Il primo in piedi era un uomo che aveva voglia di sposarsi. Gli altri due non l’avevano più e sono partiti in giro per il mondo con… la CABA.

Balbo, Cavalla e Flores 1931 – foto Ferroli

La  CABA 1931

Lo sappiamo noi come abbiamo fatto a partire. E anche perché siamo partiti.

Forse alla decisione non è estraneo quello spirito di avventura che sussiste an- che se raro nel millenovecento, così come era più comune nei secoli precedenti. Dico spirito d’avventura, e non credo di errare, perché lanciarsi nel mondo con l’idea di percorrerne una buona parte, traendo i mezzi dal proprio lavoro, correre incontro all’ignoto, fuggire l’abitudine, allontanarsi dagli amici è cosa che molti ma non tutti son tentati di farlo. E certamente bisognerà fuggire l’abitudine perché non avremo, credo, il tempo di abituarci ad un luogo, ad una regione, ad un cli ma.

Occorrerà allontanarsi dagli amici, sia da quelli che abbiamo avuto fino al pre- sente come da quelli che potremo conoscere in avvenire.

A tante cose bisognerà rassegnarsi ma a queste credo ci siamo accordati quella domenica mattina. Perché proprio una domenica mattina espressi a Mario l’idea, a cui da tempo andavo pensando. Non ebbi il tempo di formularla che già Mario l’aveva messa in esecuzione. Ci eravamo subito compresi. L’ambiente ci pesava, a tutti e due. Una scrollata per liberarcene.

Io abbandonai la Banca l’8 giugno e cominciammo a  preparare la partenza. Mario in quei giorni produsse un lavoro enorme di quadri diversi, di ritratti ecc. intermezzando il lavoro con le scappate a Taggia per sorvegliare i lavori della macchina. Sormontammo ogni difficoltà, e furono parecchie e le più svariate e riuscimmo a portare la Caba a Bordighera il 2 Agosto. Specialmente negli ultimi giorni l’aria della mia città era diventata irrespirabile. Era una cappa pesante che ci premeva sulle spalle.

Venerdì 14 agosto raduniamo nello studio mio padre, mio fratello Augusto, Mario Allavena, Ampeglio Barberis, Flores per un brindisi ed un ultimo saluto. Sono i soli che sanno della nostra partenza. Per gli altri tutti è una sorpresa. Ci figuriamo i commenti. Ma saranno tanto lontani che non ci toccheranno.”

 

Mario Cavalla, Ritratto di Balbo – 1933


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GIUSEPPE BALBO – STUDI 1943

Camarca – matita

Cavalli – matita

Pugile – acquerello

Posa – matita

La guerra è finita – acquerello

La guerra è finita – acquerello

Caduti

Messa di Natale – matita

Messa di Natale

Deposizione


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GIUSEPPE BALBO – AUTORITRATTI

Marco Balbo scrive :

Ho scoperto questo primo autoritratto di Balbo per caso; è nel refettorio della chiesa di Terrasanta, su una tavola di legno che riutilizzerà nel 1930 per dipingere un ex voto, la morte di San Giuseppe, in occasione della sua partenza con Mario Cavalla per l’Africa.

E’ un esperimento giovanile, un po’ accademico, abbozzato, uno studio di quando era allievo di Marchisio, poco più che ventenne. Si atteggia ad uomo, fuma una delle sue prime sigarette, un pretesto per il virtuosismo della fiammella, e del riflesso sugli occhiali. Ancora giovane, dimostra già di voler raccontare una storia nei suoi quadri: è in studio, con indosso un camiciotto da pittore e sul fondo una statuetta anatomica che lo accompagnerà nel corso degli anni, un simbolo del mestiere da affrontare, ed un espressione risoluta, la scelta di un percorso di vita.


1927

L’immagine che vuole dare di sé diventa più eroica nel ’27, influenzata dal levigato espressionismo dello scultore Adolfo Wildt. È un gesso alto circa 40 cm, che verrà poi fuso in bronzo nel ’72, insieme alle teste di Monet e Marchisio, dove la figura si disincarna, diventa un simbolo, un ideale.


1930

Ma la dichiarazione di “mestiere” ritorna prepotente nel 1930. la sigaretta è già accesa, lui è il centro dell’immagine, non c’è altro. La presa di posizione è nel cappello di giornale, da muratore, che ha poi sempre usato per i lavori di scultura negli anni a venire. Lo sguardo non è più di sfida, è attento, compreso nel suo ruolo, sono gli occhi dell’artista che si guarda dentro.


1942

Passano gli anni africani, ha altro da guardare. Non fa più autoritratti fino alla vera svolta della sua vita, la prigionia. Il suo mondo è cambiato, si ritaglia in un angolino della baracca il suo “atelier”, vicino al letto da campo, col rudimentale deschetto costruito con materiali e strumenti di fortuna, dove lavora e studia. Nel ’42 è un altro uomo, sopravvissuto alla guerra, che ha perso le certezze e le illusioni. L’autoritratto è in controluce, sullo sfondo una figurina appena accennata e una luce intensa, soprannaturale. Ci sono somiglianze con il busto del 27, anche se sono due opere diametralmente diverse, le vene sulla fronte, lo sguardo buio.


1950

Nel ’46 ritorna a Bordighera, torna alla vita. Si immerge nell’insegnamento e dà vita a importanti manifestazioni artistiche. Il Mestiere ritorna ancora nel 1950. si ritrae con la tavolozza nella destra, e con l’altra mano fa un gesto misterioso, non ha pennello, dipinge forse con le dita. Lo sguardo è indagatore, si guarda allo specchio e si interroga.

È un uomo ed un artista maturo, non avrà più modo di interrogarsi, fino all’ultimo anno della sua vita. Si ritrae a matita, è vecchio, malato, indugia impietoso sulle sue rughe, ha negli occhi il rimpianto, avrebbe ancora tanto da fare.

1979


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Nel prossimo post: STUDI del 1943

OPERE DI BALBO Kenia 1942 – 1945 parte seconda

Il conferenziere  1943

Al fiume  1943

Diogene  data incerta

La tenda  1944

Zebù al fiume  1944

Zebù al fiume 1945

Zebù  1945

Simba  1945

Figura seduta  1945

Eldoret  1945


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ANTEPRIMA DEI PROSSIMI POST : GLI AUTORITRATTI

Autoritratto  1942


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OPERE DI BALBO Kenia 1942 – 1945 parte prima

Studio acquarello – non datato

Studio – 1942

Panni stesi – acq. 1942

La tenda 1941

Uadi, Eldoret – 1943

La guerra è finita –  1943

Studio di anatomia: sistema muscolare, retro – 1942

Studio di anatomia : lo scheletro – 1942

Atleti 1943

Atleti 1943


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DIARIO DI GUERRA 10 – Destinazione Kenia

25 Maggio 1941

Sbarcati, siamo rapidamente trasportati attraverso quel biancore. Sono le saline. Un paesaggio olandese lunare con quei mulini a vento che aspirano acqua dal mare per immetterla nei riparti che il sole penserà a prosciugare fino a che un deposito di sale non si sia formato. Il campo è lì vicino. E dietro a noi il deserto  dell’Hagramuth infinito, vuoto, pauroso.

Sentinelle indigene. Individui piccoli, il viso incorniciato da baffi e barba completi, lineamenti regolarissimi capelli lunghi che cadono inanellati sulle spalle. Con loro stringiamo subito rapporti di compravendita. Strano. Qui hanno valore un valore impensato le monete da cinque lire. Con una, un pacchetto di sigarette. Io ne ho parecchie. Compro tutte sigarette.  Ci sono tende, quelle inglesi da otto a sufficienza. A doppia tenda di sopra con i bordi rilevati. In ogni tenda, a fianco di uno dei pali di sostegno, una giara di terra cotta colma di acqua che trasuda fresca.  Non si può dormire perché il sole arrostisce anche all’ombra. C’è uno spaccio che funziona. Vendono di tutto. Penso che i miei tre chili di bagaglio possono aumentare.

27 Maggio

Gli inglesi stanno mettendo un po’ d’ordine fra i prigionieri. Generalità ancora svariate volte e svariate volte veniamo contati come i montoni passando da un recinto all’altro. Ognuno riceve la sua matricola. Io sono il P.O.W. [ Prisoner Of War – nel gergo militare, in inglese, è prigioniero di guerra ]

28 Maggio

Riceviamo la paga in rupie. Dal 24 aprile a oggi. L’amministrazione è perfetta. A me spettano 16 rupie.  Ma tutte le rupie di tutti i prigionieri passano per lo spaccio. Domani si parte. In complesso la permanenza a Aden non è stata deprecabile. Acqua a volontà per bere e acqua salmastra per lavare e lavarsi con sapone solubile nell’acqua salata. Le sentinelle non sono severe e gli ufficiali se non cortesi, compiti. Pare che la destinazione sia l’India.

29 Maggio

Stamane all’alba abbiamo ripercorsa  la strada verso il porto per l’imbarco. Abbiamo rivisto gli enormi depositi di carburante, decine e decine, che secondo i bollettini italiani avrebbero dovuto essere combusti, distrutti, annientati.

La montagna di Aden incombe sul porto. Deve essere tutta una caverna. Ricordo che in Algeria alcuni operai biellesi nel 1934 mi avevano raccontato in quale modo lavoravano nelle viscere di quella montagna.

Nella rada l’acqua immobile solcata da righe punteggiate. Il campo minato. Una ventina di navi da trasporto. Altre da battaglia. E’ un convoglio in partenza. Siamo fatti imbarcare su  una nave da 27000 tonnellate e subito rinchiusi nelle stive. Dove sono io siamo in cento. Fortunatamente sopra il pelo d’acqua. Gli oblò sono aperti. Ci sono anche bocche d’aria, altrimenti si crepa. Il convoglio lascia il porto prima di mezzogiorno. Il mare è calmo. Nella mia stiva non c’è che pareti soffitto e pavimento. Qualcuno ingenuamente attende brande, amache, coperte.

Nessuno si fa vedere fino alle quattro. A quell’ora ci incolonnano e, aperte le porte, ci fanno scendere giù dove sono i refettori. Cento alla volta. Ci versano, in gamellini bianchi maiolicati, qualcosa che sembra the e latte con una fetta di pane morbido bianchissimo di 50 grammi circa. Cominciamo bene.  Il caldo è sostenuto. Giudico che qui sotto non ci sono meno di 45° il sudore cola nei gavettini. Il the è bruciante ma bisogna ingollare perché le sentinelle urgono di far presto. Risaliamo e ci stendiamo in attesa della cena. Resta con noi una sentinella baionetta in canna. Inglese. Inutile cercare di attaccar bottone. Fa la faccia feroce. Se uno insiste ti spiana la baionetta al petto. Alla larga. Quando annotta si ritira.

30 Maggio

Alle sei tutti sul ponte. Mitragliatrici puntate, sentinelle con baionetta in canna. Procediamo in convoglio. Le navi da guerra fanno la spola ai lati. Il tempo è buono. Dopo l’ora d’aria ridiscendiamo. La stiva è stata lavata, ancora umida. Nessun riguardo a coperte, tele, bagagli. Poi colazione. Come ieri pomeriggio. Ma stamane ci andiamo quasi nudi. Il caldo è aumentato.

Dalle nostre osservazioni procediamo verso sud-ovest. Si vede che i convogli per l’India che è a est seguono rotte speciali. Alle undici seconda colazione. Cinquanta grane di riso e un pezzo di carne o pesce. Le mie conoscenze anatomiche mi permettono di individuare nel mio pezzo un’ala di gabbiano. E the e la solita fetta di pane bianchissimo.

31 Maggio

Non ho voglia di parlare. Sto allungato in un continuo dormiveglia. Chi gioca, chi canta, chi discorre, chi litiga, chi cerca di prevedere, di far progetti.

2 Giugno

Pare che la rotta sia decisamente per ovest. Il sole si leva quasi a poppa. Si vede che ci portano in Sud Africa. I contatti con l’equipaggio sono impossibili, salvo qualche rara visita degli indigeni. Oggi il mare si è messo al brutto. Nell’ora d’aria del pomeriggio Dodero e qualcun altro si mettono a cantare strofette su Mussolini e l’Inghilterra. Dodero si accompagna con la fisarmonica. Di sopra dal ponte di Comando ufficiali inglesi osservano impassibili.

3 Giugno

L’ora d’aria di stamane è stata movimentata. Il  tenente Raimondi veterinario emiliano appena salito sul ponte e giunto nella zona assegnataci vomita sul ponte. Un ufficiale inglese manda giù un marinaio baionetta in canna. Si dirige preciso verso Dodero e gli fa segno di pulire per terra. Dodero gli dice in genovese “Mi? Mi  nue” e non si muove. Il marinaio pronuncia qualche parola in inglese. Dodero fermo. Un ordine dal ponte di Comando. Il marinaio fa un a fondo con la baionetta contro il petto di Dodero che si scansa e viene colpito al braccio. Siamo fatti ridiscendere. Dodero è portato in altra parte.

Niente aria nel pomeriggio. Gli oblò vengono imbullonati dall’equipaggio. Luci spente. Pare che il convoglio si sia sciolto. Sottomarini giapponesi?

6 Giugno

Viaggiamo da 3 giorni rinchiusi solo con l’aria delle prese. Dagli oblò spruzzati dal mare in burrasca non si vedono più navi. Io devo star coricato altrimenti soffro il mare. Tutti più o meno pensiamo quanto sarebbe atroce se un sottomarino giapponese silurasse la nave.

7 Giugno

Il mare è molto agitato ma stamane hanno concesso l’aria e riaperto gli oblò. Non c’è nessuna nave in vista. Si vede che l’allarme è cessato ma il convoglio si è sciolto. Il pomeriggio non salgo per l’aria. Resto in stiva. Ci sono anche altri tre. Un sergente inglese viene e mi lascia una mezza dozzina di arance. Grazie. Le scaglio agli altri.

8 Giugno

Ci dicono di prepararci a sbarcare. Siamo sul ponte con i nostri bagagli. Scorgiamo vicina terra. Poi entriamo in un larghissimo canale e perveniamo in un porto meraviglioso. Non molto capace e attrezzato ma con anse accoglienti, vegetazione varia floridissima che attenua il caldo equatoriale. Mombasa.

Mentre scendo dallo scalandrone scorgo il tenente che ieri mi ha dato le arance. Traggo dal taschino la penna stilografica e gliela porgo con un “Thank-you”; mi stringe la mano con un sorriso “Good luke”.

Incolonnati ci accompagnano in un recinto vicino dove rapidamente ci fanno una rivista ai bagagli e procedono alla completa disinfestazione seguita da una potente doccia. L’asciugamano è la sola cosa che possiamo portare con noi. L’asciugamano mi permette di trafugare i miei biglietti che altrimenti passerebbero all’autoclave. Nella rivista mi sequestrano il coltello da boy scout. Subito dopo ancora incolonnati per procedere a piedi. Un sergente in testa alla colonna e poche sentinelle armate. Gli inglesi sanno che nessuno ha voglia di scappare. Dove andare? Ogni tanto il sergente inglese urla di accelerare. I quattro di testa vanno senza forzare e lasciano che il sergente faccia il gesto di scudisciare. Dopo la città la strada si snoda in mezzo a una foresta di palme da cocco, di sicomori, manghi, dracene, jacarande avvinte confuse da liane pendenti e sorgenti da un’erba alta due metri.

Qua e là abitazioni di indigeni. Casette in mattoni d’argilla con tetto di stoppia. Non fa un caldo eccessivo. La marcia è abbastanza agile. Perveniamo al campo di Chingawni. Ci sono altri prigionieri. Siamo fatti entrare senza tanti complimenti, rinchiusi e lasciati liberi di prender posto. Grandi capannoni dalle pareti e dal tetto di paglia ci ospitano. C’è una mensa che funziona, frutta a volontà che offrono le sentinelle kikuiu fuori dal reticolato, manghi, banane avocadi. I cocchi li abbiamo nel campo e occorre stare attenti che non cadano sulla testa. La prima notte dormiamo per terra. Il terreno è sabbioso.

9 Giugno 1941

Partito uno scaglione, ci sistemiamo in un baraccone . Finalmente si può respirare. Anche se questo è un campo di passaggio la meta definitiva non potrà essere lontana.


Il diario  finisce così.

Balbo viene internato nel campo di concentramento di Eldoret, nelle vicinanze di Nairobi, fino alla fine della guerra.

In prigionia, riprende la sua attività artistica: realizza opere per i vescovadi di Nieri – Kenia (1942) e di Kisumu – Tanganica (1943); crea una scuola di pittura e scultura per i compagni che desiderano accostarsi all’arte.

Uno di loro, Domenico Rapisardi, ricorda quegli anni:

Dentro baracche coperte di foglie di palma ciascuno tentava di saggiare e riconoscere le proprie capacità personali, sapendo che per sopravvivere e per ricominciare non restava che contare su di esse.

Ricordo che in questa atmosfera angosciata visitare Balbo e vederlo lavorare dava un senso di calma e di sicurezza confortanti. In qualsiasi ora del giorno ci recassimo da lui (egli non rendeva visita a nessuno) lo trovavamo seduto accanto al suo lettino da campo intento a dipingere, a disegnare, a modellare l’argilla, con l’attenzione ed insieme con la smemoratezza di chi scava in se stesso traendone continuamente inaspettati tesori.

“Balbo era tutto là, in questo colloquio intimo che lo staccava dalle vicende che ci stringevano il cuore, simile ad una noria che in mezzo al deserto tragga ad ogni secchio un po’ d’acqua pura e fresca e ciò senza soste e senza stanchezza.Se interrompeva il suo lavoro era per insegnare ai suoi allievi (di cui alcuni oggi hanno nomi ben noti) come si fa a dipingere.

Insegnava con calma, con pazienza, interpretando la incerta personalità dei discepoli nell’intento di potenziarla, purificandola dalle scorie esteriori.”

Nei prossimi articoli saranno pubblicati alcuni lavori e studi realizzati dal 1942 al 1945.

 


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DIARIO DI GUERRA 9 – “Dove ci portano?”

17 Maggio 1941

Partiti da Dire Dana. Giungiamo a Harrar. La colonna sosta pochi minuti. Acquistiamo caschi di banane, papaie, manghi. Mai mangiato frutta così saporosa, mai visto indigene così belle. Mai desiderato donne così violentemente. E non solo io.

Lungo la strada sosta in una zona desertica. Scendiamo per sgranchirci le gambe. Non siamo ancora alla fame. Soltanto a sera la colonna si ferma in boscaglia. Passeremo qui la notte. Qualcuno si appresta a far cucina con i viveri in natura che gli inglesi hanno distribuito ad ogni camion (gruppi di 20) alla partenza da Addis Abeba. Viveri per quattro giorni. Un po’ di riso, tre o quattro chili, una scatola di marmellata, un chilo di zucchero, margarina e salsa. Qualcuno manda giù il riso, molti lo rifiutano.

19 Maggio

In strada verso il Somaliland. Appena lasciato il confine italiano la strada, costruita in regola d’arte con opere perfette, diventa pista. Attraversiamo Argheisa. I suoi dintorni pullulano di militari, macchine, magazzini. Enorme quantità d’armi di materiali. La nostra sentinella si è fatta ciarliera. I compagni di viaggio pongono domande. Dove andiamo? come sarà il campo di concentramento? mangeremo bene?

Il sudafricano risponde gentilmente esaurientemente con convinzione. Nel Sud Africa ci aspettano. Siamo loro prigionieri. Loro hanno conquistato il Kenia, non gli inglesi. A Johannesburg andremo. A Johannesburg “plenty diamonds” e fa così con le mani le dita riunite a fuso. Appoggia l’arma alla macchina. Diventa ciarliero. Saremo trattati bene.  Tira fuori il portafoglio, fa vedere le fotografie della famiglia e della fidanzata. E’ bella. Bacia la foto. Ride gioviale. Qualcuno fa vedere le sue fotografie. Non le aveva mostrate ai suoi compagni, ma all’inglese sì, perché sentiamo il bisogno di non essere nemici, di non odiarci, che non siamo cattivi né loro né noi.

La strada si perde in una zona rossa bruciata. Niente opere d’arte sugli uadi. Si passa a guado. Termitai a ciminiera rossastri si levano sulla stoppia secca. La pista è polverosa, arsa, calda. Non si scorgono uomini o animali. Qualche acacia che sembra secca. Ad un tratto nelle narici sento odor di salmastro. “Il mare” “Dov’è?” mi chiedono. Non lo so, molto lontano ancora, ma lo sento.

Ci fermiamo dinnanzi a un reticolato. Di fronte una tenda inglese. E’ il “Comando” italiano. Ordine di restare sulle macchine. Osserviamo. Poco distante da me una botte su una camionetta e una lunga teoria di persone si snoda dal suo didietro come un interminabile verme solitario. Fanno riserva d’acqua. Sono uomini ufficiali. Chi ha solo pantaloncini o mutande, chi (pochi) in diagonale, abbottonata, colletto, cravatta, stivaloni. Gavette, borracce. Avanzano rassegnati e stranamente disciplinati. Nel campo si distinguono, disposti senz’ordine, ricoveri o rifugi; non saprei come chiamarli. Roba fatta di tende, di muri ammattonati, pali di legno, sostegni, ma tutta roba bassa. Un uomo sembra un gigante. E la mia abitudine alla prospettiva mi fa vedere la zona, come dire, costruita lontana lontanissima. Si intrecciano domande, non si riceve precisa risposta. Le parole sono fiacche, nessuno grida.

Ordine di ritornare e proseguire sulla pista verso il mare, verso Berbera. Una ventina di chilometri in terra bruciata.

Poi la città. Case basse, pochi militari per le strade. A un chilometro la colonna si ferma. Ci fanno entrare in un campo reticolato vuoto di uomini di case e di cose di materiali. Un’acacia in fondo, una da un lato. Tutti gli ufficiali restano ammutoliti in piedi ad attendere qualcosa.

Senza precipitarmi, non è nella mia indole, mi avvio solo verso l’acacia. C’è un po’ d’ombra, quell’ombra che può dare una rete metallica ma sempre ombra è. Non è possibile che sia questo il campo definitivo. Intanto io mi aspetto di tutto. Ci imbarcano ancora sulle macchine e andiamo sul mare. Verso terra sono tutti campi cintati. Ci giungono grida confuse dalla velocità e dal rumore dei camion.  Entriamo in un campo e siamo lasciati così. Comprendiamo che qui ci resteremo. Baracche niente, case niente, posto poco. Ma ciascuno cerca per conto proprio.

Legati al reticolato due teli da tenda. Coperte sulla sabbia, bagagli ammonticchiati. Le notizie sono assurde. Non danno da mangiare; ma si trova dalle sentinelle il mattino pane e poi  scatole di latte di carne di sigarette ( a prezzi iradidio beninteso ! ). Di fame non si muore.

L’acqua fortunatamente c’è e anche in abbondanza. Un tubo da un pollice. Basta fare un po’ di coda possiamo anche lavarci. E’ un lusso. Ci mettiamo in cerca di legna per il tè. Ad un tratto mi sbaglio, ho preso un filo di ferro per un fuscello. Ritorniamo per portare la raccolta. Il fuoco si spegne subito. Con la nostra provvista dura due minuti non più. Io cerco di eccitare la fiamma col fiato e mi arriva quasi addosso un sacco di juta. Mi guardo intorno. Certo è la sentinella indiana che me l’ha lanciato, difatti mi fissa con gli occhi senza far gesti, senza far segni. Che accidenti devo fare del sacco? Ragiono vorticosamente. Ho un coltello da boy scout. Taglio un pezzo di sacco. Lo metto nel fuoco. Brucia maledettamente bene. Ringrazio in inglese l’indiano. Che brava gente ! E noi dobbiamo ammazzarci a vicenda. A Keren in quarantott’ore abbiamo distrutto un reggimento di Rajputans Rifles.

Porco mondo che schifo la guerra! Beviamo il the. L’indiano sembra contento. Il mattino verso le quattro vengono dei somali a vendere filoncini di pane. Occorre stare attenti perché qui le sentinelle sparano. I reticolati hanno in basso i rotoli rotondi. Bisogna passarci in mezzo per arrivare ai somali che stanno dall’altra parte, soldi in mano altrimenti niente da fare.

20 Maggio

Stanotte mi son messo nudo come un verme. C’è una fetta di luna verso le tre. Ho visto un somalo con una cesta. Mi son messo undici biglietti da mille in bocca e sono strisciato in mezzo ai circoli. Il somalo ha contato i fogli e ha posato davanti a me undici filoncini di si e no un etto e mezzo l’uno. Mi son ritirato come un gambero spostando poco a poco i pani nella sabbia. Prima di finire di passare tutto il reticolato ho imparato come si fa a stare sulle spine senza farle penetrare nelle carni. Ora non mi graffierò più. Sono arrivato dai miei colleghi con la mia bracciata di pani. Erano tutti svegli. “Offro io”.

22 Maggio

Ieri abbiamo dato fondo alla provvista di riso. Oggi niente. Stanotte prima di andare dal fornaio devo stare attento. Ieri notte dopo aver ritirato il pane sono andato sotto il tubo dell’acqua. E’ quasi fresca a quell’ora. Una pallottola mi è fischiata sul capo. Mi son buttato bocconi e ci son stato un bel po’. Non ho voglia di farmi ammazzare quando non ce ne ho voglia.

23 Maggio

Ci hanno cacciato entro il campo un montone intero, così come si caccia un pezzo di carne a un cane. Gli ufficiali vicini al boccone l’han preso in due e ci han dato il volo ritornandolo al mittente. Quando lo si è saputo nessuno ha detto che han fatto male. Fame per fame! Verso sera ci hanno distribuito pagnotte, riso e marmellata. Non c’è da scialare ma qualcosa abbiamo mangiato.

24 Maggio

Ordine di prepararsi alla partenza stamane all’alba. Permessi 40 libbre di bagaglio cioè 20 chili. E comincia la selezione. Siccome tutti o quasi ne hanno con sè di più, tutti o quasi abbandonano indumenti di ogni genere.  A mezzogiorno o poco meno dopo estenuanti appelli e formazioni di gruppi si è pronti a partire. Ordine di mettersi in marcia. E i camion? Ci sono là davanti ma stanno fermi.

Si marcia a piedi ciascuno col proprio bagaglio. La scena mi appare ridicola dapprima, poi diventa pietosa. Il sole di Berbera picchia sodo sulla colonna. I raggi il caldo diventano materiali pesanti, diventano piombo su quella povera gente in uniforme, per lo più pesante. Le file si distanziano prima poi la marcia diventa il progredire disordinato di un gregge con la differenza che qui gli individui cercano di mettere aria fra uno e l’altro. Son partiti quasi allegri di abbandonare quel posto d’inferno. Qualunque prospettiva è migliore della situazione presente. Son partiti allegri portando le cassette, le valigie a mano con correttezza, con dignità. La mancanza di cibo, di acqua, il caldo, fiaccano quel resto di energia.

 

La colonna si stende verso il porto. E proseguiamo sudati ansanti trafelati boccheggiando fin sulla banchina.

Io in disparte ho abbozzato alcune scene. La memoria sola non potrebbe rendere di più lo sfacelo, l’egoismo l’abbattimento di quel mezzogiorno di Berbera. E per due ore fermi sotto il sole. L’acqua del porto rende salato il caldo, lo fa più umido. Sudore salmastro si suda. E le borracce si vuotano senza precauzione. In poco nessuno ne ha più una goccia.

Ci imbarchiamo su un barcone per il trasporto del bestiame da 300 tonnellate circa. Siamo trecento anche noi uno per tonnellata. Ci fanno scendere nella stiva noi e bagagli. Ci stiamo in piedi, dividiamo lo spazio con dei montoni che son stati caricati più umanamente di noi. Io mi trovo sotto il boccaporto di mezzo che di sopra stanno aprendo mentre comincia la navigazione.

Dove andiamo con questo barco? Non nel Sud Africa. L’equipaggio di colore ci informa. Ad Aden poi in India.

Fa caldo; caldo sale e puzzo di montone e non una goccia d’acqua. Manca l’aria. Ci stringiamo sotto il boccaporto dal quale non piove fortunatamente il sole che è al tramonto. Mi sfilo dalla calca. Metto il viso a un oblò. Almeno il mare odora e non fa quelle facce quei ghigni. Non vedo più occhi sbarrati allucinati. Improvvisamente la calca mi muove, si stringe, si addensa, si dilata, tende verso l’alto, si accascia, risale, ricade. Rantoli più che urli.

Dal margine del boccaporto gli indigeni guardano sorpresi ma non si divertono non ridono. Uno ha teso un bicchiere d’acqua verso il quale si protendono cento braccia e non è che una sete di poche ore.

Quel bicchiere mi fa l’impressione di un brillante. Non ho mai visto qualcosa di più cristallino di più pulito di più fresco. Il puzzo è tremendo. I montoni vomitano per il mal di mare. Il barcone balla un po’ nel Mar Rosso che, per fortuna, non è agitato.

Finalmente ci autorizzano a salire in coperta. Non si vedono sentinelle. L’equipaggio si da un gran da fare per vendere bottigliette di bevande. Birra, acque, gazzose. Beviamo ma la provvista è enorme quanto la nostra paura della sete. Poi è naturale che la sete si calmi e ci si guarda attorno. Noi e l’equipaggio indigeno. Non c’è spiegamento di forze: non c’è o non si vede. Qualcuno lancia l’idea di fare un colpo di mano e costringere l’equipaggio a dirottare su Gedda nel Yemen. I vecchi guardano in tralice ma la cosa prende piede. C’è chi si entusiasma. Penso che basterebbe un nulla perché l’idea diventi proposta, piano che passi all’attuazione. Ma la maggior parte è contraria. E’ spossata affranta, non si sente di ricominciare.  Anche gli entusiasti si calmano cedono al sonno fino al mattino in vista di Aden che si presenta nuda, spoglia, atroce. Navi e scogli e sulla sinistra un biancore accecante.


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DIARIO DI GUERRA 8 – Prigioniero

26 aprile

Dovremo proprio consegnarci prigionieri. D’altra parte i nostri nomi sono già stati consegnati e un fonogramma del comando italiano avverte che saranno considerati disertori gli ufficiali che non si consegneranno agli inglesi.

E’ la resa a discrezione. Sono gli effetti del messaggio che il giorno di Pasqua un aereo aveva fatto cadere su villa Italia. Cunnigham non avrebbe risposto dell’incolumità della popolazione se gli Italiani non avessero accettato la resa a discrezione.

Alle tre arriva un ufficiale Inglese con un camion. Ordine di imbarcarci. Faccio io da interprete. Il capitano è sbronzo: ha una bottiglia di Strega in mano. Protesta che lui è ufficiale e che sul “truck” non ci sale. Vuole la Littorina. Imbarazzato mi rivolgo al tenente inglese; mi meraviglio che accondiscenda e dia ordini in proposito. Arriva la Littorina e ci imbarchiamo. Hanno tutti un monte di bagagli. Io ho una valigia con sì e no tre chili di roba, una coperta, l’impermeabile addosso. Traversiamo Dessiè e scendiamo verso il ponte. Già è saltato. Si sbarca. Passare dall’altra parte. E i bagagli? Gli ufficiali protestano. Non possono fare i facchini. Poi di malavoglia si accingono a trasportare cassette e bauli. Qualcuno comincia a rendersi conto che non ci saranno facchini. Si aprono i contenenti e si sacrifica del peso. Quando tutti son passati anch’io vado. Un ufficiale sudafricano vede che mi è  stata lasciata la rivoltella. Mi saluta e me la chiede scusandosi. Poi mi dice in un francese stentato “C’est bien heureux pour vous. Pour vous c’est fini!” e’ un combattente. Ne passerà ancora di brutte ma comincio a invidiare la libertà di un uomo.

Un camion ci porta a Camboleia ai cantieri Puricelli ci ficcano nell’interno dove le stanze son piene di militari in piedi accoccolati seduti sui loro bagagli. Il mio gruppo è in una stanza con una finestra inferiata che dà su un cortile zeppo di soldati indaffarati a cucinare su focolari improvvisati con marmitte che vanno dalla “tanica” di petrolio al “gorgorò” di conserva. E’ ancora giorno.

27 Aprile

Scesa la notte ci mettiamo a dormire. Sono spossato. Mi avvolgo nella coperta. Mi sveglio all’alba. Pronti a partire. Partiranno con gli ufficiali solo gli attendenti. Io avrò tre attendenti perché tutti e tre vogliono andare ad Addis Abeba per vedere di scappare. Ce la facciamo. Siamo in camions separati ma ci siamo tutti. Ci danno una razione di galletta e una scatoletta. Partiamo. Ci fanno scendere ed entrare come pecore in un campo cintato con filo spinato.

Il trattamento comincia a  farsi più duro. Io sono molto giù di morale. Mi avvio, non so nemmeno io con quali intenzioni dalla parte opposta del campo. Sono quasi al reticolato quando fischia rabbiosa una raffica. Incasso la testa nelle spalle. Sento un urlo “Come on back!” mi volto. Una sentinella mi fa segno di tornare. Perché non mi ha colpito? Mi vado a stendere in uno stanzone.

28 Aprile

Riprendo coraggio stamane ho osservato i miei compagni di prigionia. Ufficiali superiori fino a colonnello, di tutte le armi, compresa l’aviazione. Molti abbacchiati. I giovani sconsiderati allegri spensierati. La vicinanza fianco a fianco diminuisce il rispetto verso i superiori.

Si parte in mattinata.

Un certo spiegamento di forze. Ma non sono più le truppe combattenti nelle quali non distinguevi i soldati dai graduati dagli ufficiali. Qui l’uniforme li fa distinguere e anche la grinta. Ci sono bianchi e negri. Sudafricani ed australiani. In pochi minuti si raccolgono intorno ai camions scifta [ ribelli etiopi ]che ora si chiamano patrioti e e sciarmutte [ prostitute ]. Ostentatamente gli Inglesi si ritirano lasciando i prigionieri senza sentinelle in mezzo ai patrioti che si addensano sempre più e si fanno sempre più pressanti. Non si sente una voce.

Tutti comprendono la sottile vendetta degli inglesi, anche gli scifta anche le sciarmutte. Qua e là un parlottio un segno. Sono patrioti, disertori di battaglioni o di bande che si fanno riconoscere dai loro antichi ufficiali, sono sciarmutte che chiedono notizie di conoscenti. Rotto il silenzio il ghiaccio si fonde, l’ambiente si intiepidisce, si scalda. Doveva essere così. Italiani e abissini non si voglion male. Lo scifta è un ribelle ma non odia. Le sciarmutte hanno provato l’unione con gli italiani che non sono capaci, malgrado le disposizioni ad essere razzisti soprattutto con la donna abissina che è dolce, graziosa  talvolta e fedelissima. Le sciarmutte si infittiscono premono si avvicinano alle murate dei camions. Qualcuna porge scatole di latte di carne, fazzolettate di uova, fiaschi di ciai di “tech” i patrioti lasciano fare: distraggono lo sguardo tiran su la testa sventolando i lunghi capelli a criniera di leone.

Ormai è un parlottare generale diventa vocio si intrecciano richiami. Gli ufficiali si danno da fare per essere precisi di notizie alle sciarmutte che le richiedono. Sui loro amanti amici abissini o italiani. Così in questa fiera ritornano gli Inglesi. Hanno fatto colazione e non c’è stato massacro. E’ mancata la vendetta. A Debra Berhau., la città ribelle, patriota, covo dell’indipendenza scisana una colonna di ufficiali italiani è stata lasciata in pace. Gli indigeni hanno offerto cibo.

Ripartiamo. Arriviamo in Addis Abeba nel pomeriggio. I camion dei soldati vanno da una parte, quelli degli ufficiali da un’altra ma ci fanno girare avanti e indietro per la città. Non ci si attende un trionfo ma nemmeno la più assoluta indifferenza della popolazione italiana che non ci osserva non ci guarda, come se ci rinnegasse. Il fatto non ha importanza.

E’ sera quando il campo Corse, adiacente alla Piazza d’Armi ci accoglie.

29 Aprile

Ci dividiamo nei locali. Stanzoni, camerini, corridoi. Brandine, scaffaloni; c’è da alloggiarsi tutti. Naturalmente gli ufficiali più giovani più intraprendenti, più spensierati si prendono i posti migliori. Io prendo posto in uno scafffalone a due metri da terra e di là osservo i miei compagni. Dalle loro parole sento che sono persuasi che ora comincia un periodo di turismo, una vacanza, un giro per vedere il mondo.

Mi si avvicina con molta cortesia Galbusera. Mi dice che era all’amministrazione della VI Brigata che dalle mie carte ha visto che sono pittore. Anche lui fa il pittore. Tira fuori fotografie e mi fa osservare paesaggi e una testa di Cristo. Dice che ha portato con se la cassetta a olio che lavoreremo insieme. Gli dico di sì, che volentieri lavorerò con lui. E mi sorge violento il desiderio di far qualcosa. Galbusera dice che c’è lì vicino una tipografia. Macchine caratteri carta, tonnellate di carta.  Andiamo a vedere. Poco fa temevo mi mancasse la carta. Ora è come se fosse intervenuta la lampada di Aladino. Non desidero altro; afferro qualche foglio e ritorno al mio scaffalone. La mia valigetta di tre chili comprende mine e una matita portamine. Comincio a disegnare quanto mi circonda. Galbusera anche lui lavora, sotto sulla brandina. Poi quando vede i miei lavori allibisce. “E io che mi credevo di essere pittore”. “Va bene lo diventerai”.

4 Maggio

Son passati i giorni senza grandi emozioni. Abbiamo dato le generalità una due tre quattro volte. Si mangia pastasciutta mattina e sera. Giorno per giorno la mensa migliora. Funziona un Comando italiano che dagli Inglesi è definito Ufficio di collegamento. Vediamo un solo ufficiale inglese che è poi sudafricano. Le sentinelle sono del Kenia: Kikuiu. Ci lasciano avvicinare ai reticolati, anche dalla parte della strada. E’ possibile scambiare quattro parole con chi passa.

5 Maggio

Aumentate le sentinelle. Ras Tafari il Negus Neghesti rientra nella sua capitale. Sappiamo che ha fatto affiggere un proclama molto generoso per gli Italiani. Non deve esser fatto loro alcun male. Soltanto per quel giorno la popolazione italiana è invitata a non andare in giro per Addis Abeba. Ricorda che gli Italiani hanno fatto molto per la sua capitale.

L’eco del trionfo non giunge fino alla nostra zona che è periferica ma a  notte inoltrata improvvisi colpi di fucile e scoppi di bombe ci mettono in allarme. Un ufficiale inglese ci distribuisce bombe a mano e ci consiglia di difenderci dai ribelli quando attaccheranno in forze. L’attacco non tarda e noi ci troviamo ancora una volta alleati con gli Inglesi per difendere la nostra pelle bianca. Ma è cosa da poco. Gli abissini fanno un pò di fantasia e assaggiata la cordiale reazione non insistono.

8 Maggio

Corrono ad avvertirmi dal reticolato che un’indigena cerca di me. Accorro: è Turemese. E’ contenta di sapermi salvo, anch’io di vederla. Si direbbe che la sentinella kikuiu apprezzi questa famigliarità fra bianchi e negri. Sorride e ostentatamente volge la testa e la persona altrove. Turemese mi chiede di Cantimori. Non ne so nulla, ritornerà.

10 Maggio

E’ tornata Turemese. Mi dice che il figlio di Lig  Jasu, Johannes, mi saluta. Mi aiuterà a fuggire, a vivere in boscaglia se voglio fuggire. Gli rispondo senz’altro, ma presto perché temo di essere portato via alla prima spedizione.

13 Maggio

Vedo Turemese. Johannes mi attenderà in Via Lanza e mi farà uscire da Addis Abeba. Sarà per la notte fra il 15 e il 16 Johannes si era sempre dimostrato buon amico degli italiani oltre che amico mio.

14 Maggio

Non vedrò più Turemese. Non si farà più vedere. Non ci sarà fuga romantica. Non sarà difficile eludere la sorveglianza delle sentinelle. Il reticolato non è complesso. Il folto degli eucaliptus ha un salto, via Lanza a un chilometro e mezzo. Conosco la zona come la mia tasca. Ci andrei a occhi bendati. Non ho fatto parte ad alcuno dei miei progetti. Non ho amici tali da potermi fidare di loro. Non mi passa nemmeno per la testa che sarebbe forse più facile affrontare l’avventura in compagnia di qualcuno. Ma con persone che non conosco bene no, non mi fido. Del resto non ho nemmeno bisogno di aiuto per fuggire. E se dovrà andar male non avrò rimorsi per gli altri.

15 Maggio

Gli inglesi mi hanno fregato. Questa sera sono nel campo di concentramento di Dire Dana. Stamane all’alba ordine improvviso di partenza. In mezz’ora siamo imbarcati sulla colonna dei camion che ci porta alla stazione. Prendiamo subito posto sulle vetture passeggeri del treno della ferrovia Addis Abeba – Gibuti. Dame della Croce Rossa ci distribuiscono frittelle di riso e libri. Sono commosse, qualcuna piange. Il treno parte che non sono ancora le sette.

Non la vedrò proprio più Turemese. Non sacramento nemmeno. Il destino ha voluto così. Mi sorprendo a mormorare “Insh’Allah”.

Acachi, Adama, Anase. Ci fanno scendere. Scorgiamo la frattura nel cui fondo scorre l’Anasa e il ponte  su cui militari inglesi stanno lanciando un ponte in ferro prefabbricato. Sorpassiamo la frattura e siamo nuovamente imbarcati sui camion. Una sentinella prende posto su ogni camion, all’interno un’altra con l’autista. Gli autisti sono tutti italiani.

Questa sera siamo nel campo di Dire Dana in stanzoni. Ci allunghiamo sulla paglia. Viene vicino a me Valti del VI° Battaglione. Mi dice che si fermerà a Dire Dana come interprete. Ne sono felice. Non ho voglia di parlare inglese. Per me è una missione troppo ingrata e poi mi pare che sia una condizione privilegiata. Non voglio privilegi.

 


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